Oggi vi presento quattro storie di uomini e donne, di ieri e di oggi, che hanno preso carta e penna e hanno scritto il loro futuro, parola per parola, proprio come volevano che fosse.


Molto spesso ci capita di vedere tutto nero, di sedersi e pensare “ma perché tutte a me?”. I momenti di debolezza fanno parte della natura dell’uomo, a volte abbiamo solo bisogno di un abbraccio e di sentirci dire che possiamo farcela, che la salita è dura, che bisogna lavorare ogni giorno, ma che alla fine saremo ripagati.

Se nessuno ci abbraccia, allora cerchiamo l’ispirazione e l’esempio da chi il proprio mondo l’ha scalato secondo le proprie regole, portandosi dietro un bagaglio di difficoltà, di ostacoli insormontabili e tanto sudore mischiato a lacrime. Però ce l’hanno fatta, loro e tanti altri, quindi perché non possiamo farcela anche noi?

 

 

  1. Muhammad Alì

Cassius Marcellus Clay il 17 gennaio 1942 a Louisville (Kentucky), in un’America “Bianca”, segnata dall’odio sconsiderato, dal razzismo immotivato. Cassius Clay cresce in un clima teso: il padre è spesso violento, l’America in cui vive non rende la vita facile nemmeno ad un ragazzo innocente. Cresce  nel terrore. Ascolta le storie di persone punite ingiustamente per il solo fatto di esistere, come la tragica vicenda di Emmett Till, un ragazzo di 14 anni di Chicago che nell’estate del 1955 venne picchiato e ucciso con un colpo di pistola alla testa nel Mississippi per aver parlato con una donna bianca in un negozio.

Quello che poi diventerà Muhammad Ali si avvicinò alla boxe un po’ per caso, un po’ come succede per tutte le grandi esperienze della vita: gli rubano la bici nuova, è solo un ragazzo e, così, il suo primo pensiero è trovare il responsabile e cantargliene quattro. Chiede aiuto a Joe Martin, un poliziotto insegnante di boxe in una palestra accanto casa che lo indirizza ad imparare a difendersi prima di lanciarsi in qualcosa più grande di lui.

Inizia così la lunga e ricchissima carriera di un giovane uomo che vincola nello sport tutte le sue paure, i suoi timori, il peso dell’essere se stesso in un’America che lo ripudia.

«Ho conquistato il mondo», ha detto una volta, «ma questo non mi ha dato la felicità». Perché non si può fuggire da se stessi, dai propri demoni instillati da una vita di sofferenze, però si possono sorpassare gli ostacoli, non importa quanti la vita ne ponga, e raggiungere grandi mete. Il coraggio di andare avanti, a testa alta, senza curarsi di ciò che gli altri dicono, ci impongono, pensano. Chi sono gli altri? Chi sono per poter decidere che non valiamo, che non possiamo?

Muhammad Ali è una goccia d’acqua su un vetro sporco, è uno sprazzo di purezza in un mondo sporco, segnato da anni di guerre d’ideali, di estremismi, di odio e di sofferenza.


“Io sono l’America. Sono la parte che non volete riconoscere. Ma vi dovrete abituare a me: un nero molto sicuro di sé, aggressivo. Con il mio nome, non quello che mi avete dato voi, la mia religione e non la vostra, i miei obiettivi.

Abituatevi a me”.

 

2. Elisabetta Dami

 

 

Diventare mamma è un istinto, una scelta, una promessa d’amore incondizionato. Un gesto che quando si è giovani si minimizza, si ignora, tanto al momento non ci interessa. Forse un bambino non lo vuoi, forse vuoi solo girare il mondo, forse non ti senti neanche pronta. Però, quando è qualcuno a dirti che no, non puoi avere figli, né ora né mai, allora un po’ il mondo ti crolla addosso.

I bambini, però, sono un bene prezioso universale. Sono gli adulti di domani che abbiamo tutti il compito di crescere nel miglior modo possibile, perché un bambino è uno scrigno di infinite possibilità che deve poter cogliere, un fiore da accudire affinché cresca sano e forte.

Elisabetta Dami nasce a Milano nel 1958 e sin dall’età di tredici anni inizia a lavorare come correttore di bozze nella casa editrice di famiglia. Elisabetta viaggia, vive, ama, ride e scrive. Muove i primi passi nel mondo, corre la maratona di New York, dorme sotto le stelle nel deserto e in una tenda a Capo Nord. Coglie tutto ciò che la vita le riserva e lo vive senza rimpianti, senza mai fermarsi.

Non si ferma nemmeno quando scopre di non avere bambini. Elisabetta ha scelto di lanciarsi ancora una volta e volare, anziché cadere. Così nasce Geronimo Stilton.

I bambini hanno bisogno di ridere e di sorridere, sempre, in ogni momento. Non importa se il ginocchio si è sbucciato, se la maestra li ha sgridati a scuola o se le cose non vanno come dovrebbero. Un motivo per sorridere si deve trovare, per forza, e quel motivo per molti, moltissimi bambini (me inclusa) è stato proprio Geronimo Stilton – e continua ad esserlo!

