Ho visto The Drama e una delle cose che mi ha colpito di più è che non è un film che finisce quando escono i titoli di coda. È uno di quei film che continuano a esistere dopo, nelle discussioni che fai con le altre persone. Infatti, la parte più interessante per me non è stata tanto guardarlo, quanto parlarne successivamente e confrontare punti di vista diversi.

ATTENZIONE QUESTO POST CONTIENE SPOILER

Questa riflessione nasce dopo una lunga discussione e analisi insieme a mia sorella Giulia – che ringrazio – nella quale ci siamo provate a dare risposte ad ogni questione sulla storia di Emma e Charlie. La domanda che mi sono posta fin dall’inizio è stata molto semplice: avrei mai sposato una persona che mi confessa di aver pianificato – in adolescenza – una sparatoria di massa  poco prima del matrimonio? La mia risposta istintiva è stata no.

Però, riflettendoci meglio, mi sono resa conto che la questione è molto più complessa. Da un lato, infatti, lei quella strage non l’ha mai compiuta. L’arma era già in casa e, alla fine, non ha sparato a nessuno. Dall’altro lato, però, sappiamo che non ha rinunciato perché ha avuto una profonda illuminazione morale. Ha rinunciato perché un’altra sparatoria era avvenuta prima della sua e questo ha cambiato il corso degli eventi. Ed è proprio questo che mi lascia nel dubbio.
Non sapremo mai se avrebbe davvero avuto il coraggio di premere il grilletto, perché pensare di fare una cosa e farla realmente sono due cose molto diverse. Secondo me il film è interessante proprio perché mette lo spettatore davanti a questa zona grigia.
Da una parte c’è il fatto che aveva già portato l’arma a scuola. Questo è un elemento oggettivamente inquietante. Dall’altra parte, però, non possiamo sapere se sarebbe arrivata davvero fino in fondo. Nemmeno lei, probabilmente, può saperlo.

È spaventoso sapere che era arrivata fino a quel punto, soprattutto perché nel suo caso non esiste la classica giustificazione cinematografica. Non c’è il trauma devastante, non c’è l’evento terribile che ti porta automaticamente a comprendere perché una persona sia arrivata a progettare una cosa del genere. Questa, per me, è stata una delle scelte più intelligenti del film. La protagonista non può rifugiarsi dietro la scusa del grande trauma.
Non ha subito qualcosa di così estremo da far pensare immediatamente: «Ecco perché è arrivata a questo punto». Ed è proprio questo che rende la situazione più inquietante. Se una persona mi confessasse una cosa del genere poco prima del matrimonio, sicuramente reagirei male. Mi sembrerebbe di non conoscere più la persona che ho davanti. Allo stesso tempo, però, credo che molto dipenderebbe da chi quella persona è oggi. Dipenderebbe dal rapporto che abbiamo nel presente, dal modo in cui me lo racconta e soprattutto dal motivo per cui non me lo ha detto prima.
Nel film, almeno, c’è un elemento che gioca a favore della protagonista: è lei stessa a raccontare tutto spontaneamente. Nessuno la scopre. Nessuno la smaschera. È vero che era ubriaca, ma forse l’alcol le ha semplicemente dato il coraggio di liberarsi di un peso che si portava dentro da anni.

