Per molto tempo ho pensato che una vita felice dovesse essere soprattutto una vita lineare: le cose belle dovevano durare, i rapporti importanti non dovevano finire, i progetti dovevano andare secondo i piani e, se qualcosa faceva male, significava che qualcosa era andato storto. Crescendo ho iniziato invece a pensare che non tutto il dolore sia soltanto dolore. Non perché ogni sofferenza abbia necessariamente un significato nascosto o perché dobbiamo convincerci che qualsiasi cosa brutta ci accada sia stata “mandata” per insegnarci qualcosa, ma perché quasi tutto ciò che viviamo finisce comunque per lasciarci delle informazioni su noi stessi, sugli altri e su ciò che vogliamo o non vogliamo più.

Quando siamo piccoli questo meccanismo è difficile da comprendere perché non abbiamo termini di paragone. Vorremmo una mappa già pronta che ci dicesse quali strade evitare, quali persone ci faranno stare bene e quali scelte si riveleranno sbagliate, ma molte cose acquistano davvero significato soltanto quando abbiamo abbastanza esperienze da poterle confrontare. È allora che iniziamo a riconoscere con maggiore certezza ciò che ci somiglia, ciò che ci fa stare bene e ciò che, invece, non vogliamo più accettare.

Per questo anche sbattere la testa contro un muro, per quanto faccia male, qualche volta diventa un metro di misura. Non significa cercare il dolore o romanticizzarlo, ma riconoscere che, una volta accaduto qualcosa, possiamo trasformarlo anche in conoscenza. Se tutto fosse semplice, pianificato e liscio come l’olio, probabilmente resteremmo molto più a lungo identici a noi stessi. E invece cambiamo proprio perché la vita ci costringe continuamente a rivedere ciò che pensavamo di sapere.

È bello cambiare. Questa è forse la cosa che più faticavo a capire.

Avevo paura delle fini, degli addii e delle fasi che si chiudono. Se qualcosa era stato bello, mi sembrava quasi ingiusto che dovesse terminare. Poi ho capito che una cosa non perde valore soltanto perché è finita. Mi viene in mente Inside Out, dove i ricordi cambiano significato con il tempo e possono contenere contemporaneamente felicità e nostalgia: il passato finisce, ma non scompare. Rimane in ciò che siamo diventati. Andare avanti non cancella ciò che è stato: lo trasforma.

Allo stesso modo, non credo più che ogni sofferenza debba per forza avere un colpevole perfettamente identificabile o una spiegazione precisa. Non sempre qualcuno è rimasto sveglio tutta la notte progettando un piano malefico per rovinarci la vita. A volte due persone vogliono cose diverse, cambiano, sbagliano, non riescono a capirsi oppure semplicemente una situazione che funzionava prima smette di funzionare. Se cerchiamo a tutti i costi un’etichetta rischiamo di trasformare ogni vicenda nella solita lista dei buoni e dei cattivi, quando la realtà è quasi sempre più complessa.

Questo non significa giustificare tutto. Possiamo riconoscere che una persona non è un mostro e contemporaneamente decidere di non volerla più nella nostra vita. Possiamo comprendere le sue ragioni senza approvarne i comportamenti, e possiamo amare qualcuno rendendoci conto che stare con lui non ci fa bene. Comprendere non significa assolvere, e allontanarsi non significa condannare.

Credo che crescere significhi anche abbandonare lentamente quel modo binario di pensare secondo cui io sono dalla parte giusta, chi mi vuole bene è buono e chi non è d’accordo con me è automaticamente cattivo. È una visione rassicurante, ma ci impedisce di metterci davvero in discussione. La maturità, invece, sta anche nel riconoscere che a volte abbiamo ragione, a volte torto e molto spesso una storia contiene responsabilità diverse.

Questo vale persino per l’amore. Le persone hanno difetti, inevitabilmente, ma questo non significa che l’amore debba essere continuamente doloroso, instabile o distruttivo. Una relazione sana non è perfetta: si litiga, ci si fraintende e ci sono cose da aggiustare, ma i problemi non dovrebbero mettere ogni volta in discussione le fondamenta. Due persone possono essere profondamente imperfette e costruire qualcosa in cui, nel complesso, si sta bene e basta.

Forse proprio le esperienze sbagliate ci aiutano anche a riconoscere questo. Non perché fosse necessario soffrire per meritare qualcosa di bello, ma perché oggi possediamo un termine di confronto che prima non avevamo.

Alla fine credo che crescere significhi soprattutto smettere di desiderare che tutto rimanga immobile. Le persone cambiano, noi cambiamo, alcune cose finiscono e altre cominciano. Non dobbiamo trovare per forza una morale perfetta per ogni evento né convincerci che tutto fosse destinato ad accadere esattamente in quel modo. A volte è sufficiente riconoscere che è successo, che ci ha modificati e che oggi possediamo qualche informazione in più con cui affrontare ciò che verrà.

È tutto in divenire, ed è bellissimo.

Forse la cosa più importante non è riuscire a costruire una vita in cui niente finisce e niente fa male, ma guardarsi indietro dopo qualche anno, riconoscersi ancora e accorgersi allo stesso tempo di non essere più la stessa persona.

Perché significa che abbiamo vissuto.

E che, nel frattempo, abbiamo fatto qualche passo avanti.

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.