Il mio percorso di studi universitari è cominciato poco prima del periodo Covid e, nel corso degli anni, posso dire di aver avuto un’esperienza piuttosto completa: ho sperimentato diversi ruoli, dalla studentessa appena uscita dal liceo alla studentessa durante la pandemia con la didattica a distanza, fino alla studentessa lavoratrice, perché ho continuato a studiare anche dopo il Covid e dopo aver trovato lavoro. In totale ho studiato per circa sette anni, con in mezzo un anno “sabbatico”, conseguendo tre titoli di studio — una laurea triennale e due magistrali — tutte alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza. Ovviamente ho fatto tutto il percorso tradizionale: asilo, elementari, medie e superiori. Al liceo ho frequentato lo scientifico, non sono mai stata bocciata e ho sempre avuto buoni voti. Sono soddisfatta del mio percorso scolastico, ma devo dire che il Covid ha rappresentato una cesura importante che ha influenzato moltissimo il mio modo di studiare e di vivere l’università.
Perché ho scelto di studiare così tanto
Qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma perché hai studiato così tanto? Perché tutte queste lauree?”
In realtà ci sono diversi motivi.
Il primo è che sono una persona curiosa: mi piace imparare, scoprire, approfondire. Studiare non mi è mai pesato. Il secondo motivo è che sono sempre stata indecisa, perché mi appassionavano più campi contemporaneamente. Amo il cinema e la televisione, ma mi piace anche scrivere. Ho sempre sognato di fare la giornalista, e allo stesso tempo mi affascinava il mondo dell’editoria, dei libri e della scrittura. Poi c’era anche la storia, la mia più grande passione, che però mi sembrava difficile trasformare in un lavoro concreto.
Quindi dentro di me pensavo: perché devo scegliere per forza? Perché dovrei concentrarmi su una sola cosa, quando tutte mi piacciono?
Col tempo ho capito che non dovevo scegliere, ma potevo costruirmi un percorso che le unisse tutte.
Non è stata una consapevolezza immediata: è arrivata pian piano, anche grazie all’incoraggiamento di chi mi ha spinta a continuare (amici, professori, colleghi di lavoro). Studiare, lavorare e pagarsi l’università da sola non è semplice, ma ho capito che l’università serve, non solo come titolo, ma come percorso di crescita.
L’importanza dell’università e del metodo accademico
Viviamo in un’epoca in cui molte persone pensano che si possa imparare tutto da soli, con internet. È vero fino a un certo punto. L’autoapprendimento è utile, ma non può sostituire completamente la formazione accademica.
L’università ti dà qualcosa che non puoi trovare altrove:
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Professori che ti aprono prospettive nuove;
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Colleghi con cui confrontarti, crescere, discutere;
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Un metodo di studio rigoroso che ti abitua alla ricerca e all’approfondimento.
Studiare da soli può essere utile, ma è come vivere in un circuito chiuso. Ti mancano gli stimoli esterni, il confronto, il dibattito.
Ecco perché ho deciso di continuare a studiare: credo nel valore dell’università, nella qualità dell’insegnamento e nella responsabilità che deriva dal possedere una formazione solida.
Contro la divulgazione improvvisata
Un’altra ragione che mi ha spinta a studiare è il fatto che mi piace parlare e condividere ciò che so. Amo confrontarmi, creare dibattiti, divulgare, ma credo che per farlo serva una preparazione vera. Oggi chiunque può prendere un microfono e “fare divulgazione”, ma senza competenze si rischia di diffondere disinformazione.
Viviamo in un’epoca di fake news, fonti contrastanti e opinioni urlate. Per questo penso che servano voci autorevoli, non perché “migliori”, ma perché formate, consapevoli e responsabili. Chi ha studiato, ricevuto stimoli diversi e appreso un metodo di ricerca, ha inevitabilmente un approccio più equilibrato. Ecco perché per me studiare è anche un atto di etica personale.
I miei percorsi di studio
Come dicevo, mi sono specializzata in Arti e Scienze dello Spettacolo, nel comparto cinematografico e televisivo.
