La memoria di Babel. L’attraversaspecchi | Recensione

Il 9 ottobre è finalmente uscito in libreria La memoria di Babel, il terzo volume della saga L’Attraversaspecchi (ne avevo parlato qui), della francese Christelle Dabos, edito in Italia da Edizioni E/O.

Trama

Dopo due anni e sette mesi passati a mordere il freno su Anima, la sua arca, per Ofelia è finalmente arrivato il momento di agire, sfruttare quanto scoperto nel Libro di Faruk e saputo dai frammenti di informazioni divulgate da Dio. Con una falsa identità di reca a Babel, arca cosmopolita e gioiello di modernità.

Basterà il suo talento di lettrice a sventare le trappole di avversari sempre più temibili? Ha ancora una minima possibilità di ritrovare le tracce di Thorn?

La memoria di Babel

«L’attesa, l’interminabile attesa, le scavava un buco all’interno del corpo, un vuoto che si ingrandiva col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi. Certe volte si domandava se non avrebbe finito per precipitare all’interno di se stessa.»

Avevamo lasciato Ofelia e Thorn in un momento clou per la loro relazione: dopo due libri passati a tenersi a distanza, a non comprendersi e solo infine a collaborare, Thorn aveva rivelato ad Ofelia che “A proposito, vi amo” e lei aveva compreso di amare quel marito che non si era scelta, che pensava di non volere. Però, Thorn scompare e Ofelia è costretta a tornare, suo malgrado, ad Anima, sconvolta e con tutta l’intenzione di ritrovarlo.

Dagli eventi di Gli scomparsi di Chiardiluna sono passati due anni e 7 mesi. Ofelia cerca indizi su Dio e su dove, quindi, potrebbe trovarsi Thorn aiutata dal suo padrino e sua zia Roseline, che tanto come lei vorrebbe tornare al Polo. Finalmente, grazie all’aiuto di Archibald riesce a sfuggire da Anima e dal controllo costante e soffocante delle Decane per arrivare nel luogo dove tutti gli indizi sembrano condurla: l’arca di Babel.

Questa è l’arca dei gemelli Helena e Polluce, signori dei sensi, ed è moderna e cosmopolita. In questa ambientazione, ancora più che nelle altre, viene fuori il carattere steampunk della saga. Babel è diversa da qualsiasi altra arca abbiamo visto fino ad ora: accoglie persone da ogni dove, si fa baluardo di modernità con i suoi straordinari mezzi di trasporto, il Memoriale, le accademie, e baluardo di verità ed onestà.

I suoi cittadini rispettano la legge, sempre, e fanno in ogni modo per farla rispettare agli altri concittadini. Li denunciano, se necessario, perché il bene della comunità è sempre al primo posto. I cittadini di Babel non mentono, sono gentili e disponibili.

Tutto questo, però nasconde un clima soffocante e ancora più restrittivo di quanto Ofelia possa immaginare.

C’è un index che vieta l’uso di alcune parole e concetti, un preciso codice di abbigliamento che differenzia i cittadini in base al loro status sociale e soprattutto i lord di Lux (che a tutti gli effetti comandano l’arca e muovono i fili di Polluce) sono molto più in combutta con Dio rispetto ai governanti delle altre arche.

Ofelia deve affrontare questo percorso da sola. Non ha nessuno dei suoi amici e dei suoi familiari vicini, si muove in un mondo che le è sconosciuto e lo fa in modo intelligente, sfruttando le situazioni, le persone che incontra e la sua abilità.

Su Babel lei diventa Eulalia ed entra tra le file dei precorritori dei figliocci di Helena, intenta a scoprire dove si nasconda Thorn e come sconfiggere con lui Dio.

I personaggi

Se nel primo libro i personaggi restano un po’ sfumati e vengono approfonditi solo nel secondo, qui Dabos ci restituisce due personaggi principali davvero ben scritti e interessanti.

Ofelia si conferma essere il mio personaggio preferito sotto ogni punto di vista: da timida, esitante ed impaurita, poi più furba e scaltra, qui diventa una donna forte e consapevole.

