Se dovessi definire il 2020 con una parola sola, direi che è stato l’anno della frattura. Non solo per il Covid, ma per tutto quello che è successo insieme, come se la mia vita fosse stata messa in un frullatore e poi rovesciata sul tavolo, pezzo per pezzo, senza un ordine preciso. È stato l’anno in cui è crollato tutto quello che conoscevo, ma anche l’anno in cui, senza volerlo, ho iniziato a ricostruirmi. Scrivo questo articolo a distanza di 5 anni dalla prima volta che avevo affrontato l’argomento (trovate il mio commento a caldo sugli eventi trattati anche in questo post qui!) e diciamo che il mio modo di vedere le cose è leggermente cambiato.
All’inizio del 2020, se qualcuno mi avesse chiesto com’era la mia vita, avrei risposto che stava andando bene. Ero fidanzata, studiavo all’università, avevo i miei nonni accanto e una famiglia che, tutto sommato, stava bene. Avevo appena ricevuto una proposta di matrimonio, ero felice, o almeno così mi sembrava. Mi sentivo una studentessa come tante, con una vita normale, un futuro che si stava disegnando davanti ai miei occhi. E invece, nel giro di pochissime settimane, tutto si è sgretolato.
Ricordo perfettamente il 9 marzo. Giuseppe Conte annunciava alla nazione che da quel momento l’Italia sarebbe entrata in lockdown. Il giorno dopo era il mio compleanno, il 10 marzo, e mai avrei potuto immaginare che sarebbe stato uno dei giorni più assurdi della mia vita. Quel giorno, mentre l’Italia intera si chiudeva in casa e tutti vivevamo la sensazione di non sapere cosa ci aspettava, io ricevetti una telefonata dal mio ex. Una telefonata di pochi minuti, giusto il tempo di dirmi che era finita.
Era come se qualcuno avesse spento la luce. Tutto insieme. L’amore, la vita normale, la routine, il futuro. Io, che fino a una settimana prima mi sentivo amata, sicura e stabile, mi sono ritrovata completamente da sola. Non solo per la rottura, ma anche perché i miei nonni, con cui vivevo, erano partiti poco prima per il loro solito viaggio a Tenerife — quel viaggio che facevano tutti gli anni, perché il caldo alleviava i dolori alle articolazioni e perché, anche a ottant’anni, loro erano due vecchietti inarrestabili. Quell’anno però le cose andarono diversamente: quando chiusero gli aeroporti, rimasero bloccati là.
Io restai a Roma da sola, chiusa in casa, in una città silenziosa come non lo era mai stata. I miei genitori avevano perso il lavoro perché, con le restrizioni, le case vacanze erano rimaste vuote, senza turisti, senza prenotazioni. Non sapevo cosa fare, non sapevo dove andare, non sapevo nemmeno da dove ricominciare. I primi tempi del lockdown sono stati surreali. Passavo le giornate in silenzio, a pensare e a studiare per finire gli ultimi esami. Avevo ancora qualche materia della triennale da dare, perché mi sarei laureata a gennaio del 2021, ma in realtà tutto il lavoro finale lo stavo facendo in quei mesi sospesi, in cui l’unica cosa possibile era studiare e aspettare. È stato un periodo in cui ho imparato, senza rendermene conto, a stare da sola. Non per scelta, ma per necessità. Ho iniziato a guardare tantissimi film, ad allenarmi, a prendermi cura delle piante che avevo in terrazzo e a scrivere tanto.
Poi, quando le cose hanno cominciato lentamente a riaprirsi, è successo un piccolo imprevisto che ha cambiato il corso di quell’anno: un mio amico, conosciuto in quel periodo, mi aveva proposto di lavorare nella sua libreria. Si trovava vicino al Vaticano, vendeva libri religiosi e testi particolari, ma faceva anche tante spedizioni online. All’inizio era un lavoretto part-time, un modo per distrarmi, per uscire dal guscio della solitudine e ritrovare una specie di routine. Non sapevo che quella proposta, apparentemente innocente, mi avrebbe trascinata in una delle esperienze più faticose e formative della mia vita.
Iniziai a lavorare lì con entusiasmo. Era un ambiente piccolo, ma vivo, e all’inizio mi piaceva l’idea di imparare qualcosa di nuovo. Poi, pian piano, quel rapporto di lavoro si trasformò in qualcosa di più. Io e lui, il proprietario, cominciammo a passare tanto tempo insieme, a condividere tutto: le giornate, il lavoro, le preoccupazioni. E inevitabilmente, ci siamo messi insieme.
