Stress e Il parco sono i miei due ultimi racconti, per il primo ancora una volta mi sono ispirato ad un periodo di stress di un mio amico mentre per il secondo, questa volta, ho preso come spunto una gita a Gardaland. La fantasia a volte fa brutti scherzi.

Stress

L’auto procedeva a passo sostenuto, il motore non era affaticato nonostante la vettura fosse abbastanza vecchia. Era stata acquistata pagando in contanti qualche giorno prima. Il prezzo era stato fissato a mille euro ma l’uomo che ora la guidava ne aveva pagati duemila in più. Tremila euro per un’auto che non ne valeva la metà, un vero affare. L’uomo si era subito messo a contare il denaro, aveva abbassato la fronte concentrato per aprire la busta di plastica trasparente che conteneva la somma. Era chiusa piuttosto bene, faceva pensare che l’acquirente avesse già accantonato i soldi e che non avrebbe sborsato ne più ne meno del previsto. Il colpo giunse nel centro della fronte, un sibilo senza esplosione che disegnò una sorta di diadema indù appena sotto l’attaccatura dei capelli. Rimettendo la pistola nella fondina che teneva legata al torace l’uomo raccolse la busta con i tremila euro, applicò sulle portiere due adesivi che recitavano “vettura di cortesia”, salì in auto e si dileguò.
Il viaggio era ancora lungo ma sarebbe stato senza dubbio tranquillo, aveva fatto attenzione a ogni dettaglio e non aveva lasciato tracce dietro di sé. A casa dell’uomo da cui aveva acquistato la macchina non aveva toccato nulla, non era nemmeno entrato veramente in casa, erano rimasti nel cortile sul retro e nessuno aveva visto niente. Ne era certo. Ora proseguiva facendo attenzione a non destare sospetti, non erano quasi permessi errori in quella guida. La velocità superava di poco il limite consentito in autostrada ma era un viaggio che percorreva quotidianamente, non ci sarebbero stati intoppi. Una pattuglia della polizia stradale era ferma ad esaminare per qualche futile motivo un tir. L’uomo sorrise vedendoli e procedette nel suo viaggio.
Quella mattina si era alzato prima dell’alba, si era affacciato alla finestra del suo appartamento e aveva sorseggiato lentamente un caffè macchiato con un goccio di latte freddo. Dopo la colazione era salito in auto ed era andato verso il suo posto di lavoro. Prese la statale e procedette fino a circa metà strada. Sulla destra c’era un parcheggio di un supermercato che stava per aprire, nonostante fosse ancora presto le auto parcheggiate erano già molte e molti clienti si erano accalcati alle porte scorrevoli non ancora aperte per aggiudicarsi l’ultimo modello di smartphone prima degli altri. L’uomo lasciò la sua auto nel parcheggio e andò a piedi verso l’indirizzo che aveva trovato sulla pagina del quotidiano che riportava gli annunci per le auto usate. In meno di dieci minuti era giunto a destinazione e come aveva sospettato l’uomo era già sveglio e attivo da un pezzo. Di solito le persone più avanzano con l’età e più diventano mattiniere. Aveva acquistato l’auto senza che il tizio facesse troppe domande dopodiché lo aveva freddato e se n’era andato.
Mancavano ancora una decina di chilometri alla sua destinazione ma era tranquillo, nulla sarebbe andato storto. Parcheggiò l’auto e scese. Entrò nell’edificio che ospitava gli uffici nei quali lavorava e non timbrò l’ingresso. Nell’edificio erano presenti telecamere a circuito chiuso che però il sabato sera avevano smesso di funzionare. Ovviamente era stata opera sua ma nessno sarebbe mai arrivato a scoprirlo. Quando stava per arrivare l’ora dell’inizio delle attività andò a strisciare il badge e registrò il suo ingresso come aveva registrato ogni lunedì per molto tempo. Poi si mise a sedere e iniziò a lavorare.
