Quando sono arrivata a Saxa Rubra quel 24 novembre 2020 non avevo idea che quel giorno avrebbe segnato l’inizio di tutto quello che sarebbe venuto dopo. Ero ancora scossa, fragile, piena di paure e di dubbi, e mi sembrava di non appartenere a nessun posto.
L’anno del covid era stato un disastro e io mi sentivo come una persona rimasta indietro mentre tutti gli altri andavano avanti. Ma quel giorno, senza saperlo, ho messo il primo piede dentro la mia nuova vita.

Quando varcai l’ingresso della RAI mi sembrò di essere finita in un universo parallelo. Mi dissero di andare alla palazzina B e io non avevo idea di dove fosse. Vagavo tra i corridoi con la mia borsa, in punta di piedi, cercando di non dare l’idea di una che si è persa — anche se mi ero persa davvero.
Venivo da una realtà lavorativa completamente diversa: una libreria con un bancone, alcuni scaffali e un magazzino. Massimo dieci persone a lavoro, compreso il proprietario; lì dentro, invece, era come una città nella città: gente che andava e veniva, redazioni, regie, corridoi, palazzine ovunque. La RAI ha diverse sedi e quella di Saxa Rubra è una delle più grandi. C’è persino un bar e una mensa grande quanto un ristorante.
Ricordo che la prima cosa che pensai fu: “Qui non ce la farò mai.”  Non perché non volessi provarci, ma perché non sapevo se ero pronta.
Venivo da un periodo in cui tutto era crollato, e mi sembrava di non avere più la forza di ricominciare da capo.

Mi avevano assunto come tecnico video. Io però avevo studiato montaggio e sceneggiatura: il mio sogno era stare in una sala di montaggio, davanti al computer, a costruire storie. Invece mi ritrovavo in regia, con un mixer davanti e mille luci che lampeggiavano. Ero completamente fuori dalla mia zona di comfort. I primi giorni erano una confusione continua: non sapevo dove mettere le mani, chi chiamare, cosa dire. Mi guardavo intorno e tutti sembravano sapere perfettamente cosa fare, mentre io cercavo di imparare a respirare.

Eppure, giorno dopo giorno, qualcosa dentro di me cambiò. Mi accorsi che mi piaceva, che quel mondo così complesso, così diverso da tutto ciò che conoscevo, aveva un’energia particolare. La diretta, le prove, le luci accese, la voce del regista, i momenti in cui tutto deve funzionare — era adrenalina pura. Capii che, anche se non era il lavoro che avevo sognato, era quello di cui avevo bisogno in quel momento: un posto dove rimettermi in piedi.

La RAI, per me, è stata – ed è ancora –  come una scuola di vita. Mi ha insegnato cosa significa lavorare in un ambiente serio, con regole, diritti, tutele.
Venivo da mesi di caos totale, in cui lavoravo senza orari, senza ferie, senza garanzie. Qui, invece, tutto era organizzato: c’erano turni, pause mensa, buoni pasto, e soprattutto c’era rispetto. Per la prima volta dopo tanto tempo, mi sentivo tutelata. Mi arrivava lo stipendio a fine mese, e quella piccola certezza mi sembrava un lusso immenso. Non dovevo più preoccuparmi se ci sarebbe stato lavoro il giorno dopo, se il negozio avrebbe incassato, se qualcuno avrebbe rispettato gli impegni. Potevo respirare.

Ma la cosa più importante erano le persone. I colleghi.
Fin dal primo giorno mi hanno accolta come una di loro, senza farmi mai sentire l’ultima arrivata. Alcuni erano più grandi, con anni di esperienza; altri erano giovani come me, pieni di entusiasmo e voglia di imparare. Ricordo ancora la gentilezza con cui mi spiegavano le cose, il modo in cui si fermavano a darmi una mano, il sorriso con cui mi facevano sentire a casa. Fu proprio quell’affetto, quel senso di squadra, a farmi capire che avevo trovato il mio posto. Non era solo un lavoro, era un ambiente in cui potevo crescere, imparare, diventare adulta.

A confermare che finalmente la mia vita stava prendendo la piega giusta, il mio 2020 si è concluso nel migliore dei modi. Come succede nei film, mentre attraversavo il corridoio dello studio del Tg2, un ragazzo mi fermò con un sorriso e mi chiese:
«Ma tu sei la vicina di Daniele*, vero?»

