Quando si parla di social network mi colpisce sempre una cosa: stiamo cercando di studiare un fenomeno che cambia più velocemente di quanto riusciamo a descriverlo. Naturalmente esistono studi sulla comunicazione digitale, sugli algoritmi, sulla disinformazione e sulle dinamiche delle piattaforme, ma moltissimi piccoli fenomeni che nascono quotidianamente sul web vengono osservati prima dagli utenti e solo molto tempo dopo, forse, diventano oggetto di una vera analisi. Nel frattempo non ci resta che fare una cosa molto semplice: osservare.
Ed è proprio osservando Facebook che negli ultimi tempi ho iniziato a notare qualcosa che ormai mi sembra impossibile non vedere: la quantità impressionante di post generati con l’intelligenza artificiale.
Non sto parlando soltanto delle fake news, che rappresentano un problema diverso e molto più serio. Parlo proprio di quei lunghissimi post che raccontano storie commoventi, avvenimenti storici, drammi familiari, curiosità, vicende incredibili o improbabili testimonianze in prima persona e che, dopo averne letti due o tre, iniziano ad avere tutti stranamente lo stesso sapore.
Cambiano i personaggi, cambia l’ambientazione, cambia l’argomento. Ma il film sembra sempre lo stesso, soltanto con attori diversi.
Credo che Facebook sia diventato un terreno particolarmente fertile per questo fenomeno anche per la sua stessa natura. Rispetto a TikTok, Instagram, Threads o altre piattaforme, conserva ancora una componente testuale molto forte e un pubblico mediamente più adulto. E, in realtà, la vocazione narrativa di Facebook non nasce oggi. Ricordo perfettamente che già intorno al 2010 c’erano persone che utilizzavano il social quasi come una piattaforma di scrittura: pubblicavano racconti, pensieri lunghissimi e addirittura album fotografici nei quali ogni fotografia aveva descrizioni talmente estese da sembrare capitoli di un libro.
Il testo lungo su Facebook, quindi, non è certamente un’invenzione dell’intelligenza artificiale. Quello che è cambiato è la facilità con cui oggi è possibile produrne quantità praticamente infinite.
Ed è qui che comincio a vedere il problema.
Si riconoscono spesso post nei quali sembra che il processo creativo sia stato più o meno questo: qualcuno apre ChatGPT o un altro strumento di intelligenza artificiale e scrive semplicemente: “Raccontami una storia emozionante su un padre che perde sua figlia”, oppure “Scrivi un post Facebook su un uomo povero che diventa ricco”. Dopodiché copia il risultato e lo pubblica.
Fine.
Nessuna ricerca, nessuna fonte, nessuna idea personale, nessuna vera revisione.
È esattamente il tipo di utilizzo dell’intelligenza artificiale di cui parlavo anche nel mio precedente articolo, che lascio qui per chi volesse approfondire: L’intelligenza artificiale non è il problema. Il problema è come la usiamo
Il punto, infatti, non è che l’intelligenza artificiale non sappia scrivere. Il problema è che se non le dai niente di originale con cui lavorare, difficilmente potrà restituirti qualcosa di realmente originale.
Se io utilizzo l’IA dopo aver raccolto documenti, preso appunti, costruito un ragionamento, individuato un punto di vista e deciso cosa voglio dire, allora lo strumento può aiutarmi a organizzare, correggere o sviluppare quel materiale. Ma se la richiesta è semplicemente “fammi un post interessante”, l’intelligenza artificiale deve necessariamente ricorrere agli schemi che conosce meglio. Ed è qui che nasce quell’effetto straniante che ormai riconosco continuamente su Facebook.
Le storie cambiano ma la struttura rimane simile. C’è spesso un’apertura studiata per catturare immediatamente l’attenzione, un protagonista presentato attraverso poche caratteristiche estremamente riconoscibili, una difficoltà, un colpo di scena, una frase edificante e una conclusione pensata per emozionare o generare commenti. A volte si aggiungono quantità esagerate di emoji, titoli sensazionalistici e immagini altrettanto palesemente artificiali.