La scrittrice, tuttavia, non stravolge del tutto il personaggio, lasciando comunque un contorno di quello che è il suo carattere. Le dà, però, un’aura di scaltrezza che lascia intuire come tutto quello che ha passato abbia influito su di lei e l’abbia cambiata.

Questo a conferma, se ce ne fosse bisogno, che la saga è il bildungsroman di Ofelia, il personaggio che, tra tutti, più matura e cambia.

Thorn fa il suo ingresso a romanzo ben più che inoltrato, e lo fa con un bel colpo di scena.

Anche lui è cambiato e provato dalle esperienze che ha vissuto, anche se di primo acchito sembra di trovarsi di nuovo davanti al Thorn del primo libro. Soprattutto, sembra che quanto successo prima di questa lunga separazione non sia mai esistito. Collabora con Ofelia, ma la tiene a distanza. Thorn è freddo e impacciato con i suoi sentimenti, è cresciuto senza affetto, solo, costretto a contare solo su se stesso. Ma il suo cambiamento lo si può notare solo verso la fine, quando finalmente Ofelia abbatte i suoi muri e Thorn rivela un amore più forte di quello che dava a vedere.

Tutti i personaggi secondari di questo romanzo sono perlopiù nuovi. Interessanti e con una moralità ambigua, restano però tratteggiati, pochi rapiscono davvero l’attenzione.

Il mondo de L’Attraversaspecchi

Ne La memoria di Babel l’elemento steampunk è, come dicevo, ancora più evidente: il worldbuilding di Dabos è sempre sorprendente, ma con la descrizione di quest’arca si è davvero superata. Babel è elegante, affascinante e seducente. In lei convivono una vegetazione fitta e rigogliosa ed elementi moderni ed urbani che la rendono ancora diversa da Anima e dal Polo.

La saga è decisamente un fantasy atipico, e lo è al di là dell’ambientazione inconsueta. Lo è nella mancanza di un pericolo evidente e violento, che invece serpeggia silente. Non ci sono guerre e battaglie sanguinolente, si va oltre a questo. Il pericolo, che è Dio, riguarda non solo Ofelia e Thorn, ma l’umanità tutta. In ballo c’è la libertà degli individui: è un pericolo molto più mentale che fisico.

Riguardo Dio, Dabos fa una critica neanche troppo velata alla religione davvero apprezzabile e che rende il romanzo molto più che un semplice fantasy.

Il dualismo vero/falso si incastra in questa critica e qui la scrittrice lo declina in maniera più subdola. Se il Polo è pieno di illusioni che confondono e disorientano, è anche vero che sono anche più facili da scoprire e smentire. Babel invece pullula di perbenismo e finto senso di abnegazione che in realtà nascondono un servilismo dei lord di Lux a Dio, servilismo a cui condannano tutta la popolazione e che non è affatto evidente, ammantato da una società che solo apparentemente vuole il bene dei propri cittadini.

Considerazioni finali

Reimmergersi nel mondo della Dabos è sempre un’esperienza bellissima.

I suoi libri, scritti con eleganza e ricercatezza, finiscono sempre per rapire. Il ritmo di quest’ultimo è sostenuto come negli altri, ma questo lascia ampio respiro a descrizioni minuziose dei luoghi, dei pensieri di Ofelia e degli eventi, rendendo la trama forse più lenta ma sicuramente ben sviluppata. La scrittrice riesce a tenere incollati i lettori grazie ad un uso ragionato dei colpi di scena, senza abusarne.

Vi invito a recuperare i primi tre volumi della saga nell’attesa che esca il quarto e conclusivo volume La Tempête des échos, che in Francia uscirà il 28 Novembre.

Spero che anche in Italia non tardi troppo ad arrivare.

Se invece li avete già letti, fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!

Al prossimo articolo,

Michela

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About Michela 13 Articles
Michela, 20+2, femminista, procrastinatrice seriale, a metà tra Verona e il mare del Molise. Leggo, scrivo, mi lascio stupire dal mondo e cerco di non arrabbiarmi troppo per i ritardi dei treni.

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