Attenzione: l’articolo contiene spoiler sull’intero film.
Dopo aver visto The Odyssey di Christopher Nolan, credo che la prima domanda da porsi non sia: «Quanto è fedele all’Odissea di Omero?», ma piuttosto: «Che cosa voleva fare Nolan con l’Odissea?». Le due domande sembrano simili, ma portano a giudizi completamente diversi. Un adattamento cinematografico può infatti proporsi di ripercorrere nel modo più completo possibile un’opera letteraria, oppure può utilizzarla come materiale di partenza per costruire una nuova interpretazione. Il cinema di Nolan appartiene chiaramente al secondo caso e, secondo me, è proprio partendo da questa distinzione che il film acquista senso.
Uscito il 17 luglio 2026, The Odyssey dura 2 ore e 52 minuti ed è stato realizzato interamente con cineprese IMAX su pellicola 65 mm: è il primo lungometraggio narrativo girato dall’inizio alla fine in questo formato.¹ Nolan e il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema hanno quindi affrontato l’opera omerica come un vero kolossal cinematografico, utilizzando location reali, grandi scenografie, effetti pratici e una produzione tecnicamente enorme. Lo stesso Nolan aveva definito l’Odissea una sorta di antenata della narrazione non lineare, riconoscendo nella struttura del poema qualcosa di sorprendentemente vicino al proprio modo di costruire le storie.²
Tutto questo per dire una cosa molto semplice: possiamo discutere alcune scelte, possiamo preferirne altre e possiamo anche non apprezzare la reinterpretazione, ma non siamo davanti a una trasposizione fatta senza conoscere il materiale di partenza o senza possedere gli strumenti cinematografici per affrontarlo. Per giudicare il film bisogna quindi capire quale rapporto abbia scelto di instaurare con Omero.
Fedeltà non significa necessariamente qualità
Siamo abituati a utilizzare la fedeltà quasi come un voto: più un film assomiglia al libro, più sarebbe riuscito; più modifica gli avvenimenti, peggiore sarebbe l’adattamento. Ma negli studi sull’adattamento cinematografico il concetto di fidelity è discusso da decenni proprio perché ridurre il rapporto tra due opere alla domanda «è uguale o diverso?» rischia di farci perdere tutto ciò che avviene nel passaggio da un linguaggio all’altro. L’Oxford Handbook of Adaptation Studies, per esempio, ricostruisce un intero filone critico che ha progressivamente messo in discussione l’idea della fedeltà come unico criterio di valutazione di un adattamento.³
Questo non significa naturalmente che ogni cambiamento sia automaticamente intelligente. Una storia può essere modificata male, semplificata senza motivo oppure utilizzata soltanto perché possiede un titolo famoso. Il punto, almeno per me, è un altro: bisogna capire se le modifiche costruiscono qualcosa.
Un confronto interessante può essere fatto con lo storico sceneggiato RAI diretto da Franco Rossi nel 1968, con Bekim Fehmiu nel ruolo di Ulisse e Irene Papas in quello di Penelope. Quella produzione aveva a disposizione otto puntate e complessivamente quasi sette ore per ripercorrere le vicende dell’eroe, e la stessa RAI la descrive come una versione che, pur con alcune differenze, segue abbastanza fedelmente le peripezie del poema.⁴ Nolan ha meno della metà di quel tempo e sceglie deliberatamente di non utilizzarlo per realizzare una sintesi ordinata di tutte le tappe del viaggio.
E questa, secondo me, è la prima informazione che ci dà il film sul proprio obiettivo.
Per capire il film bisogna guardare anche quello che Nolan decide di non raccontare
Durante il viaggio di Ulisse alcune delle tappe più famose dell’Odissea vengono abbreviate, trasformate oppure addirittura fuse tra loro. Nolan, per esempio, associa Calipso ai fiori di loto, unendo elementi che nel poema appartengono a episodi distinti; riduce il ruolo degli dèi; trasforma profondamente Atena e modifica anche l’incontro con Polifemo, eliminando gran parte del dialogo presente in Omero e persino il celebre stratagemma attraverso il quale Ulisse dichiara di chiamarsi «Nessuno».⁵ Sono modifiche troppo evidenti per poter essere considerate semplici sviste.
Per questo credo che il film vada letto osservando contemporaneamente ciò che mostra e ciò che sceglie di comprimere.
Le peripezie esistono. Ci sono il Ciclope, Circe, Calipso, le Sirene, i mostri, il mare, le tempeste e la fame. Ma non sono il vero centro del racconto. Funzionano piuttosto come le tappe di un viaggio che deve farci comprendere progressivamente che cosa sia accaduto a Ulisse dopo Troia.
