C’è un argomento che prima o poi compare in quasi tutte le discussioni tra persone di età diverse e che personalmente trovo insopportabile: «Quando avrai la mia età capirai». In alternativa abbiamo «io ho più esperienza di te», «alla tua età la pensavo come te» oppure il sempre efficace «ne riparliamo tra vent’anni».

Naturalmente l’età porta esperienza. Sarebbe assurdo negarlo: una persona che ha vissuto sessant’anni ha avuto semplicemente più tempo di una che ne ha vissuti trenta per attraversare certe situazioni, fare errori, conoscere persone e vedere come possono evolvere determinate cose. Questo può darle una prospettiva che una persona più giovane ancora non possiede.

Può. Non deve.

Perché vivere più a lungo significa accumulare esperienze, non necessariamente imparare qualcosa da esse. Anche la ricerca sulla saggezza è molto più prudente dello stereotipo secondo cui diventiamo automaticamente più saggi invecchiando: una revisione degli studi sull’argomento ha rilevato alcuni vantaggi degli adulti più anziani in determinate componenti della saggezza, ma conclude che il rapporto complessivo tra età e saggezza rimane tutt’altro che semplice o automatico.¹

E infatti basta guardarsi intorno. Conosciamo tutti persone giovani estremamente equilibrate e persone molto più anziane capaci di ripetere per quarant’anni lo stesso errore. Gli anni trascorsi sulla Terra sono un dato anagrafico; che cosa abbiamo fatto di quegli anni è un’altra questione.

Il problema, quindi, non è ascoltare chi ha più esperienza. Io per prima considero preziosissimo poter parlare con persone che hanno vissuto epoche, lavori o situazioni che io non ho conosciuto, soprattutto quando raccontano quello che hanno imparato senza pretendere che la loro esperienza diventi automaticamente una legge universale. Il problema nasce quando l’età smette di essere una fonte possibile di esperienza e diventa un titolo gerarchico.

«Sono più grande di te, quindi ne so più di te.»

Ma più grande su cosa?

Un sessantenne può avere quarant’anni di esperienza nel proprio mestiere e insegnarmi moltissimo su quel lavoro. Non significa necessariamente che sappia amministrare meglio di me il denaro, scegliere una relazione sentimentale, usare una nuova tecnologia, interpretare la politica internazionale o capire un argomento che non ha mai studiato. Allo stesso modo, avere trent’anni non rende automaticamente più moderni, intelligenti o aperti di chi ne ha settanta.

L’età è una caratteristica della persona, non un curriculum universale.

Eppure viene utilizzata spesso proprio così, soprattutto quando gli argomenti cominciano a mancare. Se quello che dico può essere liquidato con «sei troppo giovane per capire», non è più necessario spiegarmi perché avrei torto. È un sistema comodissimo: la mia opinione viene dichiarata inferiore non sulla base del contenuto, ma della mia data di nascita.

In senso più generale, anche questo appartiene a quel modo di classificare le persone attraverso l’età che l’Organizzazione Mondiale della Sanità comprende nel concetto di ageism, cioè stereotipi, pregiudizi e comportamenti costruiti sulla base dell’età; e non riguarda soltanto gli anziani, perché l’OMS precisa espressamente che può colpire persone di tutte le età e cita persino le pratiche che limitano la possibilità dei più giovani di contribuire alle decisioni.²

La cosa curiosa è che spesso chi pretende rispetto automatico in virtù dell’età confonde due concetti molto diversi: rispetto e deferenza.

Io posso rispettare una persona più anziana, ascoltare ciò che ha vissuto e riconoscere che possiede esperienze che non ho ancora fatto senza per questo concederle il diritto di avere automaticamente ragione. Il rispetto dovrebbe funzionare in entrambe le direzioni; la deferenza, invece, costruisce una gerarchia nella quale uno parla e l’altro dovrebbe limitarsi ad aspettare di diventare abbastanza vecchio da poter finalmente avere un’opinione.

E soprattutto c’è un problema logico abbastanza evidente: se avere più anni desse automaticamente ragione, allora in qualsiasi discussione basterebbe controllare la carta d’identità. Fine del dibattito. Tra due medici avrebbe ragione il più vecchio, tra due storici il più anziano, in una famiglia il nonno dovrebbe essere necessariamente più lucido del figlio adulto e nessuna generazione avrebbe mai avuto il diritto di contestare quella precedente.

Chiaramente non funziona così.

Ci sono persone anziane dalle quali ascolterei volentieri anche la lista della spesa, perché hanno trasformato ciò che hanno vissuto in riflessione, curiosità e capacità di comprendere gli altri. E ce ne sono altre che sembrano aver utilizzato gli anni soltanto come punti esperienza di un videogioco: raggiunto un certo numero, pretendono automaticamente lo sblocco dell’autorità.

Il problema è capire cosa fare quando ce le troviamo davanti.

Perché discutere seriamente con qualcuno che considera la propria età una prova sufficiente della propria superiorità rischia di diventare una battaglia contro i mulini a vento: qualunque argomento possiamo portare verrà sempre sconfitto dal fatto che lui «ha vissuto più di noi». Ma l’alternativa non è esattamente edificante: sorridere, lasciarlo parlare e tirare dritto trattandolo mentalmente come lo scemo del villaggio al quale nessuno ha più voglia di spiegare che gli anni vissuti non sono medaglie al valore.

E quindi che facciamo?

Ci imbarchiamo ogni volta nella battaglia contro i mulini a vento oppure smettiamo di discutere e facciamo semplicemente finta che queste persone non esistano?

Non so quale delle due possibilità mi sembri più triste.

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Note

  1. K. T. K. Lim, J. Yu, Aging and Wisdom: Age-Related Changes in Economic and Social Decision Making, in «Frontiers in Aging Neuroscience», 7, 2015, art. 120. La revisione rileva alcuni vantaggi degli adulti più anziani in specifiche componenti associate alla saggezza, ma sottolinea che il rapporto complessivo tra età e tali capacità rimane ancora poco chiaro. Testo disponibile presso PubMed Central: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4471729/.
  2. World Health Organization, Ageism, disponibile all’indirizzo: https://www.who.int/health-topics/ageism. L’OMS definisce l’ageism attraverso stereotipi, pregiudizi e discriminazioni basati sull’età e precisa che il fenomeno può interessare persone di tutte le fasce d’età.

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.