Anche il tema dell’attivismo anti-armi è molto interessante. All’inizio mi era sembrato quasi ipocrita. Poi però ho iniziato a chiedermi se dietro ci fosse stato un reale percorso di crescita. Il problema è che il film non ci dà una risposta chiara.
La cosa che mi ha lasciata più perplessa è che non vediamo mai una vera assunzione di responsabilità. Non vediamo mai la protagonista dire apertamente: «Ragazzi, oggi combatto contro le armi, ma in passato sono stata io stessa vicinissima a fare una cosa terribile». Una frase del genere avrebbe rappresentato una vera presa di coscienza. Avrebbe dimostrato maturità. Avrebbe mostrato un cambiamento. Invece ho avuto spesso la sensazione che volesse semplicemente nascondere quella parte della sua vita. Naturalmente bisogna anche riconoscere che il film non approfondisce molto questo aspetto. Ed è per questo che, per me, il giudizio finale dipende soprattutto da una domanda: chi è diventata questa persona oggi?
Perché tutti possiamo sbagliare. La vera questione è come affrontiamo i nostri errori. Quello che mi è mancato è proprio la percezione di una reale presa di consapevolezza. Non tanto la vergogna. La vergogna è evidente. La protagonista si vergogna profondamente di quello che stava per fare. Ma vergognarsi non è la stessa cosa che comprendere. Non è la stessa cosa che guardare in faccia il proprio errore e capire fino in fondo perché fosse sbagliato.
Per questo, paradossalmente, avrei trovato più convincente una situazione in cui lei avesse davvero commesso qualcosa di grave e fosse stata costretta ad affrontarne le conseguenze. Perché il carcere, almeno in teoria, serve anche a questo. Serve a permettere a una persona di riflettere sui propri errori. Non perché sparare a qualcuno sia una cosa che capita a tutti, ovviamente. Inoltre mi sto riferendo a possibili mezzi di redenzione in scenari alternativi che avrebbero aiutato meglio a comprendere la protagonista.

Tutti, in modi diversi, commettiamo errori e a seconda della gravità dell’errore esistono percorsi di responsabilizzazione differenti. Se rispondi male a un amico, affronti certe conseguenze. Se commetti un reato, ne affronti altre. Esistono livelli diversi di responsabilità e di redenzione. Ed è proprio qui che il film mi ha lasciato più dubbi. Perché noi non vediamo mai il suo vero percorso di redenzione. Non la vediamo confrontarsi fino in fondo con ciò che stava per fare. Non la vediamo davanti alla scelta definitiva. Non la vediamo affrontare davvero le conseguenze delle sue azioni. E così rimaniamo sospesi in una zona grigia.

Sappiamo che non ha sparato. Sappiamo che era vicinissima a farlo.

Sappiamo che qualcosa l’ha fermata. Ma non sappiamo davvero chi sarebbe diventata se quella giornata fosse andata diversamente. Ed è proprio questa incertezza che rende il film così interessante da discutere.

La motivazione, l’identità e il dubbio morale

La cosa che mi ha colpito di più, però, non è soltanto il fatto che fosse arrivata a progettare una sparatoria. Quello che mi ha davvero inquietata è la motivazione. Se penso a una persona che arriva a compiere un gesto estremo dopo aver subito un trauma enorme, dopo anni di violenze, di abusi o di persecuzioni, riesco almeno a comprendere il percorso mentale che l’ha portata fino a quel punto. Non lo giustifico, ma riesco a individuare una causa precisa.

Nel caso della protagonista, invece, mi sembra che la motivazione sia molto più generica. Lei vive un malessere diffuso. Si sente esclusa. Si sente giudicata. Ha l’impressione che nessuno si interessi davvero a lei.  E a questo si aggiunge una sorta di fascinazione per le armi.
Proprio questa combinazione è ciò che mi spaventa. Perché significa che una persona può arrivare a immaginare una violenza enorme non per una ragione specifica, ma per un insieme di insicurezze e fragilità molto più vaghe.

Dopo aver visto il film ho riflettuto anche sul mio rapporto con le armi. Personalmente non ho mai trovato nulla di affascinante in una pistola o in un fucile. Anzi, mi sono resa conto che in quasi trent’anni di vita non ho mai visto una pistola vera da vicino. Le ho viste soltanto nelle fondine dei carabinieri, dei poliziotti o delle guardie giurate. Sempre nascoste, sempre dentro la fondina.
Gli unici fucili o pistole che abbia mai osservato realmente sono quelli conservati nelle teche dei musei, quelli del Seicento, dell’Ottocento o comunque appartenenti ad altre epoche storiche. Per questo faccio fatica a comprendere quella fascinazione.