Il viaggio geografico diventa il contenitore di un altro viaggio, molto più importante: quello di un uomo che deve tornare a casa dopo aver partecipato a qualcosa che lo ha trasformato moralmente.
Ed è forse qui che il film mi ha convinta di più. Se Nolan avesse dedicato tre ore a mostrarci ordinatamente ogni avventura, probabilmente avremmo avuto un’Odissea più completa dal punto di vista degli avvenimenti ma meno personale dal punto di vista cinematografico. La struttura scelta permette invece di tornare continuamente alla guerra di Troia e soprattutto alle sue conseguenze. Non conta soltanto sapere come Ulisse tornerà a Itaca; conta capire chi sia diventato l’uomo che sta cercando di tornarci.
Persino la critica ha individuato in questa rilettura una forte dimensione postbellica: il viaggio è stato letto come una storia di disillusione, trauma e impossibilità di tornare semplicemente alla vita precedente dopo aver attraversato la guerra.⁶
Ed è esattamente per questo che non considero le ellissi narrative un difetto in sé. Mi sembrano una dichiarazione d’intenti.
Ulisse non può salvare tutti: destino, responsabilità e colpa
Uno dei temi che mi ha colpita maggiormente è il rapporto di Ulisse con i propri uomini. Nel film sembra continuamente convinto di doverli salvare, quasi come se il fatto di esserne il comandante lo rendesse responsabile non soltanto delle proprie decisioni, ma anche di tutte le loro. Eppure non può farlo.
I compagni prendono decisioni, commettono errori, cedono alla paura, alla fame o all’avidità, e progressivamente determinano anche la propria sorte. Ulisse può guidarli, consigliarli, tentare di proteggerli, ma non può vivere al posto loro.
La cosa interessante è che, pur reinterpretando tantissimo Omero, su questo punto Nolan intercetta qualcosa che si trova letteralmente all’inizio del poema. Nel proemio dell’Odissea viene detto che Ulisse cercò di salvare se stesso e di riportare a casa i compagni, ma non riuscì a salvarli perché essi perirono a causa della propria stoltezza, dopo aver mangiato le vacche del Sole. Poco dopo Zeus stesso si lamenta del fatto che gli uomini tendano ad attribuire agli dèi sofferenze che in realtà derivano dalle loro azioni.⁷ È un passaggio che, dopo aver visto il film, trovo ancora più significativo.
Il destino nell’universo dell’Odissea non cancella completamente la responsabilità individuale. Esistono gli dèi, esistono presagi e forze superiori, ma gli uomini scelgono, e quelle scelte producono conseguenze.
Nolan prende questo principio e lo porta continuamente sul piano psicologico. Ulisse deve accettare un limite terribile per qualsiasi comandante: può essere responsabile delle proprie decisioni e persino avere una responsabilità nei confronti degli uomini che guida, ma non possiede il controllo assoluto delle loro volontà.
Contemporaneamente deve fare i conti con qualcosa di ancora peggiore: ci sono eventi per i quali invece la sua responsabilità esiste davvero. Il cavallo di Troia è il punto centrale.
Nel mito tradizionale è una dimostrazione dell’astuzia di Ulisse. Nolan ne conserva l’intelligenza strategica, ma ne sposta il significato morale. L’inganno che permette agli Achei di vincere diventa anche ciò che spalanca le porte al massacro. Ulisse non è soltanto l’eroe intelligente che ha posto fine alla guerra: è l’uomo che deve convivere con ciò che la propria intelligenza ha reso possibile.
A quel punto il viaggio verso Itaca non è più soltanto un nostos, un ritorno a casa. Diventa anche un viaggio dentro la colpa.
Atena, la sacerdotessa e il volto della coscienza
È anche per questo che trovo particolarmente riuscita la reinterpretazione di Atena.
Nel poema la dea è una presenza oggettivamente divina: protegge Ulisse, interviene presso Zeus, assume diverse forme e aiuta anche Telemaco. Nel film la situazione è molto più ambigua. Zendaya interpreta la figura che Ulisse identifica con Atena, ma durante il sacco di Troia vediamo lo stesso volto associato a una giovane sacerdotessa uccisa durante la violenza degli Achei. Nolan lascia intenzionalmente aperta la possibilità che stiamo assistendo all’apparizione della dea, alla forma che la divinità assume agli occhi di Ulisse oppure alla manifestazione psicologica del suo senso di colpa. Anche parte della critica ha interpretato questa scelta proprio come una trasformazione della dea in una presenza legata alla coscienza e al trauma dell’eroe.⁸
Ed è un cambiamento enorme rispetto a Omero, ma secondo me funziona perfettamente all’interno del film.bSe il problema centrale è il dissidio interiore di Ulisse, Atena non può più essere soltanto la divinità che gli fornisce aiuto dall’esterno. Diventa quasi il volto attraverso il quale Ulisse è costretto a guardare ciò che ha fatto.