Entrò il primo collega, lo salutò con sufficienza e si diresse a prendere un caffè. Stessa cosa fecero gli altri e infine il capo. L’uomo si alzò verso le dieci e si diresse tranquillamente verso l’ufficio del principale. Entrò e si sedette alla scrivania poi iniziò a parlare.
“In questi ultimi giorni sono venuto a conoscenza di una cosa.” esordì
“Te ne avrei parlato tra poco, non pensavo che la notizia fosse già trapelata e mi dispiace per come lo sei venuto a scoprire.”
“Fa bene a dispiacersi.” rispose l’uomo. Lo sguardo era diventato quello di una tigre che si prepara ad assalire la sua preda.
“Ti prego di calmarti, voglio essere chiaro, non c’è nulla di personale.” continuò il capo. Era un discorso che aveva fatto già parecchie volte e ogni singola parola suonava come una presa in giro.
“Oh, io sono calmissimo. Non sono mai stato così tranquillo.”
Infilò la mano nel cappotto che stava ancora indossando dalla mattina ed estrasse la pistola. Prima che il capo riuscisse a realizzare quello che stava accadendo si trovò un foro in fronte, esattamente come quello del vecchio che gli aveva venduto l’automobile. Il sangue schizzò per la maggior parte alle spalle della vittima disegnando un’orrenda figura informe sul muro bianco.
Nessuno aveva sentito niente, il capo non era nemmeno caduto, se fosse stramazzato al suolo avrebbe provocato un gran rumore visto le sue dimensioni non proprio atletiche. L’uomo si pulì con un paio di salviettine umidificate che aveva in un pacchetto tascabile e tornò nell’ufficio dove gli altri colleghi stavano lavorando. Andò in fondo alla sala e chiuse a chiave l’uscita. Si avvicinò al primo collega, quello che lo aveva sempre trattato male e lo uccise. Passò al secondo e poi al terzo e via via finché rimase l’ultimo. Aprì la porta, scese le scale e salì sull’automobile. Era stato un lavoro pulito, veramente ben fatto. Lasciò l’auto in riva al fiume, gettò la pistola e la busta sigillata con i soldi nell’acqua. Si cambiò le scarpe, ne mise un paio di due numeri più grandi che aveva da tempo in casa (un regalo di compleanno sbagliato) e fece attenzione a lasciare delle impronte fino all’asfalto. Lì proseguì per qualche decina di metri camminando in direzione opposta alla sua destinazione. Le auto che passavano lo avrebbero scambiato senza dubbio per uno dei tanti che pur di risparmiare raggiunge a piedi le sue mete. Si cambiò le scarpe quando vide che le altre non lasciavano più nessun tipo di impronta e si incamminò verso il parcheggio del centro commerciale. Recuperò la macchina e tornò sul posto di lavoro. Il suo posteggio era il meno in vista (forse rappresentava il suo valore per l’azienda) e in quel caso gli risultò piuttosto comodo. Era passata circa un’ora. L’uomo telefonò ai carabinieri per denunciare il fatto. La sua voce al telefono era disperata. Aveva dichiarato che un rapinatore era entrato e aveva ucciso tutti uscendo con dei contanti frutto di qualche consegna pagata in contrassegno. Disse che si era nascosto in bagno e non era uscito fino a quando non aveva sentito l’auto partire, si era affacciato sbirciando dal davanzale che dava sulla strada e aveva visto un’auto nera piuttosto vecchia andare via in velocità.
Gli inquirenti trovarono l’auto, delle impronte e nulla più. Dopo giorni di ricerche fu fermato un pregiudicato, uno che era anche un ex collega del vero colpevole ed era stato licenziato per i suoi comportamenti inappropriati e per mobbing nei confronti di tutti i colleghi.
L’alibi non reggeva e il caso venne chiuso.
La vendetta era compiuta.

