Quattro sorelle, un romanzo che attraversa le generazioni e una storia che il cinema continua a raccontare. Da Louisa May Alcott a Greta Gerwig, un viaggio alla scoperta di Piccole donne e delle ragioni che rendono questo classico ancora così attuale.

Ci sono storie che appartengono a un periodo preciso della nostra vita e altre che, invece, sembrano crescere insieme a noi. Le incontriamo da bambini, le ritroviamo da adulti e, ogni volta, ci accorgiamo che qualcosa è cambiato. Non necessariamente nella storia, che rimane la stessa, ma nel nostro modo di leggerla e comprenderla.

Per me, Piccole donne è una di queste.

Forse perché sono cresciuta insieme a sei sorelle e, nelle vicende della famiglia March, ho sempre riconosciuto qualcosa di familiare: i litigi, le complicità, le differenze caratteriali, i sogni che cambiano e quella particolare sensazione di appartenere a un piccolo universo nel quale ciascuna cerca, prima o poi, di trovare il proprio posto.

Ma Piccole donne è molto più di un romanzo sulla sorellanza. È una storia che parla di crescita, indipendenza, ambizioni artistiche, sacrifici, amore e aspettative sociali. Ed è proprio questa ricchezza ad avermi spinta, durante il mio percorso universitario, a dedicargli la mia prima tesi di laurea.

Oggi quel lavoro è diventato un saggio: Piccole donne: Lo straordinario nell’ordinario, un percorso attraverso il romanzo di Louisa May Alcott e le sue principali trasposizioni cinematografiche, con particolare attenzione al film diretto da Greta Gerwig nel 2019.

Da una tesi universitaria a un saggio

Il progetto nasce durante il corso di laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo, nell’anno accademico 2019-2020. All’epoca desideravo approfondire soprattutto il linguaggio cinematografico e comprendere in che modo una stessa opera letteraria potesse essere reinterpretata da registi appartenenti a epoche differenti. La domanda dalla quale ero partita era apparentemente semplice: perché Piccole donne, pubblicato per la prima volta nel 1868, continua a essere adattato per il cinema?

Con il passare del tempo, però, mi sono resa conto che dietro questa domanda se ne nascondevano molte altre. Che cosa cambia nella rappresentazione di Jo March tra gli anni Trenta e il XXI secolo? Perché alcuni personaggi acquistano maggiore importanza in determinate versioni? Quanto incidono il contesto storico, le convenzioni sociali e la sensibilità di un regista sul modo di raccontare la stessa vicenda?
Rielaborare la mia tesi in un saggio ha significato riprendere quelle riflessioni, approfondirle e renderle accessibili anche a chi non possiede una formazione cinematografica. Non volevo realizzare soltanto un confronto fra film, ma accompagnare il lettore alla scoperta delle molteplici interpretazioni di un classico che continua a interrogarci.

Piccole donne al cinema: una storia lunga più di un secolo

Una delle parti più affascinanti della ricerca riguarda proprio la storia cinematografica di Piccole donne. Le prime trasposizioni risalgono addirittura all’epoca del cinema muto, con due produzioni realizzate tra il 1917 e il 1919. Si tratta di film oggi considerati perduti, ma la loro esistenza dimostra quanto presto l’industria cinematografica avesse riconosciuto il potenziale della storia delle sorelle March.

Nel 1933 George Cukor porta sullo schermo una versione destinata a diventare celebre, con Katharine Hepburn nei panni di Jo. Il film esce durante la Grande depressione americana e restituisce un’immagine della famiglia come luogo di solidarietà e resistenza alle difficoltà economiche.

Nel 1949 arriva l’adattamento di Mervyn LeRoy, prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer. Il Technicolor, i costumi e la presenza di attrici come Elizabeth Taylor trasformano il mondo delle March in un grande spettacolo sentimentale, caratteristico del cinema hollywoodiano del dopoguerra.

Bisognerà attendere il 1994 per una nuova importante versione, diretta da Gillian Armstrong e interpretata da Winona Ryder. Qui la vocazione letteraria di Jo acquista maggiore centralità e il racconto dedica più spazio alle aspirazioni personali delle protagoniste.

Quattro momenti differenti, quattro modi di osservare la stessa famiglia.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che ho cercato di approfondire nel saggio: un adattamento cinematografico non racconta soltanto il romanzo dal quale nasce, ma rivela anche qualcosa dell’epoca in cui viene realizzato.

Greta Gerwig e un nuovo modo di raccontare le sorelle March

Il cuore della mia analisi è dedicato al film del 2019, diretto da Greta Gerwig. Ciò che rende questa versione particolarmente interessante non è soltanto la sua attenzione alla condizione femminile, ma soprattutto il modo in cui viene costruita la narrazione.

A differenza di molti adattamenti precedenti, Gerwig decide di non raccontare gli avvenimenti in ordine cronologico. Il passato e il presente delle sorelle March si intrecciano continuamente, creando corrispondenze fra i sogni dell’infanzia e le scelte dell’età adulta. Le scene del passato sono spesso caratterizzate da tonalità calde e luminose, mentre quelle del presente assumono colori più freddi. Anche la fotografia, dunque, contribuisce a distinguere due momenti della vita che sembrano dialogare costantemente.

Questa scelta diventa particolarmente significativa nella vicenda di Beth, quando il ricordo della sua prima guarigione si sovrappone alla consapevolezza della perdita definitiva. Ma Gerwig non utilizza questa struttura soltanto per suscitare emozione. Il continuo confronto fra passato e presente permette di riflettere su un tema universale: crescere significa anche accettare che il mondo della propria infanzia non possa rimanere immutato.

