Piangere

A volte mi rendo conto che dovrei piangere.
Non solo quando sono triste, anche quando sono arrabbiata o agitata o semplicemente sovraccarica di emozioni.
Piangere è quel momento in cui dopo aver portato per un giorno intero un carico pesante sulle spalle, lo adagiamo per terra e ci consentiamo di riposare.
Le spalle sono indolenzite, le gambe ci fanno male e siamo stanchi… e quella tregua è ciò di cui abbiamo bisogno.
Vi è mai capitato di avere una giornata nera in un periodo particolarmente nero?
Vi svegliate la mattina e rovesciate il caffè sui jeans, siete in ritardo e uscite dopo esservi cambiati al volo e senza aver avuto il tempo di pettinarvi i capelli.
Per strada c’è traffico e comincia a piovere ma voi, che prendete ogni giorno l’ombrello, questa volta l’avete lasciato a casa.
Il nervosismo vi impedisce di concentrarvi al lavoro, avete fame ma siete troppo stanchi per fare la spesa, guardate l’orologio e sono solo le 12.00 ma voi vorreste che la giornata fosse già terminata.
Nel frattempo siete preoccupati perché la vostra relazione è appesa a un filo, una persona che amate sta soffrendo e non potete fare niente per aiutarla, c’è una scadenza che incombe e non sapete se riuscirete a rispettarla.
In quella giornata è semplicemente tutto troppo.
Ci è stato insegnato che non dobbiamo piangere, che non importa quanto disperata sia la situazione, dobbiamo essere forti ed essere forti significa non piangere.
Ad altri va peggio e comunque ormai siamo troppo grandi per piangere.
Io facevo esattamente così, stringevo i denti e mi trascinavo in fondo alla giornata, senza piangere ed evitando di fermarmi solo un momento per cercare di capire quale emozione si stesse agitando dentro di me prendendo a calci lo stomaco nel tentativo disperato di uscire fuori.
Accumulavo dolore, rabbia, paura e li lasciavo lì, piano piano crescevano e prendevano tutto lo spazio che c’era dentro di me.
Anche quello spazio che avrebbe dovuto essere riservato alle emozioni positive.
E diventava tutto nero.

It’s not easy facing up when your whole world is black

So di non essere l’unica ad aver fatto così.
Chi, almeno una volta, non si è riempito la giornata di impegni per evitare di pensare?
Chi non ha ricacciato indietro le lacrime perché non aveva tempo per piangere o non aveva la forza per affrontare quello che stava provando?
Peggio, c’è anche chi non piange perché non ci sarebbe nessuno a consolarlo.
C’è chi non piange perché ha paura di perdere il controllo, di lasciare che l’emozione esploda e lo faccia a pezzi… perché ha paura che dopo non riuscirà a rimetterli insieme.
C’è chi non piange perché ha trattenuto le lacrime per così tanto tempo che ha paura che una volta iniziato non riuscirà a fermarsi.
Succede.
Conosco persone, me inclusa, che sopportano qualsiasi cosa senza lasciarsi sfuggire un sospiro, poi una mattina si svegliano, si accorgono che sono finite le sigarette e sentono le lacrime sgorgare e non riescono a fermarle e vanno avanti a piangere per tutta l’intera giornata.
E sorrido se penso che a quel punto ci chiediamo: ma come posso essere così stupido/a da piangere per un motivo così banale?
La verità è che ci rifiutiamo di accettare che non stiamo piangendo per le sigarette.
Stiamo piangendo perché due anni fa è morta una persona cara e non abbiamo pianto; perché ci siamo innamorati e non abbiamo avuto il coraggio di dirlo e abbiamo rovinato tutto e anche allora non abbiamo pianto; perché abbiamo litigato con nostra madre e non abbiamo pianto e non ci siamo liberati della rabbia e allora l’abbiamo sparata in faccia a qualcuno che non se lo meritava e abbiamo finito per peggiorare le cose; perché ci sentiamo soli e siamo troppo orgogliosi per chiedere aiuto; perché vorremmo salvare tutti e invece ci sentiamo dei buoni a nulla.
Tutte le lacrime che non piangiamo restano dentro di noi e affogano ciò che di buono abbiamo provato e possiamo ancora provare.
Il presente diventa nero, quel nero ce lo portiamo dietro e restiamo bloccati in un circolo vizioso che alle tre di notte, quando abbiamo un groppo in gola e non riusciamo a dormire, ci fa riprodurre canzoni tristi mentre fissiamo il soffitto con gli occhi sbarrati.