Io risposi di sì, lui sorrise, e senza che lo sapessi, in quel momento era appena iniziata la mia favola.

*Daniele, il mio compagno d’università e vicino di casa — quello che mi aveva mandato il bando del concorso RAI.


Il 2021 arrivò poco dopo, e fu, senza esagerare, il mio anno più bello.
Era il mio primo anno di lavoro stabile, il primo in cui avevo una routine, uno stipendio, una certezza. Mi svegliavo con uno scopo, avevo un posto dove andare, un badge da timbrare, dei colleghi da salutare. Mi sentivo diversa. Più matura, più calma, più consapevole. Avevo imparato cosa voleva dire bastare a me stessa. E proprio in quell’anno, piano piano, cominciò a farsi strada dentro di me un pensiero nuovo: la voglia di indipendenza vera. Non quella che si finge quando vivi con qualcuno, ma quella che costruisci da sola. Volevo comprarmi una casa, mettere le basi per una vita mia. Era un pensiero che non avevo mai osato avere prima, ma nel 2021 prese forma. Forse perché, per la prima volta, mi sentivo stabile.

Il 2021, per me, è stato un anno pieno di luce. Mi ero laureata sotto Covid, in collegamento su zoom dalla mia camera, senza applausi, senza la festa che avevo sempre immaginato, ma avevo chiuso quel ciclo e iniziato un nuovo capitolo. E così, dopo mesi in cui non avevo festeggiato nulla, decisi che era arrivato il momento di riprendermi tutto.

Io e Riccardo durante la festa per la mia laurea triennale, il mio 22esimo compleanno e l’assunzione in Rai.

Il 10 settembre 2021 organizzai una festa per recuperare tutto quello che la pandemia mi aveva tolto: la laurea, il lavoro, il compleanno dei miei 22 anni che non avevo potuto celebrare. La feci a Lavinio, nella casa dove ho passato ogni estate da bambina. Una festa in piscina, semplice ma bellissima. Mi aiutarono ad organizzare tutto come volevo Riccardo, mia nonna e mia zia.
C’erano pochi invitati, ma era perfetto così. Eravamo tutti lì, in quel luogo che per me è casa, e per la prima volta da tanto tempo ho pensato che quella sera è stata la mia rivincita. Una rivincita emotiva, perché mi ero dimostrata che potevo rinascere, e una rivincita simbolica, perché avevo ricominciato davvero da zero. Non mi serviva più dimostrare niente a nessuno, nemmeno a me stessa.
Mi bastava sentirmi viva.

Uno dei ricordi più belli del 2021, insieme a quella festa, è il viaggio ad Amalfi con le mie sorelle. Era il nostro primo viaggio da sole, senza genitori, completamente organizzato da me. Siamo partite con la macchina piena di valigie e canzoni, come in un film. Dormivamo in un piccolo appartamento con vista mare, ci svegliavamo tardi, giravamo tra le stradine colorate, ridevamo per qualsiasi cosa.
C’era una libertà che non avevamo mai provato prima, un senso di sorellanza che non si può spiegare. Per me è stato un simbolo: la mia indipendenza e il mio legame con loro, insieme.
Le mie sorelle sono una delle parti più belle della mia vita. Con loro non serve parlare: basta guardarsi e ci capiamo. Amalfi è stata la prova che, qualunque cosa succeda, finché le ho accanto, non sarò mai sola.

Un’altra cosa che mi ha segnato profondamente in quell’anno è stato un consiglio che un collega mi diede poco prima di una diretta: «Non smettere mai di studiare.» Lo presi alla lettera. Mi iscrissi di nuovo all’università, alla magistrale in Editoria e Scrittura, sempre a Lettere e Filosofia.
Avevo voglia di crescere, di approfondire, ma con un approccio diverso: senza ansia, senza l’urgenza di arrivare. Era una scelta di libertà, non di dovere.

Se chiudo gli occhi e penso a quel periodo, vedo la piscina di Lavinio illuminata dalle luci, le mie sorelle che ridono, il rumore del mare in lontananza. Vedo me stessa che finalmente si sente al posto giusto. E penso che, sì, ce l’ho fatta davvero.

Il 2020 è stato l’anno in cui tutto è crollato.
Il 2021, invece, è stato l’anno in cui ho imparato a costruire da capo, con pazienza, amore e, soprattutto, con la consapevolezza che la vita — anche quando si spezza — trova sempre un modo per ricominciare.

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.