Lavoro in RAI nel reparto Produzione News (i telegiornali da Rai News al TG1, 2 e 3) come tecnico video. Poi ho conseguito una seconda laurea magistrale in Editoria e Scrittura, legata al mondo del giornalismo e della comunicazione (ma non sono giornalista!).
Infine, il mio ultimo percorso di studi è stato in Scienze Storiche, con specializzazione in Storia Moderna e Contemporanea — anche se la mia vera passione resta la storia medievale e moderna.
Io alla Sapienza mi sono trovata benissimo. Ovviamente questo non significa che non ci siano mai stati professori non all’altezza di essere chiamati tali o che non ci siano state situazioni un po’ complicate con la segreteria o con l’amministrazione in generale — perché sì, è capitato — ma nel complesso mi sono trovata davvero bene.
Tanti degli stereotipi che si sentono sull’università pubblica non li ho mai accusati. Ho trovato tantissimi docenti molto preparati, persone che mi hanno lasciato qualcosa di concreto, non solo la nozione fine a sé stessa dell’esame. Mi sono sentita seguita e accompagnata durante i miei percorsi di studio: i professori che ho avuto mi hanno affiancato, mi hanno guidata e, anche se la Sapienza è un grande ateneo, se tu ti sai organizzare, se rispetti le scadenze, prepari la documentazione e segui le procedure, riesci a ottenere qualsiasi cosa.
Io, ad esempio, ho fatto il percorso abbreviato: ho chiesto e ottenuto la convalida degli esami tra la magistrale di Editoria e Scrittura e quella di Storia Moderna, in modo da evitare di rifare esami doppioni. Ho anche fatto richieste per anticipare gli esami e per riconoscere il tirocinio lavorativo in RAI come tirocinio universitario. Tutte le pratiche che ho presentato sono andate a buon fine, anche se ogni tanto c’è stata qualche difficoltà di comunicazione con la segreteria didattica.
Nel complesso, però, la macchina amministrativa della Sapienza funziona, e secondo me è una delle università migliori di Roma.

Il mio metodo di studio
Nel corso degli anni mi sono creata un mio metodo di studio. Penso che frequentare le lezioni sia importante, ma non sempre è possibile — e non sempre ne vale davvero la pena.
Ho trovato molto utili quei docenti che caricavano le loro lezioni online su Classroom, anche solo per un periodo limitato: almeno ti danno la possibilità di recuperare. Per chi lavora, o per chi ha corsi che si sovrappongono, questa possibilità è fondamentale. Ti aiuta a seguire tutto, quasi come se fossi Hermione Granger di Harry Potter. Questa apertura, però, è arrivata solo grazie al Covid.
Mi ricordo che quando ho iniziato la triennale era facile incappare in professori gelosi del proprio materiale, come Gollum con l’anello: non volevano condividere nulla. C’era (e c’è tutt’ora) diffidenza verso i non frequentanti, come se fossero studenti svogliati o menefreghisti. In realtà, i non frequentanti non sono stronzi che odiano l’università, ma spesso sono persone che lavorano o che hanno altri corsi nello stesso orario.
Per questo trovo stupido penalizzarli: sarebbe molto più giusto rendere tutto il materiale disponibile online, non solo dispense o slide, ma anche le lezioni intere.
Ovviamente questo non significa che bisogna spingere la didattica a distanza all’estremo. Durante il Covid, con i professori dietro uno schermo e nessuna interazione, si è perso tanto. Alcuni esami, come Miniatura medievale o altri corsi pratici, non funzionano bene online: serve il contatto diretto. Secondo me, la soluzione sta nel trovare un equilibrio. La didattica a distanza non deve sostituire quella in presenza, ma deve coesistere con essa per aiutare chi non può frequentare. Non significa sminuire l’apprendimento o togliere valore alla classe.
È chiaro che anche per i professori sia difficile insegnare a studenti che rispondono solo tramite messaggi invece di alzare la mano e partecipare.