Non puoi sfuggire a te stesso

Ignorare che c’è qualcosa dentro di noi che preme per venire fuori non la farà sparire.
Aggroviglierà ancor di più la matassa nella nostra anima.
È come chiudere gli occhi e sperare che il resto sparisca… ma l’unica cosa che sparisce sei tu.
Piangete.
Piangete perché è l’unico modo per diventare davvero forti.
Piangete perché piangere significa avere il coraggio di ammettere che a volte non possiamo farcela da soli, che a volte abbiamo bisogno di una tregua.
Avere il coraggio di ammettere che siamo arrabbiati, tristi o delusi.
Magari c’è qualcuno che non ci ricambia, o un’amica ci ha messo da parte, o non riusciamo a trovare nulla di bello nella realtà che stiamo vivendo.
Piangere va bene.
Le lacrime danno forma a quello che vi tormenta e una volta che le avrete asciugate vi sentirete stanchi, sì, ma anche più leggeri: avrete attraversato la tempesta e ne sarete usciti.
Vi siete concessi una pausa, vi siete fermati un momento ad ascoltarvi.
Quando mi permetto di piangere è come se mi dicessi che va bene, sono forte lo stesso, alla fine me la caverò, devo solo buttare quella stanchezza fuori, prendermi un momento e ripartire: devo farlo.
Tutti dobbiamo.
La giostra non smette mai di girare.
C’è quella canzone dei Cure che si intitola Boys don’t cry.
Parla di un ragazzo che ha perso, mi piace pensare, l’amore della sua vita e non piange, non chiede scusa, non è in grado di mettersi in ginocchio, impedisce ai suoi occhi di diventare lucidi.
Mi chiedo sempre come possa fare a superare quella perdita se non permette al suo dolore di scavarsi una via d’uscita.
Bisogna fingere una risata, fingere di essere forti.
Questo maledetto luogo comune per cui la forza risiede nella risata e la debolezza nelle lacrime.

Un pianto vero, un pianto di quelli brutti

Non sono sempre stata consapevole di quanto fosse importante piangere quando se ne sente l’esigenza.
Un giorno la mia psicologa mi ha detto che se sento la tristezza, se sento le lacrime bussare dietro le palpebre, devo “aprire i rubinetti“, a qualunque costo.
Tutto quello che reprimiamo ci avvelena l’esistenza e più lo facciamo meno ci accorgiamo di quanto ciò possa farci male, meno siamo capaci di ascoltare quello che abbiamo dentro.
La tristezza non è altro che stanchezza emotiva, la stanchezza che deriva dal trascinarci dietro tutti i nostri demoni senza mai tirarli fuori.
Siamo troppo spaventati da ciò che succederebbe se lo facessimo.
Io ero il tipo di persona che evita di piangere, che quando sente una lacrima fare capolino alza la faccia verso l’alto per non lasciarla uscire.
Tutto questo aveva contribuito a farmi vedere la vita come avvolta da una nebbia fitta, come se fosse tutto troppo pesante, troppo difficile.
Il problema era che non riuscivo a liberarmi di niente, soprattutto non riuscivo a lasciare andar via ciò che mi faceva più male.
Non avevo più niente da perdere e ho deciso di ascoltare il consiglio della psicologa, in fin dei conti ero andata da lei per provare a fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, per vedere se le cose potevano davvero migliorare, se io potevo migliorare.
Ed è successo.
Ho iniziato a piangere ed ho pianto tanto ma poi, giorno dopo giorno, ho iniziato a sentirmi più leggera.
Ridevo di gusto, perchè adesso in me c’era spazio per la gioia, perchè piangendo mi ero resa conto di quanto avessi sofferto e di quanto inevitabilmente avrei ancora sofferto perchè è così che va la vita e mi sono resa conto che me lo meritavo.
Meritavo di piangere e lasciare andare le cose tanto quanto meritavo di godermi i momenti in cui ero felice.
Qualche giorno fa ho avuto una pessima giornata al lavoro, ero nervosa, non mi sentivo neanche in forma e al ritorno, durante il tragitto verso la macchina, ho pianto.
Una volta entrata in macchina ho continuato a piangere.
Non era un pianto di quelli che si vedono nei film, quando a lei cola il mascara ma i suoi occhi rimangono stupendi e dieci minuti dopo arriva lui a salvarla da tutta quella sofferenza.
Io avevo il trucco spalmato dovunque sulla faccia, le guance arrossate a chiazze e, soprattutto, nessuno è arrivato a salvarmi.
Di sfuggita ho guardato la mia faccia nello specchietto e, ragazzi, era decisamente una brutta faccia, brutta come quello che stavo provando.
Ecco perchè è importante piangere – ho pensato.
Perchè tutto ciò che mi stava rendendo brutta in quel momento, se non fosse venuto fuori, sarebbe rimasto lì a deformare la mia anima.