Ed è una consapevolezza che riguarda soprattutto Jo, desiderosa di conquistare la propria indipendenza ma profondamente spaventata dall’idea di perdere ciò che ama.

Quattro sorelle, quattro modi di essere donne

Uno degli aspetti che più apprezzo di Piccole donne è che le protagoniste non rappresentano quattro versioni dello stesso ideale femminile.

Meg desidera costruire una famiglia. Jo sogna di diventare una scrittrice. Beth trova nella musica e negli affetti la propria dimensione. Amy aspira a diventare un’artista, ma comprende quanto il denaro e la posizione sociale possano condizionare le opportunità di una donna.

Sono differenti, talvolta incompatibili, eppure nessuna delle loro aspirazioni può essere liquidata come meno importante delle altre.

La versione di Gerwig insiste particolarmente su questo aspetto.

Meg non deve essere considerata meno indipendente perché sceglie il matrimonio. Jo non è necessariamente più forte perché desidera una carriera. Amy non è semplicemente vanitosa perché comprende il valore della sicurezza economica. E Beth non è priva di ambizioni soltanto perché non cerca il riconoscimento pubblico.

Questa pluralità rende il racconto ancora attuale.

Spesso siamo portati a immaginare la libertà come un percorso unico, quasi che esistesse un modello corretto di realizzazione personale. Piccole donne, invece, ci ricorda che le aspirazioni possono assumere forme molto diverse e che il vero problema non dovrebbe essere stabilire quale scelta sia migliore, ma comprendere quanto ciascuna persona sia realmente libera di compierla.

Jo March e il viaggio dell’eroina

Nel saggio ho dedicato particolare attenzione anche al percorso di Jo, analizzandolo attraverso il modello del viaggio dell’eroina elaborato da Maureen Murdock.

Si tratta di uno strumento interpretativo che permette di osservare la crescita della protagonista non soltanto come una successione di avvenimenti, ma come un processo di trasformazione interiore.

Jo desidera essere indipendente, rifiuta le convenzioni che percepisce come limitanti e cerca nella scrittura il mezzo per affermare la propria identità. Ma deve anche confrontarsi con la solitudine, la perdita, le difficoltà economiche e il cambiamento dei rapporti familiari.

Il suo percorso non consiste semplicemente nel diventare una scrittrice di successo.

Consiste nell’imparare a conciliare le proprie ambizioni con gli affetti, senza considerare necessariamente gli uni un ostacolo agli altri.

È una riflessione che trovo particolarmente significativa, perché racconta una contraddizione profondamente umana: desiderare di costruire qualcosa di personale e, contemporaneamente, avere paura di allontanarsi dal mondo al quale apparteniamo.

Il finale di Piccole donne: matrimonio o indipendenza?

Una delle parti più interessanti del film di Greta Gerwig è, a mio avviso, il finale.

Senza rinunciare alla conclusione romantica tradizionalmente associata a Jo, la regista introduce un secondo livello narrativo, nel quale la protagonista discute con il proprio editore la pubblicazione del romanzo.

Il film mostra così due possibili conclusioni: quella sentimentale e quella legata alla realizzazione artistica.

E mentre assistiamo alla nascita materiale del libro, dalla stampa delle pagine fino alla rilegatura, comprendiamo che l’elemento decisivo non è soltanto il destino amoroso di Jo. È il fatto che sia riuscita a raccontare la propria storia.

La giovane che desiderava scrivere, viaggiare e trovare il proprio posto nel mondo tiene finalmente fra le mani il risultato del suo lavoro. È un’immagine che mi ha colpita profondamente, anche perché credo che la scrittura abbia proprio questa capacità: trasformare esperienze, ricordi e sentimenti in qualcosa che possa sopravvivere al tempo.

Perché lo straordinario nell’ordinario?

La scelta del titolo del mio saggio non è casuale. Quando pensiamo a una grande storia, siamo spesso portati a immaginare imprese eccezionali, avventure straordinarie o personaggi destinati a cambiare il mondo. Eppure Piccole donne racconta soprattutto la quotidianità.

Una famiglia che affronta difficoltà economiche. Quattro sorelle che litigano e si riconciliano. Una ragazza che sogna di scrivere. Un’altra che desidera dipingere. Una giovane donna che si prepara al matrimonio. Una sorella che trova conforto nella musica.

Eventi apparentemente semplici, che acquistano importanza attraverso i sentimenti e le scelte delle persone che li vivono. È proprio qui che, secondo me, risiede la grandezza del romanzo di Louisa May Alcott.
Non occorre vivere una vita eccezionale perché la propria storia meriti di essere raccontata. A volte sono proprio i piccoli gesti, le relazioni familiari, le decisioni quotidiane e i sogni coltivati in silenzio a custodire le esperienze più significative. Forse è anche per questo che continuo a riconoscermi nelle sorelle March, pur sapendo che le nostre vite appartengono a epoche e contesti completamente differenti.

Perché, in fondo, crescere insieme a delle sorelle significa anche questo: imparare che ciascuna avrà la propria strada, senza che per questo venga meno il legame che ci unisce.

Qui Sara scrive, passo e chiudo!

 

Potete trovare il saggio e leggerlo gratuitamente sul mio canale Telegram: Sara Scrive – Canale Telegram

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.