Col senno di poi, so che è stato un errore, ma allora non lo vedevo. Avevo bisogno di un appoggio, di qualcuno che mi facesse sentire utile, e lui era lì. Quella relazione però, invece di salvarmi, mi ha intrappolata. Lavoravamo insieme tutto il giorno, vivevamo insieme, non esisteva più una distinzione tra la mia vita personale e quella professionale. Aprivo il negozio alle sette del mattino, stavo in piedi fino a sera, e poi, una volta a casa, mi mettevo a studiare. A volte non mangiavo, altre volte saltavo il pranzo perché non c’era tempo, e la domenica lavoravo da remoto per rispondere all’assistenza clienti di Amazon, spiegando a chi comprava dove fossero finiti i pacchi.
Non era un lavoro, era un vortice. Ero arrivata a un punto in cui non riuscivo più a distinguere me stessa da quella libreria. Facevo di tutto: stavo in cassa, gestivo gli ordini, impacchettavo, facevo le spedizioni, parlavo con i fornitori, rispondevo alle email. Ero diventata indispensabile, ma anche invisibile. Non mi fermavo mai, eppure mi sembrava di non fare abbastanza. In realtà, oggi lo so, ero semplicemente dentro una situazione tossica. Non perché qualcuno mi obbligasse, ma perché io stessa non ero in grado di uscirne. Mi ero fatta trascinare dagli eventi, un po’ per amore, un po’ per senso di dovere, un po’ perché non avevo la lucidità per capire che stavo sacrificando la mia libertà. Quando vivi certe situazioni, non te ne accorgi subito: ti convinci che vada bene così, che ogni relazione abbia i suoi alti e bassi, che il lavoro sia faticoso per tutti. Ma non è vero.
Ero arrivata a un punto di esaurimento. Lavoravo e studiavo insieme, dormivo pochissimo, a volte restavo sveglia fino alle tre di notte per finire un capitolo in più dopo una giornata intera in piedi. Non avevo più tempo per me, eppure andavo avanti, come un’automa. Non mi lamentavo, pensavo che fosse normale.
Nel frattempo, il concorso in RAI era uscito, e un mio compagno di università, Daniele — che tra l’altro abitava vicino a casa mia — mi aveva mandato il bando. Mi aveva detto: “Guarda, stanno cercando personale tecnico, prova a iscriverti, non si sa mai.” Io avevo studiato sceneggiatura e montaggio, e mi sembrava un’occasione coerente con il mio percorso. Così, senza crederci troppo, ho fatto domanda. Non avevo aspettative, anzi, ero convinta di non avere possibilità. Poi, qualche mese dopo, arrivò la notizia che avevo passato tutte le prove. Mi chiamarono per dirmi che ero stata selezionata. E lì, invece di essere felice, ebbi paura. Paura di cambiare, paura di lasciare quella libreria in cui, nonostante tutto, avevo investito tanto. Ero talmente confusa che, per un attimo, pensai di rinunciare.
Lo dissi in famiglia, e mia zia — che aveva sempre capito più di me — perse la pazienza. Mi disse che ero folle a voler rifiutare un’occasione del genere per colpa di una relazione che non valeva nulla. E aveva ragione. Tutti l’avevano capito, tranne me. Io continuavo a credere che lui avesse bisogno di me, che dovessi restare. Ma il destino, a volte, fa quello che tu non hai il coraggio di fare. Quando lui seppe che ero stata presa in RAI, non ci pensò due volte a buttarmi fuori. Dal lavoro e da casa. Aspettò 5 giorni da quella notizia, aspettò di vedermi andare a lavorare a Saxa Rubra e poi, una mattina, mi scrisse un messaggio dicendo: “Non tornare a casa”. Nel giro di pochi giorni mi ritrovai senza un posto dove dormire, con tutte le mie cose ancora da recuperare. Fu un disastro. Eppure, col senno di poi, penso che sia stata la mia salvezza.
Così, a novembre del 2020, mi ritrovai ad affrontare una nuova svolta, cominciata con la firma del contratto con la RAI. Ricordo quella data come se fosse oggi: 24 novembre 2020. Mi chiamarono all’improvviso, mi dissero che dovevo andare a Viale Mazzini per firmare. Io pensavo che fosse solo una formalità, e invece no. Appena arrivata mi dissero: “Oggi cominci.”
Non ero preparata. Avevo preso la macchina scassata di mio nonno, pensando di tornare dopo un’ora in libreria, e invece mi spedirono a Saxa Rubra. Non avevo pranzato, non avevo avvisato nessuno, non avevo idea di dove stessi andando. Ricordo ancora la sensazione di spaesamento quando arrivai lì: palazzine ovunque, corridoi, uffici, gente che correva, nomi che non conoscevo, reparti infiniti. Io, abituata a un negozio di dieci metri quadrati, mi ritrovavo in un’azienda enorme, un mondo completamente diverso.
Eppure, nonostante tutto, quel giorno segnò l’inizio della mia rinascita.
Qui Sara Scrive, passo e chiudo!