La tristezza di non poter piangere a calde lacrime

Concedersi il tempo di ascoltarsi e di piangere è qualcosa che si impara a fare col tempo.
Per esempio io adesso sono molto più brava a capire quand’è il momento di fermarmi e quale emozione si sta muovendo dentro di me.
Se non lo si inizia a fare, si rischia di non riuscire a farlo più.
Conosciamo tutti almeno una persona che sembra fatta di ghiaccio, che vorrebbe fare o dire qualcosa, sciogliersi… ma non ne ha il coraggio.
L’esatto tipo di persona che dopo averti salutato ti da le spalle e si gira solo quando sei ormai lontano.
Succede questo quando tratteniamo i pianti veri, i pianti brutti: non siamo in grado di leggere dentro di noi e perdiamo la capacità di trasferire agli altri ciò che sentiamo.
E questi “pianti brutti”, ad un certo punto, vanno così a fondo dentro di noi che diventa quasi impossibile liberarsene.
Haruki Murakami scrive che:
Esiste anche questo al mondo, la tristezza di non poter piangere a calde lacrime. È una di quelle cose che non si può spiegare a nessuno, e anche se si potesse, nessuno la capirebbe. Una volta, avevo provato a esprimerla a parole. Ma non ne avevo trovata una che potesse esprimere il mio sentimento ad altri, anzi nemmeno a me stesso, così avevo rinunciato. E avevo chiuso sia le mie parole, sia il mio cuore. La tristezza troppo profonda non può prendere la forma delle lacrime.
Non arrivate a questo punto, liberatevi di ciò che vi opprime, non lasciate che vi fiacchi.

Una lacrima amara e nera

Un’altra ragione per cui spesso scegliamo di non piangere è che non vogliamo che gli altri vedano quanto stiamo male, ci deridano, non capiscano il nostro dolore.
Se l’alternativa tuttavia è diventare così grigi da non sentire niente: restate vulnerabili.
È vero, far scendere una lacrima mostra molto di ciò che c’è dentro di noi ed è vero, a volte gli altri possono essere crudeli.
Ma il segno tangibile della nostra sofferenza a volte ha la fortuna di incontrare qualcuno in grado di riconoscerlo, di capirlo… qualcuno che si siede al nostro fianco e ci prende la mano, ci fa sentire che andrà tutto bene e se così non fosse lo affronteremo insieme.
Mettere il nostro cuore a nudo può consentirci di creare una connessione inaspettata e la forza che da essa deriva, credetemi, è grande.
Date al mondo la possibilità di sorprendervi.
La cosa più difficile che ho dovuto imparare a fare è stata questa: piangere e chiedere aiuto.
La politica del “me la cavo da sola” mi portava a nascondere tutto e di conseguenza a continuare a ferire me stessa e a farmi ferire perché nessuno sapeva cosa stessi affrontando.
Piangere significa chiedere aiuto e poi accettarlo davvero.
Perdere il controllo di sè e lasciare che qualcun altro se ne prenda cura.
È una tregua ed è necessaria.
Non dovete sempre camminare da soli, lasciare che una lacrima, amara e nera, si formi dall’abisso delle vostre tenebre e poi asciugarla rapidamente.

La liberazione delle lacrime, la pace che il pianto ci infonde

Qualche tempo fa, dietro il consiglio di una ragazza che stimo moltissimo, ho letto “Memorie di una ragazza perbene” di Simone de Beauvoir.
È un bel libro, un libro che parla di come diventare se stessi imparando a conoscersi, di come liberarsi dalla ragnatela di ciò che gli altri si aspettano che facciamo.
Ho sottolineato qualche riga, a volte lo faccio quando trovo parole che sembrano essere il testo perfetto per una melodia che ho già dentro.
Non so se la mia felicità fosse intramezzata da crisi di tristezza, ma spesso la notte mi mettevo a piangere, così, per il piacere di farlo. Costringermi a frenare quella lacrime sarebbe stato rifiutarmi quel minimo di libertà di cui avevo un bisogno imperioso. Tutto il giorno sentivo degli sguardi fissi su di me; amavo quelli che mi circondavano, ma quando mi coricavo, la sera, provavo un vivo sollievo all’idea di vivere finalmente un poco senza testimoni; potevo interrogarmi, rievocare, commuovermi, ascoltare quei rumori timidi che sono soffocati dalla presenza degli adulti. Essere privata di questa tregua mi sarebbe riuscito odioso. Mi era necessario sfuggire almeno per qualche istante alla sollecitudine altrui, e parlarmi in santa pace senza che nessuno mi interrompesse”.
Piangere è una liberazione quando le lacrime sciolgono il trucco che abbiamo portato durante l’intera giornata.
Tutti ci troviamo, tra gli altri, tra gli impegni di ogni giorno, a ricoprire un ruolo, recitare una parte.
A volte ci sta stretta, altre volte lo spettacolo ci piace, altre ancora il costume di scena proprio non calza e ci procura fastidio.
Dover sorridere e fingere che vada tutto bene, cercare di compiacere gli altri e non deludere le loro aspettative, aiutare qualcuno, fare bene il proprio lavoro… sono tutte cose che fanno parte della vita ma ciò non significa che sia sempre facile o che alcune volte tutto questo non possa risultare troppo pesante.
Anzi, rischia di finire per schiacciarci, soprattutto quando non ci concediamo la liberazione delle lacrime, quel momento di assoluta sincerità con noi stessi.
Il momento in cui ci sentiamo piangere ma poi ci rialziamo e quello che rimane sarà la forza che useremo domani.
Prendersi cura di se stessi significa anche questo: concedersi il lusso di piangere.
E poi, semplicemente, ricominciare. Perché se la vita è una lunga caduta, non c’è niente che sia più importante di saper cadere.

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