Critica della vittima: distinguere le vittime reali da quelle immaginarie

“Critica della vittima” è un saggio di Daniele Giglioli, nel quale viene criticata la figura della vittima quale eroe del nostro tempo. L’essere delle vittime dà prestigio, impone ascolto ed esonera da ogni critica; in che modo ciò risulta essere un problema molto attuale viene spiegato nel corso del breve saggio.

Rapporto vittima-potere

Il rapporto tra la vittima e il potere è molto più stretto di ciò che sembra, perchè dall’apparente impotenza si genera il potere dell’essere intoccabili. I leader iniziano quindi ad atteggiarsi da vittime, ostentando un passato difficile, per avere più potere, il vittimismo diventa così instrumentum regni.

Il definirsi tale promette identità, essa non potrà essere negata e tolta da nessuno. Una vittima, per essere tale, deve aver già sofferto, dunque non ci si aspetta più nulla da essa, perchè il sacrificio è già avvenuto.

La vittima reale è tale perchè impotente, la vittima immaginaria motiva con ciò la sua impotenza, o, se impotente non è, la sua aspirazione a restare ciò che è per diritto proprietario inalienabile.

Gli Hibakusha

I cosiddetti “Hibakusha” sono i sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Leggendo le parole di Daniele Giglioli riguardo quanto le vittime immaginarie cerchino di basare la propria identità sul fatto stesso di aver subito qualcosa, viene in mente il fenomeno degli Hibakusha, che hanno sempre rifiutato di farsi chiamare con questo nome, in quanto non volevano che la loro identità fosse definita dal bombardamento.

Il culto dei martiri

Il cristianesimo insegna a venerare i martiri, dal momento che Gesù stesso fu il primo martire. Il culto dei martiri però diventa qualcosa di problematico quando si associa il concetto di “morire” al concetto di “vittima”, e questo concetto a quello di “non avere colpe”. Basti pensare a personaggi come Kurt Cobain, Lady Diana, Jim Morrison e altri, innalzati quasi a divinità per il fatto di essere morti.

L’essere una vittima diventa quasi una necessità in alcuni casi. Addirittura alcuni college americani per l’ammissione chiedono una lettera nella quale si descrive una difficoltà o un problema che si è dovuto affrontare nella vita. Ciò porta alla creazione di vittime immaginarie, che non fanno altro che togliere attenzione a quelle che sono le vere vittime.

Giglioli conclude affermando:

La mitologia della vittima toglie forza ai più deboli e la accumula nelle mani sbagliate, criticarla significa ridistribuire le carte.

 

E voi cosa ne pensate? Scrivetelo nei commenti!

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Veronica
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Mi chiamo Veronica, sono critica al punto giusto, ironica e creativa. Mi piace leggere, scrivere, informarmi e fare altre cose che la gente pensa siano inutili. Amo viaggiare e provare cose nuove, divertirmi e raggiungere i miei obbiettivi.

1 Commento

  1. Un tempo forse si, oggi essere vittima o essere stati vittima è sinonimo di debolezza nella maggior parte dei casi. Chi è stato vittima ha sofferto profondamente e spesso questo causa cambiamento nell’essere. Chi è di fronte ad essa può provare empatia, o più spesso pena, specie se la vittima si è fatta indebolire dalle circostanze. Al contrario genera potere se questa ne è uscita rafforzata.

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