Il parco

Non vedevo l’ora di andare a quel nuovo grande parco di divertimenti, ero ancora piccolo ed era la prima volta che i miei mi portavano in un luogo così. Le mie aspettative erano altissime, soprattutto per via dei racconti continui dei miei amici che erano già stati in qualche parco di divertimenti. Quando arrivammo parcheggiammo la macchina in un prato, non era un vero e proprio parcheggio asfaltato. Successivamente ci dirigemmo verso la biglietteria e papà mostrò dei buoni che aveva ricevuto al lavoro, li avevano dati a tutti gli operai e lui era il primo ad usufruirne. La cassiera aveva un’aria stanca e svogliata in contrasto con il bellissimo ingresso che ci trovavamo davanti. La faccia enorme di un pagliaccio conteneva un ragazzo che ci aspettava per strappare i biglietti. Stranamente eravamo gli unici visitatori ma pensai che qualcuno fosse già dentro e che noi fossimo arrivati molto dopo l’apertura.
“Buongiorno e benvenuti.” Disse il ragazzo in tono monocorde. Dovevano aver avuto un brutto inizio di giornata il ragazzo all’ingresso e la cassiera. Non ci pensai molto e insieme a mia sorella mi diressi verso l’interno del parco. I nostri genitori si tennero un po’ a distanza ma tenendoci sotto controllo. Eravamo troppo piccoli per le montagne russe così passammo direttamente ai percorsi interattivi. La cosa strana era che per ogni attrazione c’era una lunga fila di persone che stavano in silenzio e con le facce tristi. Metteva i brividi sentire soltanto il rumore delle ruote sui binari dell’ottovolante o il movimento delle altre giostre. Nessuna musica faceva di sottofondo, nessuna parola veniva pronunciata dalle migliaia di persone che salivano tristemente sulle attrazioni, scendevano e si mettevano in coda da un’altra parte. Non si provava gioia in quel parco nemmeno quando passò il clown che doveva essere la mascotte. Avevo sentito che le mascotte dei parchi erano sempre allegre ma questa non lo era. Fumava una sigaretta che per poco non incendiava i suoi grossi guanti. La sua grossa faccia identica a quella dell’ingresso assumeva espressioni proprie. Non era un costume come poteva essere topolino, era una vera faccia. Non tentai neanche di avvicinarmi, la sua tristezza era contagiosa. Ci allontanammo e ci infilammo in una delle file per un trenino panoramico. Mio padre chiese all’uomo che avevamo davanti a che ora chiudesse il parco e se era possibile uscire prima visto che a noi non piaceva.
“Oh, il parco è chiuso da decenni ormai. Per quanto riguarda l’uscita se la scordi. L’unico modo per rivedere il mondo esterno è salire sulle giostre. Dall’alto, per un secondo, potrà vedere la vita. Da qui non si esce.”
A quelle parole iniziammo a piangere. Quella gente stava facendo la fila soltanto per vedere il mondo esterno al parco; un parco chiuso da decenni ma ancora in funzione. Era impossibile. Ci dirigemmo tutti e quattro verso una palizzata in bamboo che delimitava il confine del parco. Mio padre estrasse il seghetto dal suo coltellino svizzero e iniziò a tagliare il duro legno. Arrivò sera, si era più volte dato il cambio con la mamma e alla fine aveva tagliato un tronco del diametro di almeno venti centimetri. Venne notte fonda quando riuscì a tagliarne un altro. Io e mia sorella ci infilammo e sgattaiolammo fuori. Mamma e papà tagliarono ancora fino al mattino. Avevano le mani piene di bolle sanguinanti e di calli. Passarono a fatica attraverso il varco che si erano creati; prima mamma e poi papà. Eravamo salvi ma lo stesso non poteva dirsi per le povere persone condannate a guardare la vita vera dalla cima di una giostra di quel girone infernale.

Written by

Lorenzo

Sono un grande appassionato di Cinema, soprattutto pellicole horror. Adoro anche il cinema classico e tutto ciò che non è mainstream. Sono anche un appassionato di videogiochi e serie Tv. Amo leggere e vado matto per Stephen King e Bruce Springsteen.