C’è una cosa che mi colpisce molto nel modo in cui giudichiamo gli altri: spesso non vediamo davvero una situazione, ne vediamo soltanto l’ultima scena. Prendiamo un comportamento, una reazione, una decisione e la trasformiamo nell’intera storia. È il contrario di quello che ci insegnano proverbi come «l’abito non fa il monaco» o «non giudicare un libro dalla copertina»: sappiamo teoricamente che le apparenze possono ingannare, ma poi continuiamo a formulare giudizi velocissimi basandoci proprio sulla superficie.
Questo accade soprattutto nei rapporti umani. Una persona decide di interrompere un rapporto familiare oppure di chiudere un’amicizia e, vista dall’esterno, può sembrare immediatamente quella cattiva. Si vede la rottura, quindi si giudica la rottura. Ma magari prima ci sono stati anni di comportamenti sbagliati, pressioni psicologiche, manipolazioni, umiliazioni, tentativi di chiarimento e possibilità concesse più volte. Se eliminiamo tutto quello che viene prima e osserviamo soltanto l’atto finale, non stiamo semplificando la realtà: la stiamo falsificando. Appiattiamo una storia complessa fino a renderla irriconoscibile.
A volte, inoltre, questa semplificazione non nasce soltanto dall’ignoranza. Può fare comodo. Se accettassimo di guardare davvero tutta la storia, potremmo essere costretti a rivedere il nostro giudizio, ad ammettere di esserci sbagliati o persino a mettere in discussione qualcuno a cui abbiamo sempre dato ragione. È molto più facile aggrapparsi a un dettaglio e dire: «Ha fatto questo, quindi è così». La complessità costa fatica.
E provare a ragionare con chi non ha alcuna intenzione di mettere in discussione il proprio schema mentale può diventare come giocare a scacchi con un piccione: tu provi a rispettare le regole, costruisci una strategia, cerchi di spiegare le tue mosse; il piccione rovescia le pedine, sporca la scacchiera e poi se ne va convinto di aver vinto. Il problema non è che uno dei due giochi male. È che state giocando con regole completamente diverse. In certi casi continuare a discutere non serve a nulla: è più sensato alzarsi dal tavolo.
Qui entra anche la figura della pecora nera. In un gruppo è spesso più semplice considerare problematico chi si allontana dal gregge piuttosto che domandarsi perché abbia deciso di farlo. La pecora nera diventa l’outsider, quella difficile, quella che rovina l’armonia. Ma l’armonia apparente non è necessariamente libertà. A volte il gregge resta unito perché nessuno vuole affrontare la fatica di guardare oltre il recinto. La scelta più comoda è seguire gli altri, conservare l’opinione di sempre e non chiedersi se ciò che abbiamo sempre creduto sia davvero corretto.
La vera libertà, invece, credo abbia molto a che fare con la consapevolezza. Essere liberi non significa semplicemente fare quello che vogliamo, ma possedere abbastanza lucidità da poter andare persino contro noi stessi: riconoscere che un’opinione a cui eravamo affezionati era sbagliata, che una persona che avevamo giudicato male forse aveva delle ragioni, che il mondo era più complicato di quanto pensassimo.
È un po’ come esplorare una mappa in un videogioco. Finché hai scoperto soltanto due caselle, quelle due caselle ti sembrano l’intero mondo. Conosci ogni albero, ogni strada e ogni ostacolo e puoi convincerti di avere una visione completa. Poi fai un passo oltre il confine e scopri altre dieci caselle. Dopo ancora cento. Più la mappa si allarga, più capisci quanto fosse minuscola la parte che conoscevi. E paradossalmente più impari, più diventi consapevole di quanto non sai.
Mi viene in mente quella battuta di Lupo Alberto: «Più studi, più sai; più sai, più dimentichi; più dimentichi, meno sai». È una battuta, naturalmente, ma contiene qualcosa di vero: la conoscenza autentica non dovrebbe renderci più arroganti, dovrebbe renderci più prudenti. Ti accorgi che sei una creatura piccolissima davanti a una quantità enorme di cose che non conosci. E quella consapevolezza dovrebbe renderti più disposto a ragionare, ascoltare e cambiare idea quando esistono motivi validi per farlo.
Essere aperti mentalmente non significa credere a qualsiasi teoria o diventare complottisti. È quasi il contrario: significa non innamorarsi delle proprie conclusioni al punto da smettere di verificarle. Significa non giudicare troppo rapidamente, non appiattire un problema complesso in una frase e non confondere la porzione di realtà che vediamo con tutta la realtà esistente.
Il problema è che imparare in questo modo non ci viene sempre naturale. Moltissime cose le comprendiamo soltanto empiricamente. Qualcuno può avvertirci, spiegarci perfettamente cosa accadrà e raccontarci di aver già commesso lo stesso errore, ma dentro di noi rimane quella voce che dice: «Sì, però con me sarà diverso». Vogliamo provare personalmente. Vogliamo verificare. E qualche volta dobbiamo davvero sbatterci le corna prima di capire.
Da giovani, per esempio, capita di interpretare ogni consiglio degli adulti come una forma di controllo o come il solito discorso di qualcuno che pensa di sapere tutto soltanto perché è più grande. E naturalmente qualche volta è davvero così. Ma altre volte quella persona non è un caprone che vuole imporci la propria visione: è semplicemente qualcuno che ha già sbattuto la testa contro lo stesso muro e sta cercando di dirci dove si trova. Noi, però, vogliamo vedere il muro con i nostri occhi. Poi ci schiantiamo e arriva inevitabilmente quel fastidiosissimo: «Te l’avevo detto».
La storia umana stessa è piena di errori ripetuti. Ogni generazione tende a sentirsi nuova e diversa e poi scopre spesso di avere riprodotto comportamenti già visti centinaia di volte. Eppure una delle capacità che ha reso possibile il progresso è precisamente il contrario: fidarsi dell’esperienza accumulata dagli altri. Fidarsi persino di persone morte secoli prima, che non conosceremo mai, attraverso ciò che hanno scritto, studiato e scoperto.
La conoscenza funziona come una staffetta. Se ogni generazione dovesse ricominciare da zero, verificando personalmente ogni singola scoperta precedente, non andremmo mai avanti. Possiamo progredire perché qualcuno ci consegna ciò che ha imparato e noi partiamo da lì. E questo principio non dovrebbe riguardare soltanto la fisica, la medicina o la tecnologia. Vale anche per la storia, per i rapporti sociali, per l’esperienza umana e per gli errori che altre persone hanno già compiuto.
Naturalmente non significa accettare ciecamente ciò che ci viene detto. Significa concedergli abbastanza valore da esaminarlo prima di scartarlo. Ascoltare, confrontare, ragionare e poi decidere.
Forse è proprio qui che si uniscono tutti questi concetti: non giudicare dalla copertina, non ridurre una vicenda alla sua ultima scena, non comportarsi come il piccione che distrugge la scacchiera pur di non giocare secondo le regole del ragionamento, e non avere paura di essere la pecora nera quando il gregge sta andando nella direzione sbagliata.
La consapevolezza non ci garantisce di avere ragione. Ci regala qualcosa di più utile: la possibilità di accorgerci quando abbiamo torto.
Qui Sara Scrive, passo e chiudo!