Eppure nel contesto americano il rapporto con le armi è completamente diverso. Secondo me anche questo aspetto ha un peso enorme. Crescere in una casa dove c’è un’arma, vedere figure di riferimento che le utilizzano normalmente, vivere in una cultura in cui le armi sono percepite come qualcosa di ordinario, inevitabilmente influenza il modo in cui le guardi. Ma non credo che questo basti da solo a spiegare tutto.
La mia impressione è che lei cercasse soprattutto un’identità. Si sentiva invisibile. Si sentiva quella esclusa.
Quella che nessuno considerava…e allora ha iniziato a costruirsi un’immagine alternativa di sé. Non più la ragazza rigettata da tutti, ma la ragazza forte, quella che si ribella, che sfida il mondo. In qualche modo ha trovato questa identità proprio nella pistola. Come se quell’arma le restituisse un potere che nella vita quotidiana sentiva di non avere ed è qui che nasce un altro dubbio che il film non risolve mai.

Proprio perché le motivazioni mi sembrano relativamente superficiali, non sono convinta che avrebbe davvero sparato. Sì, aveva portato l’arma a scuola. Sì, aveva pianificato tutto. Ma tra portare un’arma e premere il grilletto esiste una differenza enorme.

Forse aveva costruito nella sua mente un personaggio.

Forse voleva sentirsi qualcuno.

Forse voleva sentirsi potente.

Ma non sono sicura che avrebbe davvero avuto il coraggio di arrivare fino in fondo. Naturalmente questo non rende la situazione meno inquietante. Anzi. Perché dimostra che era arrivata molto vicina a un punto di non ritorno. Però il dubbio resta: il film lascia volutamente questo dubbio aperto. Forse l’avrebbe fatto. Forse no. Non possiamo saperlo.

Anche l’età è un elemento che mi fa riflettere: aveva quattordici anni o quindici anni. In ogni caso, a quell’età non hai ancora compreso davvero tante cose. Non hai ancora sperimentato fino in fondo l’amore. Non hai ancora sviluppato completamente la tua visione del mondo. Non hai ancora capito pienamente il valore della vita umana. Per questo trovo difficile esprimere un giudizio assoluto.
Il film funziona proprio perché ci costringe a convivere con questa incertezza.

Ognuno finisce inevitabilmente per attribuire alla protagonista intenzioni diverse. C’è chi vede una potenziale assassina. C’è chi vede una ragazza smarrita. C’è chi vede una persona cambiata.C’è chi vede una persona che non è mai davvero cambiata. Io continuo a pensare che il vero nodo della questione sia un altro.

Non basta dire: «Ho capito che era sbagliato.» Quello è il minimo.
Quello che mi interessa capire è se una persona abbia compreso davvero perché fosse sbagliato. Perché un autentico percorso di crescita nasce quando una persona arriva a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni. Se ti trovi davanti a qualcuno con un’arma in mano e decidi di non sparare, forse in quell’istante capisci che la vita di una persona vale più della tua rabbia. Forse capisci che davanti a te non c’è un simbolo, non c’è un nemico generico, ma un essere umano.

Oppure esiste un altro percorso. Quello del carcere. Quello della responsabilità. Quello di chi è costretto a guardare in faccia ciò che ha fatto e a conviverci per anni. Nel caso della protagonista non vediamo nulla di tutto questo. Vediamo invece una ragazza che entra nel mondo dell’attivismo anti-armi quasi per caso. È questo che mi lascia perplessa. Perché non riesco a capire se sia stata davvero una scelta consapevole oppure se si sia semplicemente lasciata trascinare dagli eventi. Ci sono diverse scene che mi hanno dato questa impressione.

Quando arriva la notizia della sparatoria, gli altri discutono, parlano, si confrontano. Lei resta in disparte. Quando le chiedono un’opinione, non emerge una vera riflessione personale. Successivamente, quando entra nel gruppo di attivismo, sembra trovare soprattutto qualcosa che le era mancato per tutta la vita: l’appartenenza. Gli amici. L’attenzione. La considerazione. La sicurezza in sé stessa. Per la prima volta non si sente esclusa e si sente parte di qualcosa. Allo stesso tempo, questo è molto diverso dal fare una riflessione morale sul proprio passato. Io vedo una ragazza che smette di sentirsi odiata dal mondo, ma non vedo necessariamente una ragazza che comprende fino in fondo ciò che stava per fare. Questa  è una differenza enorme. Perché una persona può cambiare comportamento semplicemente perché trova un ambiente che la accoglie, ma questo non significa automaticamente che abbia elaborato criticamente il proprio passato.
Per questo continuo a chiedermi se abbia davvero maturato una consapevolezza oppure se abbia semplicemente trovato un nuovo gruppo a cui appartenere. E il film, ancora una volta, sceglie di non rispondere.