La scelta di legarla visivamente a una vittima di Troia rende ancora più potente questo processo. Ogni volta che appare, il confine tra intervento divino, memoria e rimorso rimane incerto. E proprio quell’incertezza mi sembra molto più interessante di una risposta definitiva.
Non sappiamo sempre se siano gli dèi a parlare agli uomini o se siano gli uomini a dare agli dèi il volto delle proprie paure, dei propri desideri e della propria coscienza.
La «legge di Zeus» e il vero filo morale del film
L’altro elemento che mi ha colpita moltissimo è la continua presenza della cosiddetta «legge di Zeus».
Nel film viene praticamente trasformata in una regola generale della convivenza: bisogna accogliere lo straniero e trattarlo con dignità perché non possiamo sapere chi abbiamo davanti. Potrebbe persino essere una divinità sotto mentite spoglie.
Qui è necessaria però una piccola precisazione storica. Nell’antica Grecia non esisteva una legge codificata chiamata letteralmente «legge di Zeus» nel senso in cui Nolan utilizza l’espressione. Il principio a cui il film si ispira è soprattutto quello della xenía, l’ospitalità sacra garantita da Zeus Xenios. Gli studi sull’Odissea considerano infatti l’ospitalità uno dei grandi assi morali del poema: lo straniero e il supplice devono essere accolti e persino un mendicante merita rispetto perché posto sotto la protezione di Zeus. In un celebre passaggio del XVII libro viene ricordato esplicitamente che gli dèi possono assumere l’aspetto di stranieri e attraversare le città osservando il comportamento degli uomini.⁹
Capisco perfettamente perché guardando il film venga spontaneo pensare al principio cristiano del trattare il prossimo come vorremmo essere trattati noi. Il parallelismo morale funziona, soprattutto per uno spettatore contemporaneo cresciuto in una cultura fortemente influenzata dal cristianesimo. Non direi però che Nolan stia semplicemente trasformando la xenía in un precetto cristiano. Direi qualcosa che trovo ancora più interessante: prende un principio morale antico e lo traduce in un linguaggio immediatamente comprensibile a noi.
La struttura rimane omerica: l’ospitalità, il rispetto dello straniero, il limite imposto alla violenza, la possibilità che dietro una persona apparentemente insignificante si nasconda qualcosa di più grande. La formulazione è moderna e l’intero film ruota intorno a cosa succede quando quella regola viene infranta.
Il cavallo di Troia è nuovamente fondamentale, perché trasforma un dono in un’arma. Ciò che dovrebbe costituire un gesto di pace e fiducia diventa lo strumento attraverso cui la fiducia viene sfruttata per distruggere l’altro. Il problema non riguarda quindi soltanto chi vinca la guerra: riguarda che cosa accade a una società quando anche le regole più elementari che permettono agli uomini di fidarsi gli uni degli altri vengono utilizzate contro di loro.
In questo senso credo che la «legge di Zeus» sia il vero filo rosso della sceneggiatura.
Quello che mi è mancato
Detto tutto questo, non penso che ogni scelta di Nolan sia necessariamente migliore rispetto al materiale che ha eliminato.
La mancanza che ho sentito maggiormente riguarda Polifemo.
Capisco perfettamente il motivo della scelta: rendendo il Ciclope quasi privo di dialogo, Nolan trasforma l’episodio in qualcosa di più animalesco, fisico e terrificante. Il problema è che nell’Odissea lo scontro con Polifemo non è soltanto una sequenza d’azione. È uno dei momenti nei quali emerge in maniera più evidente la mêtis di Ulisse, la sua intelligenza astuta.
Il celebre espediente di presentarsi come «Nessuno» non è una decorazione del racconto. È praticamente una dichiarazione sul personaggio. Quando Polifemo viene accecato e chiede aiuto, gli altri Ciclopi non intervengono perché sentono che «Nessuno» lo sta aggredendo. È Ulisse che vince attraverso il linguaggio prima ancora che attraverso la forza.
Nel film questo elemento scompare quasi completamente. E, personalmente, mi è mancato. Probabilmente Nolan temeva che inserire integralmente ogni episodio iconico avrebbe trasformato il film in una successione di greatest hits dell’Odissea, distraendoci dal vero percorso che voleva costruire. Posso comprenderlo. Ma credo comunque che qualche frammento in più di alcuni passaggi storici avrebbe potuto convivere con la sua interpretazione senza comprometterla.
