Da quando ho iniziato a fare ricerca mi sono abituata a pensare alle fonti come a qualcosa che, in un modo o nell’altro, si possa recuperare. Magari con fatica, magari girando tre biblioteche diverse, aspettando una risposta per settimane o scoprendo che l’unica copia del libro che cerchi si trova dall’altra parte d’Italia, ma alla fine il libro esiste. È lì, da qualche parte, appoggiato su uno scaffale.

Con Internet questa certezza comincia a diventare molto più fragile.

Me ne sono resa conto soprattutto negli ultimi tempi, studiando fenomeni avvenuti tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Capita continuamente di trovare un vecchio articolo che cita come fonte un’altra pagina, cliccare sul collegamento e scoprire che quella pagina non esiste più. Il sito ha chiuso, il dominio è cambiato, la testata ha rifatto il proprio archivio, oppure semplicemente nessuno si è più occupato di quel progetto e, qualche anno dopo, tutto è sparito.

Ed è una situazione che riesco anche a comprendere molto bene. Scrivo su questo blog dal 2015 e so cosa significhi portare avanti per anni un progetto online, soprattutto quando viene gestito quasi interamente da una persona. Un sito costa, richiede manutenzione, aggiornamenti, tempo e attenzione. È quindi perfettamente normale che blog, giornali, forum e piccoli portali prima o poi vengano abbandonati. Il problema nasce quando quelle pagine, magari nate senza alcuna pretesa di durare per sempre, nel frattempo sono diventate fonti.

Ed è qui che il digitale mostra una delle sue contraddizioni più interessanti.

Da una parte Internet ci mette a disposizione una quantità di informazioni che pochi decenni fa sarebbe stata semplicemente impensabile. Posso cercare un articolo pubblicato vent’anni fa senza uscire di casa, confrontare testate diverse, leggere documenti ufficiali, recuperare fotografie, interviste, discussioni e testimonianze quasi in tempo reale. Dall’altra, però, proprio questa enorme facilità di accesso ci fa dimenticare quanto tutto ciò possa essere precario.

Un libro stampato nel 1980 non smette improvvisamente di esistere perché l’editore chiude. Una pagina web, invece, può farlo.

Naturalmente esistono strumenti straordinari come la Wayback Machine, che conserva copie di moltissime pagine Internet del passato e permette spesso di recuperare siti ormai scomparsi. È una risorsa che trovo quasi affascinante: una sorta di archeologia del web, nella quale possiamo entrare in versioni di Internet che non esistono più. Ma non è una macchina del tempo perfetta. Non tutto viene archiviato, non tutte le pagine sono state salvate correttamente, alcuni contenuti dinamici non funzionano e in certi casi ciò che cerchiamo semplicemente non è stato conservato.

E allora la ricerca può trasformarsi davvero nella ricerca di un ago in un pagliaio.

Questa cosa cambia anche il nostro rapporto con la citazione. Se in un lavoro scrivo che una determinata informazione proviene da un articolo e inserisco correttamente autore, titolo, data e URL, dal punto di vista metodologico ho fatto ciò che dovevo. Ma cosa succede se, cinque anni dopo, qualcuno apre quel link e trova soltanto un errore 404?

La mia fonte esisteva. Io l’ho letta. Magari era perfettamente attendibile. Ma per chi arriva dopo di me non è più verificabile nello stesso modo.

Ed è una situazione ancora più delicata quando la fonte digitale rappresenta una testimonianza contemporanea agli eventi. Non sempre, infatti, stiamo parlando di grandi quotidiani nazionali o di archivi istituzionali. A volte le informazioni più interessanti sulla storia recente si trovano in vecchi forum, siti di appassionati, blog specialistici o portali di settore. Una persona che nel 2002 raccontava quello che stava accadendo in quel momento poteva possedere informazioni preziosissime proprio perché era lì, anche senza essere uno storico affermato o una grande testata giornalistica.

Vent’anni dopo quella pagina potrebbe essere scomparsa.

E allora nasce un problema che trovo molto interessante anche dal punto di vista storico: come conserveremo la memoria dell’epoca digitale?

Per secoli abbiamo ricostruito il passato attraverso lettere, libri, registri, giornali, fotografie e documenti conservati fisicamente. Oggi produciamo una quantità di informazioni infinitamente superiore, ma buona parte di quelle informazioni vive all’interno di infrastrutture che possono essere modificate, cancellate o semplicemente abbandonate.

Paradossalmente potremmo lasciare dietro di noi una quantità enorme di dati e, allo stesso tempo, perdere alcuni pezzi fondamentali della nostra memoria.

Naturalmente qualche precauzione possiamo prenderla. Quando utilizzo una fonte digitale particolarmente importante, sempre più spesso penso che sarebbe utile non conservare soltanto il collegamento, ma annotare con precisione autore, titolo, data di pubblicazione, data di consultazione e sito di provenienza, e quando possibile conservarne anche una copia personale o verificare se la pagina sia stata archiviata. Non rende la fonte immortale e certamente non risolve il problema della conservazione digitale, ma almeno lascia qualche traccia in più a chi dovesse cercarla in futuro.

La cosa che più mi colpisce, però, è quanto tutto questo modifichi il lavoro dello storico e, più in generale, di chiunque faccia ricerca.

Una volta il problema principale era trovare la fonte.

Oggi, in alcuni casi, il problema è trovarla prima che scompaia.

E credo che dovremo imparare sempre di più a considerare Internet non come un archivio infinito e immutabile, ma come un enorme spazio in continuo movimento, nel quale conservare le informazioni diventa importante quasi quanto produrle.

Forse tra cent’anni gli storici non entreranno soltanto negli archivi per sfogliare vecchi documenti ingialliti. Probabilmente dovranno anche ricostruire siti scomparsi, domini abbandonati, forum dimenticati e frammenti di pagine salvati chissà dove.

Una specie di archeologia digitale.

E, a pensarci bene, stiamo già cominciando a farla.

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.