Geronimo non è un supereroe, anzi, tutt’altro! Con le sue fragilità e i suoi limiti, nonostante le mille avversità, riesce sempre a sollevarsi e sorridere. Ci insegna che nella vita i veri valori che contano sono la lealtà, il rispetto per la natura e per gli altri, la pace, la gentilezza e l’amicizia. Siamo un po’ tutti la famiglia Stilton, componenti diversi di una macchina che insieme funziona in perfetto equilibrio.

 

«Per renderli felici e dare loro speranza, inventavo sempre dei finali in cui Geronimo si riscattava sempre, traeva forza dalle sue disavventure e diventava un personaggio vincente e felice, trascinando tutti i bambini in quel lieto fine. Fu un riscatto anche per me. Non potevo essere mamma, ma potevo diventare la mamma di tutti i bambini che ascoltavano le mie storie.»

 

  1. Stephen Hawking

 


Stephen Hawking nasce a Oxford nel 1942; vive la sua vita come ogni ragazzo meriterebbe di viverla: ama giocare, ridere e scherzare. A scuola è sempre pronto a fare una battuta con un compagno e studia il minimo sindacale, un po’ come quasi la maggior parte degli adolescenti fa. La sua è un’intelligenza nascosta, sconosciuta, mai guardata. Quel che si suole chiamare “genio sotto mentite spoglie”, insomma. Stephen non era certo il genio che abbiamo imparato a conoscere e ad ammirare, fautore di numerose teorie, tra cui la più conosciuta e affascinante sui buchi neri.

Stephen era solo un ragazzo che muoveva i primi passi della sua carriera universitaria quando scoprì di essere affetto da una rara malattia: sclerosi amiotrofica laterale, una malattia che provoca la disintegrazione delle cellule nervose e con essa una morte rapida. Due anni erano il tempo massimo che gli era stato concesso, invece Stephen morì a 76 anni, nel 2018.

Non si abbandonò mai nell’abisso dell’autocommiserazione, non mollò mai la corda che lo legava alla certezza di essere come tutti gli altri e di poter realizzare qualsiasi cosa volesse. La malattia non lo indebolì, lo spronò a lavorare più duramente e a terminare ciò che egli aveva in mente.

Pian piano i suoi muscoli si immobilizzarono, ebbe bisogno di una sedia a rotelle e di una voce artificiale, la malattia degenerava e negli ultimi anni della sua vita per poter parlare ebbe bisogno di un computer in grado di fargli pronunciare massimo quindici parole al minuto.

Ma la forza di Stephen era tutta dentro di lui, il suo corpo aveva deciso di abbandonare la nave ma la sua mente no, e lei era tutto ciò di cui aveva realmente bisogno.

Ebbe tre figli, un matrimonio felice, un divorzio, delle amanti, tanti premi e riconoscimenti. Occupò la cattedra in matematica appartenuta ad Isaac Newton e insegnò ai suoi alunni tutto ciò che sapeva, perché un pozzo di cotanta genialità deve poter essere trasmesso in eterno.

Ha prestato la sua voce in due canzoni dei Pink Floyd: Keep Talking, contenuto nel disco The Division Bell, e The Endless River; e ha doppiato se stesso in alcuni episodi dei Simpson e Futurama. Hawking è addirittura apparso nell’episodio 26 della stagione 6 di Star Trek: The next generation, in cui giocava a poker con Einstein, Newton ed il comandante Data.

Insomma, è riuscito a scavalcare quel muro altissimo che è stata la sua malattia e a vivere nonostante quell’enorme peso del dover sopportare il dolore di non essere più quello di un tempo, di non essere autosufficiente e di vedersi prigioniero del proprio corpo. È andato oltre ogni barriera sociale, fisica, mentale e si è costruito un futuro su misura, adatto alla vita che sognava e meritava di vivere.

 

«Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare.»

 

  1. Simona Atzori

 

Ogni bambino sogna in grande, guarda la tv e si appassiona alla danza, al canto, alla recitazione. I bambini assorbono il mondo con gli occhi del cuore e la loro fantasia galoppa verso orizzonti felici, colorati e luminosi. È così che dovrebbe essere la mente di ogni bambino, è così che anche Simona vive, sogna e coltiva le sue passioni.

Simona nasce a Milano nel 1974, nasce senza gli arti superiori e questo, più che essere un limite, è proprio lo slancio che la valorizza. Simona danza, impara, si diverte. Dipinge e nei suoi dipinti ci mette così tanto cuore che le mani non le servono, i suoi colori e le sue forme fanno il giro delle gallerie mondiali anche senza.
Scrive, perché lei è un’esplosione di creatività ed energia che arriva agli occhi e al cuore di tutti, sotto tutte le forme possibili.

Ciò che doveva fermarla, che ha provato a limitarla, è stata la sua più grande fonte di forza. Simona il sole ce l’ha dentro e in qualche modo lo trasmette agli altri, che sia danzando o dipingendo. Simona è la prova che niente e nessuno può fermarti, se vuoi realmente qualcosa allora puoi lavorarci su per raggiungerla, non esiste barriera che tenga.

 

«I limiti sono negli occhi di chi guarda….

I limiti li abbiamo sempre lasciati agli altri, noi avevamo altro da fare.»

 

 

Spero che le storie di queste persone meravigliose vi abbiano ispirato e spinto a non mollare, non importa quale sia l’ostacolo insormontabile.
Fatemi sapere nei commenti se vi é piaciuto questo articolo, se desiderate conoscere altre storie come queste.

 

Giada