Dark 3, finale di stagione | Recensione Spoiler

Tra tutti i prodotti Netflix, Dark spicca per provenienza – è, al momento, l’unica serie tv tedesca ad aver avuto un successo planetario – e senza dubbio per originalità e accuratezza nella scrittura. Volta alla terza e ultima stagione, erano tanti i nodi da sciogliere nel gioiellino partorito dalle menti geniali e un po’ contorte di Baran bo Oda e Jantje Friese. Questa recensione, con spoiler, parte da un presupposto molto semplice: cercare di rendere Dark comprensibile è quasi impossibile.

Adam ed Eva, un amore impossibile destinato a creare e distruggere

Come ricorderete, avevamo lasciato Jonas alle prese con la morte della sua amata, Martha, per mano di Adam, che altro non è che la sua versione invecchiata. Poco dopo, una nuova Martha appariva dal nulla, sostenendo di provenire da un altro mondo. Ed è questo l’ennesimo guanto di sfida che viene porto agli spettatori durante la terza stagione: riuscire a stare al passo non solo con le diverse linee temporali, ma anche con due – anzi, tre – mondi diversi. Ma anche a due mondi di distanza, le diverse versioni di Jonas e Martha – da anziani, Adam ed Eva – continuano inevitabilmente a innamorarsi, scontrarsi e perdersi, creando un vortice in cui alla nascita di una nuova vita è legata la causa del loop temporale che sconvolge i loro mondi. Dal frutto del loro amore, nasce il Senza Nome, un individuo losco che non farà che apparire a singhiozzo nel corso degli otto episodi. È a partire da questa consapevolezza che Adam ed Eva capiscono il da farsi: l’unico modo per salvare il mondo è non essere mai esistiti.

L’origine di tutto: il dolore dell’orologiaio

Ma come capire qual è l’origine e, quindi, il punto da modificare? È questo l’interrogativo che muove i personaggi nel corso delle puntate, fino alla risposta: l’orologiaio. Dopo la scomparsa prematura del figlio, insieme alla moglie e alla loro figlia, a causa di un incidente, l’orologiaio aveva deciso di creare una macchina del tempo per cambiare il loro destino infausto, dando il via a una scissione e, infine, alla creazione dei due mondi supplementari da cui provengono Adam ed Eva. Il loro compito è quello di modificare il passato, facendo sì che quell’incidente non avvenga mai e che l’orologiaio non arrivi mai a provare un dolore talmente grande da creare la macchina del tempo e la scissione. Ho trovato poetico come una serie puramente fantascientifica, basata su teorie di Einstein e sull’idea del gatto di Schrödinger, trovi che l’amore e il dolore siano il motore che spinge l’essere umano a superare i suoi limiti, andando incontro allo straordinario. Tornando alla trama, Jonas e Martha riescono a persuadere il figlio dell’orologiaio che, salvandosi, spezza la scissione e annulla i due mondi e i personaggi derivanti dal loop.

Un finale che sa tanto di inizio serie

Gli ultimi momenti di Dark conservano una leggerezza e una serenità che hanno poco a che vedere col clima di tensione a cui siamo stati abituati in tutti gli episodi precedenti, che altro non sono che la prova di quanto il loop avesse contaminato gli abitanti di Winden. I personaggi restanti sono gli unici al di fuori delle parentele sbagliate del loop temporale: Hannah, Katharina – ma senza Ulrich – Woller, Regina – ma senza Alexander e Bartosz– e Peter – ma senza Charlotte, Franziska o Elisabeth. Un finale che non fa altro che dirci che tutti i personaggi a cui ci siamo affezionati in realtà erano frutto di un errore e, una volta corretto, hanno cessato di esistere. Un lavoro talmente sopraffino da far capire una cosa che fa solo venir voglia di fare una standing ovation ai creatori della serie: che tutti gli episodi, fin dal 1×01, sono stati pensati in funzione di questo finale. Infine, il vero tocco di classe, che ci dà l’impressione di un cerchio incapace di chiudersi, avviene nell’ultimo istante prima dei titoli di coda, quando Hannah, raccontando un dejavu, afferma che vorrebbe chiamare suo figlio Jonas, non sapendo di esserne già stata la madre in un altro mondo. In conclusione, una serie tv da mal di testa e notti insonni a disegnare alberi genealogici, ma che, a parer mio, vince a mani basse il titolo di miglior serie mai scritta finora.

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