Maturità, responsabilità e ipocrisia

Un altro aspetto che mi ha fatto riflettere riguarda il tema della maturità. È vero che non possiamo controllare completamente ciò che proviamo: se una persona è incline alla rabbia, alla tristezza o alla frustrazione, non può semplicemente decidere di smettere di provare quelle emozioni. Possiamo però controllare il modo in cui reagiamo a ciò che sentiamo, ed è qui che, secondo me, entra in gioco la maturità.

Per questo motivo non credo che il problema principale sia ciò che la protagonista provava a quattordici anni. La vera questione è capire se oggi abbia imparato a gestire quelle emozioni in maniera diversa. Esistono infatti moltissimi esempi di persone che nel corso della vita sono cambiate radicalmente: persone che in passato erano violente e che successivamente sono diventate completamente diverse, oppure individui coinvolti in guerre, criminalità organizzata, bande o situazioni estremamente difficili che hanno poi intrapreso percorsi totalmente opposti. Per questo continuo a pensare che la domanda fondamentale non sia tanto: «Che cosa voleva fare a quattordici anni?», quanto piuttosto: «Chi è diventata oggi?». E anche qui il film lascia tutto sospeso.

C’è poi un altro elemento che mi fa riflettere: quanto era reale la sua intenzione di sparare? Nemmeno lei può saperlo con certezza. Può sapere di aver portato l’arma a scuola e di aver immaginato quella possibilità, ma non può sapere se sarebbe davvero arrivata fino in fondo. Nel film racconta di aver cambiato idea dopo aver saputo della sparatoria avvenuta altrove e questa, per me, è una circostanza molto significativa. Se una persona è davvero determinata a compiere una strage, il fatto che qualcun altro l’abbia fatta prima non dovrebbe fermarla. In teoria non dovrebbe cambiare nulla. Nel suo caso, invece, quella notizia modifica completamente la situazione.

Questo mi porta a pensare che forse le sue motivazioni fossero meno profonde di quanto possa sembrare. Forse non era realmente pronta a uccidere; forse stava cercando altro, attenzione, una forma di identità o semplicemente un modo per sentirsi speciale. Naturalmente sono solo ipotesi e il film non ci dà una risposta definitiva, ma è una possibilità che continuo a considerare. Anche perché non stiamo parlando di una persona che ha acquistato un’arma appositamente, studiato ogni dettaglio o preparato meticolosamente ogni passaggio. L’arma era già in casa, lei l’ha presa e l’ha portata con sé. Anche qui esiste una distanza enorme tra il gesto preparatorio e l’azione definitiva, ed è proprio questa distanza uno degli aspetti più interessanti del film.

Un’altra questione che mi ha colpito molto riguarda il comportamento degli altri personaggi. Paradossalmente, quasi tutti sembrano prontissimi a giudicare la protagonista, nonostante abbiano a loro volta comportamenti discutibili, a volte persino peggiori di quanto siano disposti ad ammettere. Penso soprattutto all’amica. È interessante vedere quanto rapidamente si senta autorizzata a condannare una persona per qualcosa che appartiene al suo passato, quando lei stessa non è certo un modello di maturità. Basta pensare alla battuta che fa durante il matrimonio, quando racconta che, nel momento in cui le è stato chiesto di fare da testimone, il suo primo pensiero è stato: «Ma non ha altri amici veri?».

Una frase del genere mi dice molto sul personaggio. Mi parla di una persona che prova piacere nel mettere in difficoltà gli altri, che tende a sentirsi superiore e che ama giudicare. Questo rende ancora più interessante la sua reazione nei confronti della protagonista, perché viene spontaneo chiedersi chi sia davvero nella posizione di giudicare.

