Quando si parla di intelligenza artificiale applicata alla scrittura, si finisce spesso in due estremi: chi pensa che utilizzarla significhi rinunciare alla propria creatività e chi, al contrario, crede che basti scrivere «fammi un articolo» o «scrivimi un libro» per ottenere qualcosa di professionale.

Avendoci lavorato molto, credo che entrambe le posizioni nascano dallo stesso problema: non sapere davvero cosa significhi lavorare con l’intelligenza artificiale.

L’AI può produrre in pochi secondi una quantità di testo che a una persona richiederebbe ore e può sicuramente ridurre i tempi di lavoro. Anche gli studi disponibili mostrano aumenti di produttività in diversi compiti di scrittura, ma sottolineano allo stesso tempo quanto il risultato dipenda dall’attività, dall’esperienza dell’utilizzatore e dal modo in cui essere umano e AI collaborano.¹

Ed è proprio questo il punto. Se chiedo semplicemente: «Scrivimi un articolo sull’intelligenza artificiale.» l’AI mi darà quasi sicuramente qualcosa. Sarà grammaticalmente corretto, ordinato, magari persino apparentemente professionale. Ma con ogni probabilità sarà anche generico, prevedibile e poco interessante. Questo ovviamente perchè tutto ciò che non è stato specificato viene interpretato in modo superficiale e ogni vuoto viene colmato senza nessun tipo di approfondimento o creatività.

Più indicazioni fornisco — ragionamento, esempi, tono, struttura, cose da mantenere e cose da evitare — più il risultato può avvicinarsi a quello che voglio.

La differenza, allora, non è semplicemente tra «usare l’AI» e «non usarla». È tra avere qualcosa da dire e chiedere all’AI di aiutarci a dirlo, oppure chiedere all’AI di decidere anche che cosa dovremmo dire.

Il primo risultato quasi mai è il risultato finale

C’è poi un altro elemento che si comprende soprattutto utilizzando questi strumenti per lavori complessi: anche quando le indicazioni sono dettagliate, l’AI non farà necessariamente quello che abbiamo chiesto nel modo migliore possibile. Può ripetere informazioni, aggiungere spiegazioni inutili, rendere enfatico un passaggio che dovrebbe essere semplice, far parlare un personaggio in modo incoerente oppure produrre una frase elegantissima che, in realtà, non serve a niente.

E lì qualcuno deve accorgersene.

Scrivere un libro con l’AI non significa quindi premere un pulsante e ricevere cinquecento pagine pronte. Significa magari ottenere più rapidamente una prima stesura e poi controllare coerenza, personaggi, stile, ripetizioni, dialoghi, ritmo, informazioni e struttura. A volte bisogna riscrivere. Altre volte basta cancellare.

Lo stesso vale per le immagini. Una generazione può sembrare bellissima a prima vista e contenere una mano con sei dita, un abito che cambia improvvisamente colore, prospettive sbagliate o una luce sul soggetto incompatibile con quella dello sfondo. Se chi guarda non possiede abbastanza attenzione o competenza per riconoscere questi errori, rischia semplicemente di pubblicarli.

Il problema non è quindi soltanto ciò che l’AI sa produrre. È chi deve giudicare ciò che ha prodotto.

L’AI non sostituisce automaticamente la competenza

Paradossalmente, più utilizzo l’intelligenza artificiale, più mi sembra evidente quanto la competenza umana continui a essere importante. Se non conosci l’argomento, potresti non riconoscere un’informazione sbagliata. Se non sai scrivere, potresti non renderti conto che il testo è piatto. Se non hai sviluppato un gusto visivo, potresti non vedere gli errori di un’immagine.

Il NIST statunitense utilizza il termine confabulation per descrivere proprio la capacità dei sistemi generativi di produrre informazioni false o incoerenti presentandole però in maniera apparentemente convincente.² Qui emerge forse la domanda più importante: se non sai abbastanza della materia, come fai a sapere quando l’AI sta sbagliando?

L’intelligenza artificiale può accelerare un processo, proporre alternative e svolgere in pochi secondi operazioni che richiederebbero molto più tempo. Quello che non può fornire automaticamente è il criterio con cui stabilire se il risultato sia davvero buono.

Quel criterio viene da studio, esperienza, cultura, gusto e capacità critica.

Il problema non è usare l’AI. È delegarle anche il giudizio

Per questo trovo poco utile chiedersi semplicemente se qualcosa sia stato «fatto con l’intelligenza artificiale». Due persone possono utilizzare lo stesso strumento in modi completamente diversi. Una può scrivere una richiesta generica, copiare la prima risposta e pubblicarla. Un’altra può partire da una propria idea, fornire materiali e indicazioni, correggere il risultato, eliminarne alcune parti, verificarne altre, chiedere nuove versioni e ripetere il processo finché ciò che rimane corrisponde davvero a quello che voleva dire.

Entrambe hanno utilizzato l’AI, ma non hanno fatto lo stesso lavoro. L’intelligenza artificiale è un acceleratore, non una garanzia di qualità. Può permettere a una persona competente di lavorare più velocemente, ma può anche permettere a una persona incompetente di produrre molto più rapidamente qualcosa di mediocre.

Ed è forse questo il punto che tendiamo a dimenticare: il vero problema non è che oggi l’intelligenza artificiale possa scrivere.

È che rende molto più facile non accorgersi di aver scritto male.

Perché l’AI può generare mille frasi ma qualcuno deve ancora sapere quali meritino di rimanere.

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Note

    1. Flavio Calvino, Jelmer Reijerink, Lea Samek, The effects of generative AI on productivity, innovation and entrepreneurship, OECD Artificial Intelligence Papers, n. 39, 20 giugno 2025. La rassegna evidenzia incrementi di produttività in diversi compiti, ma sottolinea che i risultati dipendono dall’esperienza dell’utilizzatore, dal tipo di attività e dalla collaborazione uomo-AI.
    2. Chloe Autio et al., Artificial Intelligence Risk Management Framework: Generative Artificial Intelligence Profile, National Institute of Standards and Technology, 26 luglio 2024. Il NIST utilizza il termine confabulation per indicare contenuti falsi, erronei o incoerenti presentati con apparente sicurezza dai sistemi generativi.

Altri approfondimenti

  1. Fengchun Miao, Wayne Holmes, Guidance for Generative AI in Education and Research, UNESCO, 2023, aggiornato 16 gennaio 2026. Il documento propone un approccio alla GenAI centrato sull’essere umano e sulla tutela dell’autonomia e della capacità decisionale degli utilizzatori.
  2. OECD, The impact of AI adoption on market dynamics, 2025. L’analisi richiama studi nei quali l’AI ha ridotto i tempi di alcuni compiti di scrittura e aumentato la qualità media, osservando però anche una tendenza alla convergenza stilistica e a risultati più formulaici in caso di utilizzo ripetuto.

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.