Ma la disponibilità a caricare il materiale e le registrazioni resta fondamentale: chi lavora o ha orari complicati deve poter recuperare. Purtroppo, ho notato che molti professori, finita l’emergenza Covid, sono tornati alle vecchie abitudini. Hanno smesso di condividere le lezioni e sono tornati al modello chiuso di prima. Altri, invece, hanno capito l’importanza della digitalizzazione e hanno continuato a caricare materiale su Classroom, aiutando davvero gli studenti.
I colleghi universitari

Un altro tema a cui tengo molto sono i colleghi. Spesso vengono sottovalutati, ma io penso che siano fondamentali. All’università molti pensano solo per sé, perché i corsi sono grandi e non c’è la stessa atmosfera del liceo. È comprensibile, ma è anche un peccato, perché la condivisione è una risorsa enorme. Sia quando ero solo studentessa, sia quando ero studentessa lavoratrice, ho sempre cercato di fare amicizia, collaborare, scambiare appunti e riassunti. Avere qualcuno che ha già sostenuto un esame può fare la differenza: ti spiega com’è il professore, che tipo di domande fa, o magari ti passa materiale utile. Ho sempre usato piattaforme come Docsity e Studocu che per me sono state fondamentali. Scambiarsi mappe, schemi, file e riassunti è parte integrante dello studio.
Come organizzavo gli esami
Per me la pianificazione era tutto. All’inizio di ogni anno analizzavo attentamente il piano di studi, distinguendo tra esami obbligatori e opzionali. I gruppi opzionali, i famosi “esami a scelta libera”, io li selezionavo in modo strategico: sceglievo materie che mi interessavano, certo, ma anche programmi facili da reperire online o docenti di cui avevo sentito parlare bene dai colleghi.
Un altro filtro importante per costruire il piano di studi era il calendario delle lezioni. Non volevo trovarmi con troppi corsi tutti nel primo semestre e niente nel secondo, o viceversa. Non avrei potuto frequentare le lezioni e non avrei neanche potuto dare tutti gli esami nella stessa sessione. Così costruivo un percorso equilibrato:
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3 o 4 corsi al primo semestre,
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3 o 4 corsi al secondo,
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e sessioni di esame bilanciate tra gennaio/febbraio e giugno/luglio.
Questo metodo mi ha permesso di gestire bene i tempi, senza stressarmi, e di laurearmi in tempi record.
Per entrambe le magistrali ho impiegato un anno e mezzo per completare tutti gli esami, dedicando il resto del tempo alla tesi.
La tesi e i professori
Per quanto riguarda la tesi, ho sempre avuto un approccio diretto. Una volta scelto l’argomento e definito il percorso con il relatore, cominciavo subito a scrivere. Leggevo le fonti, impostavo la scaletta, e procedevo a cannone, come dico sempre. Non ho mai aspettato l’ok definitivo del professore per ogni capitolo, perché altrimenti non si finisce più. Una volta che hai chiaro il taglio della ricerca, devi andare avanti da solo.
Nella maggior parte dei casi, i professori non sono interessati a ogni singola pagina che scrivi — a meno che non si tratti di un progetto di ricerca che riguarda loro direttamente. Quindi il mio consiglio, anche a chi mi chiede, è sempre: non stressatevi troppo per la tesi.
Alla fine, è un lavoro che importa soprattutto a chi la scrive.

In generale, l’università per me è stata ed è tuttora una parte importante della mia vita.
Mi ha formato, mi ha dato metodo, disciplina, e mi ha insegnato a credere nel valore del sapere.
Però, dopo sette anni di studio, ho capito anche che il metodo universitario tradizionale mi stressa molto. Scadenze, tasse, appelli, obblighi — sono cose che pesano. Nonostante questo, continuerò a studiare, ma in modo diverso: da privatista, per passione personale, non più per dovere accademico. Ormai ho già dato! Per me lo studio è una scelta, non un’imposizione.
Qui Sara Scrive, passo e chiudo!




