A Study of Magic – Caos a Baker Street parte da un’idea che, almeno sulla carta, poteva essere rischiosa: prendere Sherlock Holmes e John Watson, mantenere riconoscibile il loro rapporto e inserirli all’interno di un universo alternativo in cui la magia fa parte della realtà quotidiana.
Eppure una delle cose che ho apprezzato maggiormente durante la lettura è proprio la sensazione che l’autrice conosca davvero Sherlock Holmes e, soprattutto, abbia compreso le dinamiche che rendono interessante il rapporto tra Sherlock e Watson.
La sua interpretazione, almeno per come l’ho percepita io, si avvicina più alla versione contemporanea resa popolare dalla serie Sherlock con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman che allo Sherlock puramente vittoriano dei racconti di Arthur Conan Doyle. Ritroviamo infatti una dinamica molto vivace tra i protagonisti, con Sherlock brillante, sfrontato, imprevedibile e spesso esasperante, contrapposto a un Watson più concreto, che cerca continuamente di riportarlo sulla terra.
Da fan della serie, questa atmosfera mi ha fatto sicuramente piacere.
Una scrittura molto scorrevole
Anche lo stile contribuisce parecchio a questa sensazione.
La prosa è semplice, immediata e fortemente dialogata. Le pagine scorrono velocemente perché raramente ci troviamo davanti a lunghi blocchi descrittivi: dialoghi, pensieri di Watson e piccoli movimenti dei personaggi si alternano continuamente, mantenendo il ritmo abbastanza sostenuto.
Dalle pagine si nota anche quanto l’autrice utilizzi spesso piccoli gesti per accompagnare le conversazioni: qualcuno alza un sopracciglio, si sistema i capelli, stringe le spalle, si accarezza la barba, sposta un oggetto o reagisce fisicamente a ciò che viene detto. È una scrittura molto visiva, quasi televisiva, che rende facile immaginare la scena.
Questo approccio funziona particolarmente bene nei battibecchi tra Sherlock e Watson, perché contribuisce a rendere vivo il loro rapporto.
In alcuni punti, però, proprio questa struttura diventa un po’ ripetitiva. Alcune reazioni fisiche e alcune formule che accompagnano i dialoghi vengono utilizzate frequentemente e avrebbero potuto essere alleggerite. Anche la prosa, pur essendo molto leggibile, avrebbe beneficiato in certi passaggi di una revisione ulteriore per rendere alcune frasi più naturali o meno ridondanti.
Nel complesso, comunque, è una scrittura accessibile e veloce, molto adatta al pubblico young adult a cui il romanzo sembra principalmente rivolgersi.
Il mistero funziona, forse c’è persino troppo
Non voglio entrare nei dettagli della trama perché questa vuole essere una recensione senza spoiler, ma posso dire che il mistero principale mi ha coinvolta.
Ci sono diversi colpi di scena e soprattutto molte idee. Forse, anzi, ce ne sono persino troppe concentrate nello stesso volume.
Da quello che si intuisce anche dai progetti dell’autrice, A Study of Magic sembra pensato come l’inizio di una serie di avventure, cosa perfettamente coerente anche con la natura seriale dello stesso Sherlock Holmes.
Proprio per questo avrei probabilmente scelto di diluire maggiormente alcuni sviluppi.
Soprattutto nelle dinamiche interpersonali vengono introdotti diversi elementi che, a mio parere, avrebbero avuto ancora più forza se fossero maturati lentamente nel corso dei libri successivi. Non perché non siano interessanti, anzi: proprio perché lo sono avrebbero meritato forse più spazio e più tempo.
La serie televisiva Sherlock, per esempio, costruiva molti rapporti e conflitti progressivamente, lasciando che alcuni aspetti dei personaggi emergessero episodio dopo episodio.
Qui, invece, in alcuni momenti ho avuto la sensazione che l’autrice avesse talmente tante cose da raccontare da volerle inserire subito.
Un universo interessante, ma il lettore viene lasciato un po’ solo
L’aspetto che mi ha incuriosita maggiormente è probabilmente la reinterpretazione dell’ambientazione.
L’autrice non si limita ad aggiungere qualche incantesimo alla Londra di Sherlock Holmes: costruisce una realtà alternativa con una propria politica, un proprio sistema magico, portali, istituzioni e regole che progressivamente entrano nella storia.
Ed è evidente che dietro ci siano molte idee.
Il problema è che il romanzo dà per scontato troppo presto che il lettore sappia orientarsi in questo mondo.
Molti fantasy utilizzano un protagonista che scopre il mondo magico insieme al lettore: Harry Potter arriva a Hogwarts senza sapere praticamente nulla, Percy Jackson deve scoprire progressivamente la propria realtà e questo permette agli autori di spiegare le regole senza trasformare il romanzo in un manuale.
Qui questa possibilità non esiste, perché Sherlock e Watson vivono già all’interno di quel mondo.
Ed è una scelta interessante.
Ma proprio per questo serviva, secondo me, un altro espediente narrativo.
Il libro comincia rapidamente con il caso investigativo e le informazioni sul funzionamento dell’universo vengono disseminate progressivamente nel corso della storia. Questo evita certamente il classico “capitolo spiegone”, ma soprattutto nelle prime pagine può creare un certo spaesamento: vengono nominati elementi, istituzioni o meccanismi che i personaggi conoscono perfettamente, mentre il lettore ancora no.
Non credo fosse necessario fermare la storia per spiegare tutto.
Sarebbe bastato trovare un pretesto interno alla narrazione.
Per esempio, durante l’inizio della collaborazione tra Sherlock e Watson, Sherlock avrebbe potuto consegnargli una guida o pretendere che il suo nuovo assistente conoscesse perfettamente determinate norme, classificazioni o regolamenti del mondo magico. Per Watson sarebbero state informazioni scontate, ma la scena avrebbe permesso di fornire al lettore una prima mappa mentale dell’universo senza rompere la naturalezza della storia.
Disseminare le informazioni funziona molto meglio quando il lettore possiede già almeno le coordinate fondamentali del mondo in cui si trova.
Qui quelle coordinate arrivano, ma secondo me arrivano un po’ troppo tardi.
Un buon inizio che può ancora crescere
Nel complesso, A Study of Magic – Caos a Baker Street mi è piaciuto.
Ho trovato interessante il mistero, ho apprezzato la reinterpretazione dell’universo di Sherlock Holmes e soprattutto ho riconosciuto nei protagonisti quella chimica che rende Sherlock e Watson divertenti da seguire.
Si vede inoltre che l’autrice ha idee e conosce il materiale con cui sta giocando.
La mia principale impressione è che questo primo volume voglia forse mostrare troppo, troppo presto. Avendo davanti una possibile serie, credo che alcuni elementi del mondo e soprattutto alcune evoluzioni dei personaggi avrebbero potuto respirare maggiormente ed essere distribuiti nelle avventure successive.
Anche la scrittura, già molto scorrevole e piacevole, potrebbe guadagnare qualcosa da un lavoro di rifinitura sulle ripetizioni e su alcuni meccanismi ricorrenti nei dialoghi.
Ma le fondamenta ci sono.
Ed è probabilmente questo l’aspetto che considero più importante: non ho terminato il libro pensando che l’idea non funzionasse, ma pensando che questo universo abbia ancora molto spazio per crescere.
Per un primo caso di Sherlock e Watson in un mondo dove il soprannaturale fa parte della normalità, direi che è un risultato decisamente promettente.
Qui Sara Scrive, passo e chiudo!