È forse l’unico punto sul quale la mia difesa della rielaborazione incontra un limite: reinterpretare non significa necessariamente rinunciare a tutto ciò che rendeva memorabile l’originale.
Nolan non racconta semplicemente il viaggio di Ulisse
Alla fine, il film mi è piaciuto proprio perché credo che Nolan non volesse raccontare integralmente l’Odissea, ma utilizzare il viaggio di Ulisse per riflettere su guerra, colpa, responsabilità e destino. Pur modificando o eliminando diversi episodi e riducendo il ruolo degli dèi, conserva alcuni nuclei profondamente omerici, come il nostos, la xenía e il rapporto tra le scelte dell’uomo e le loro conseguenze. Per questo non mi interessa stabilire se sia l’adattamento definitivo dell’opera: mi interessa che Nolan abbia saputo usarla per raccontare quanto sia difficile tornare a casa quando, dopo tutto ciò che hai vissuto e fatto, non sei più la stessa persona che era partita. In questo senso, il vero mostro contro cui Ulisse combatte non è Polifemo, ma se stesso.
Qui Sara Scrive, passo e chiudo!
Note
- IMAX, *The Odyssey – scheda ufficiale*; Kodak, *Shooting entirely on Kodak IMAX 70mm film, DP Hoyte van Hoytema created a visually-thrilling sensation for Christopher Nolan’s The Odyssey*. Il film dura 2 ore e 52 minuti ed è il primo lungometraggio narrativo girato interamente con cineprese IMAX su pellicola.
- Chris Tryhorn, *Flogging a wooden horse: how faithful will Christopher Nolan’s Odyssey be?*, The Guardian, 6 maggio 2026. Nolan ha definito l’Odissea l’«originale narrazione non lineare» e ha mantenuto nel film una struttura temporale non cronologica.
- David T. Johnson, *Adaptation and Fidelity*, in Thomas Leitch (a cura di), The Oxford Handbook of Adaptation Studies, Oxford University Press, 2017. Per un quadro più generale si veda anche *Adaptation – Oxford Bibliographies in Cinema and Media Studies*.
- RAI, *Odissea – Rai Home Video*; Rai Cultura, *“Odissea”. Le avventure di Ulisse*. Lo sceneggiato diretto da Franco Rossi venne realizzato in otto puntate e costituisce uno dei più importanti adattamenti televisivi italiani dell’opera omerica.
- Chris Tryhorn, *Sex, beds and grisly executions: what Christopher Nolan’s The Odyssey changed, invented – and left out*, The Guardian, 20 luglio 2026. L’articolo confronta alcune delle principali modifiche introdotte da Nolan rispetto al poema, tra cui il trattamento di Calipso e dei lotofagi, l’episodio di Polifemo e la riduzione dell’intervento diretto degli dèi.
- Peter Bradshaw, *The Odyssey review – Nolan goes god-tier with breathtaking epic of men, monsters and moral metamorphosis*, The Guardian, 15 luglio 2026. La recensione interpreta il film anche come una riflessione sulla disillusione successiva alla guerra e sulle conseguenze morali e psicologiche del conflitto.
- Omero, *Odyssey, Book I, vv. 1-43 – Perseus Digital Library*, Tufts University, ed. A. T. Murray. Già il proemio attribuisce la morte dei compagni di Ulisse alle loro stesse azioni; nel successivo consiglio degli dèi Zeus riflette sulla tendenza degli uomini ad attribuire alle divinità sciagure provocate invece dalla propria condotta.
- Richard Brody, *Christopher Nolan’s “The Odyssey” Leaves the Gods in the Outtakes*, The New Yorker, 15 luglio 2026; cfr. anche *Missing Gods and “Apparent Magic” in Nolan’s “Odyssey”*. Entrambe le letture sottolineano la drastica riduzione della presenza degli dèi nel film e la particolare reinterpretazione della figura di Atena, che può essere letta anche in relazione alla coscienza e al senso di colpa di Ulisse.
- Corinne Ondine Pache et al. (a cura di), *The Odyssey: An Overview*, in The Cambridge Guide to Homer, Cambridge University Press, 2020; Ronna Burger, *The God of Strangers: Plato’s Appropriation of Homer’s Odyssey in the Sophist*, Classics@, Center for Hellenic Studies, Harvard University, 2022. Sulla protezione accordata da Zeus a stranieri, ospiti e supplici si veda inoltre *Mênis and the Social Order*, Center for Hellenic Studies, Harvard University.