Anche l’episodio del bambino disabile mi ha colpita moltissimo. In quel caso non stiamo parlando di una fantasia o di un’intenzione, ma di un’azione reale. Ha preso un ragazzino fragile e vulnerabile, lo ha chiuso in uno spazio ristretto e se n’è andata. Se fosse successo qualcosa? Se quel bambino fosse morto o fosse rimasto ferito? Eppure quella stessa persona si sente autorizzata a salire sul piedistallo morale e a condannare qualcun altro.

Questo mi ha fatto riflettere molto sull’ipocrisia dei personaggi e, più in generale, sull’ipocrisia delle persone. Spesso siamo velocissimi a individuare gli errori degli altri e molto meno rapidi a riconoscere i nostri. Mi viene sempre in mente la parabola della pagliuzza nell’occhio dell’altro e della trave nel proprio, ed è esattamente ciò che vedo in molte delle reazioni presenti nel film.

Io posso capire se qualcuno fa del male direttamente a me: in quel caso la rabbia è comprensibile. Ma quando una persona ti racconta una parte oscura del proprio passato, contestualizzandola e spiegandoti chi era in quel momento della sua vita, credo che sia necessario fare uno sforzo ulteriore. Bisogna cercare di capire e contestualizzare. Questo non significa giustificare, ma comprendere. Ed è proprio quello che sto cercando di fare.

Per questo motivo trovo che la discussione sia molto più interessante del semplice giudizio. Il film non parla soltanto di ciò che la protagonista stava per fare, ma anche della facilità con cui gli altri si sentono autorizzati a condannarla. Osservando attentamente i personaggi, mi sembra evidente che quasi tutti abbiano qualcosa da nascondere, che quasi tutti abbiano fatto qualcosa di cui vergognarsi e che quasi tutti abbiano i propri scheletri nell’armadio.

È proprio questo che rende la situazione così complessa. Nessuno, all’interno della storia, appare veramente innocente e nessuno sembra davvero nella posizione di distribuire sentenze. Ed è proprio questa complessità morale, secondo me, una delle cose più riuscite del film.

Empatia, giudizio e complessità umana

C’è poi un’altra riflessione che continuo a farmi e riguarda il tema dell’empatia. Personalmente faccio fatica a comprendere fino in fondo come una persona possa arrivare a progettare una cosa del genere. Quando voglio bene a qualcuno combatto per quella persona e non riesco a immaginarmi mentre pianifico deliberatamente di fare del male a qualcuno, mentre progetto un omicidio o organizzo una sparatoria di massa. Per me entra immediatamente in gioco l’empatia, cioè la capacità di immaginare cosa prova l’altro e di vedere nell’altra persona un essere umano. Addirittura, a volte, mi capita di pensare a cosa proverebbe una formica che vede la propria vita interrompersi improvvisamente. Può sembrare assurdo, ma per me il punto è proprio questo: la capacità di riconoscere valore alla vita, anche nelle sue forme più piccole. Per questo faccio fatica a comprendere una persona che arriva a considerare la possibilità di togliere la vita a decine di individui.

Allo stesso tempo, però, non sono completamente convinta che empatia e amore siano qualità esclusivamente innate. Credo che l’ambiente abbia un peso enorme e che il contesto in cui cresci influenzi profondamente il modo in cui impari a guardare gli altri. Naturalmente esistono situazioni particolari, problemi neurologici, psicologici o biologici che rappresentano un discorso diverso, ma in generale penso che le persone vengano modellate anche dall’ambiente in cui vivono.

Ed è forse anche per questo che il film evita accuratamente di darci una risposta definitiva. Non ci mostra mai davvero cosa pensa la protagonista, non ci fa entrare nel suo dialogo interiore e non ci offre una scena in cui arriva a una conclusione morale chiara. Credo che questa sia una scelta deliberata, perché alla fine una discussione equilibrata sul film può concludersi soltanto con il beneficio del dubbio, con la consapevolezza che le cose potrebbero stare in un modo oppure nell’altro semplicemente perché non abbiamo abbastanza informazioni.