Una volta è il fruttivendolo poverissimo che diventa milionario. La volta successiva è il reduce di guerra dimenticato da tutti. Poi arriva la fotografia apparentemente risalente agli anni Venti accompagnata da una vicenda sconvolgente che nessuno aveva mai raccontato. Cambia la confezione, ma dopo un po’ inizi a riconoscere lo stampo.
E quando questi post parlano di storia o di fatti realmente avvenuti il problema diventa ancora più evidente, perché molto spesso non esiste una fonte. Non c’è un articolo da consultare, non c’è un libro, non c’è un documento, non c’è nemmeno un’indicazione che permetta di capire da dove provengano quelle informazioni. C’è soltanto un testo scritto in maniera molto convincente.
E sappiamo bene che essere convincenti non significa avere ragione.
La cosa che trovo più preoccupante, però, non è neanche l’esistenza di questi contenuti. Internet è sempre stato pieno di materiale mediocre. Prima dell’intelligenza artificiale esistevano già articoli copiati, catene di Sant’Antonio, fotografie decontestualizzate, bufale e storie inventate.
La vera differenza è la scala.
Oggi è possibile produrre dieci, venti, cinquanta contenuti nel tempo che prima sarebbe servito per scriverne uno. Ed è qui che torna uno dei grandi problemi dell’utilizzo inconsapevole dell’intelligenza artificiale: la tentazione di sostituire la qualità con la quantità.
Se posso pubblicare cinquanta post al giorno, perché dovrei perderne tre per scriverne uno bene?
Perché dovrei controllare cinque fonti?
Perché dovrei avere qualcosa da dire?
Evidentemente, però, questo meccanismo funziona. Basta aprire i commenti di alcune di queste pagine per trovare centinaia di persone che leggono, condividono, si commuovono e discutono come se quello che hanno davanti fosse necessariamente autentico.
Ed è proprio qui che secondo me entra in gioco anche il funzionamento attuale di Facebook. Una volta la mia bacheca era composta soprattutto dai post degli amici e delle pagine che avevo deciso personalmente di seguire. Oggi tra quei contenuti compaiono continuamente suggerimenti provenienti da gruppi e pagine che non conosco, scelti sulla base di ciò che la piattaforma ritiene possa interessarmi.
Tra una pubblicità e l’altra, quindi, posso ritrovarmi davanti proprio una di queste storie.
E se quella storia è abbastanza lunga da farmi fermare per cinque minuti, abbastanza assurda da farmi leggere fino alla fine o abbastanza emozionante da convincermi ad aprire i commenti, ha raggiunto perfettamente il proprio obiettivo: ha conquistato la mia attenzione.
Non posso sapere se Facebook favorisca intenzionalmente proprio i contenuti generati dall’intelligenza artificiale, e sarebbe scorretto affermarlo senza dati. Quello che posso osservare, però, è che il sistema premia inevitabilmente tutto ciò che riesce a trattenerci sulla piattaforma. E contenuti prodotti rapidamente, costruiti intorno a emozioni semplici e replicabili all’infinito sembrano adattarsi molto bene a questo meccanismo.
Ed è per questo che continuo a pensare che l’intelligenza artificiale non sia il vero problema.
Il problema è sempre quello che ne facciamo.
L’IA può aiutare una persona a fare ricerca, organizzare un’enorme quantità di materiale, correggere un testo o sviluppare un progetto creativo. Ma può anche diventare una gigantesca fabbrica di contenuti inutili, realizzati soltanto perché possiamo realizzarli.
Non è lo strumento a scegliere.
Siamo noi.
E forse il fenomeno dei post artificiali che stanno riempiendo Facebook ci sta mostrando perfettamente cosa succede quando smettiamo di utilizzare l’intelligenza artificiale per creare meglio e cominciamo a utilizzarla soltanto per creare di più.
Il risultato è un Internet sempre più pieno di parole e, paradossalmente, sempre più povero di qualcosa da dire.
Qui Sara Scrive, passo e chiudo!