Da questo punto di vista trovo che il film sia riuscito. Mi piace il fatto che lasci spazio all’interpretazione e che permetta a ogni spettatore di proiettare sulle vicende la propria sensibilità. Probabilmente è anche il motivo per cui la parte più interessante dell’esperienza è stata proprio parlarne dopo. Dal punto di vista strettamente cinematografico, invece, non mi sembra un film particolarmente ambizioso. Non ho notato una regia particolarmente elaborata, né scelte stilistiche sorprendenti; non mi sembra un film che punti sulla spettacolarità della messa in scena. Ma forse è proprio giusto così. Alla fine stiamo parlando di una storia estremamente concreta, una storia che potrebbe tranquillamente verificarsi nella realtà e che vive soprattutto attraverso i personaggi, i dialoghi e i dilemmi morali. Per questo credo che abbiano scelto di non spostare troppo l’attenzione sugli aspetti più artistici o formali. La vera forza del film non sta nel modo in cui è girato, ma nelle domande che pone e nelle risposte che decide di non dare.

Un’altra cosa che ho trovato estremamente interessante è la rapidità con cui i personaggi si sentono autorizzati a giudicare. È impressionante vedere quanto velocemente gli altri condannino la protagonista, nonostante abbiano alle spalle episodi di cui nemmeno loro dovrebbero andare fieri. L’esempio più evidente, secondo me, è proprio l’amica. Mi ha colpito il fatto che si senta immediatamente nella posizione di giudicare una persona per qualcosa che appartiene al suo passato, quando lei stessa ha fatto cose terribili e continua a dimostrare una certa immaturità anche nel presente. La battuta che fa il giorno del matrimonio ne è un esempio perfetto: quando racconta che, nel momento in cui le è stato chiesto di fare da testimone, ha pensato «Ma non ha altri amici veri?», io non vedo una persona particolarmente empatica. Vedo una persona che prova piacere nel sentirsi superiore e nel mettere in imbarazzo gli altri, e questo mi porta a chiedermi se sia davvero nella posizione di condannare qualcuno.

Lo stesso discorso vale per il ragazzo che mente continuamente. La loro relazione nasce attraverso una bugia, poi arrivano altre bugie, mezze verità, omissioni e persino il tradimento. Eppure sembra quasi che il film ci inviti a considerare questi comportamenti meno gravi, come se esistesse una gerarchia morale immediata e automatica. La realtà, però, è molto più complicata.

Anche l’episodio del bambino disabile chiuso nello stanzino mi sembra estremamente significativo, perché lì non stiamo parlando di un pensiero o di una fantasia, ma di un’azione reale che avrebbe potuto avere conseguenze gravissime. Ed è per questo che continuo a riflettere sul tema dell’ipocrisia. Le persone tendono a giudicare gli altri senza analizzare se stesse, si indignano per il male altrui e minimizzano il proprio, e credo che il film giochi molto su questo meccanismo.

In fondo, quello che stiamo facendo io e mia sorella discutendo per ore non è altro che un tentativo di andare oltre il giudizio immediato. Il giudizio immediato è facile; molto più difficile è fermarsi e chiedersi chi fosse davvero quella ragazza, perché sia arrivata fino a quel punto, se avrebbe davvero sparato, se sia cambiata, se abbia compreso il valore della vita umana, se abbia sviluppato una vera consapevolezza morale oppure se provi soltanto vergogna. Allo stesso modo, è difficile chiedersi chi siano le persone che la giudicano, se siano davvero migliori di lei o se stiano semplicemente nascondendo i propri errori dietro la condanna degli errori altrui.

Sono tutte domande che il film lascia aperte, ed è proprio questo che, alla fine, mi è piaciuto. Non perché mi abbia dato delle risposte, ma perché mi ha costretto a pormi delle domande e perché, una volta uscita dalla sala, mi sono ritrovata a discuterne per ore senza arrivare a una conclusione definitiva. Forse perché una conclusione definitiva non esiste. Forse perché il film parla proprio di questo: della complessità degli esseri umani, delle loro contraddizioni, delle loro zone grigie e della difficoltà di capire davvero chi siamo stati, chi siamo diventati e chi avremmo potuto essere.

Voi cosa ne pensate?

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.