Ho deciso di chiamarli Pulcinella. Non è una categoria psicologica, naturalmente, né tantomeno una diagnosi: è semplicemente il nome che ho dato a un tipo umano che credo quasi tutti, prima o poi, abbiano avuto la sfortuna di incontrare.

Il Pulcinella non è una persona che sbaglia. Se bastasse commettere errori per esserlo, lo saremmo tutti. Il Pulcinella lo riconosci per due motivi: il primo riguarda proprio la natura della maschera: nella commedia dell’arte un personaggio di questo tipo ritorna in situazioni diverse mantenendo alcuni tratti evidenti, e lo stesso Pulcinella è stato tradizionalmente rappresentato come opportunista, sfrontato, ironico e capace di cavarsela nelle situazioni più disparate.¹ Naturalmente non sto sostenendo che questa mia categoria corrisponda al personaggio teatrale in senso filologico: sto prendendo in prestito una maschera per descrivere un comportamento umano che mi sembra particolarmente riconoscibile.

Il secondo motivo è ancora più importante, perché il Pulcinella che intendo io non è semplicemente una persona pasticciona o irresponsabile. Nei suoi errori c’è quasi sempre una certa furbizia, un modo di cercare il proprio vantaggio lasciando che qualcun altro paghi almeno una parte delle conseguenze, spesso senza neppure una volontà lucida di danneggiare il prossimo perché, dopo anni passati a ragionare in questo modo, quello schema può essere diventato semplicemente il modo più naturale di affrontare la vita. Prima viene ciò che conviene a lui, poi si vedrà cosa succede agli altri; se nasce un problema, qualcuno lo risolverà, se qualcuno si arrabbia ci sarà una spiegazione e, quando la situazione sarà sufficientemente tranquilla, tutto potrà ricominciare più o meno nello stesso modo.

E la cosa particolare è che tutto questo avviene spesso con simpatia, leggerezza, battute e una notevole capacità di cavarsela. In parole povere, il Pulcinella frega il prossimo con il sorriso.

Non significa necessariamente che si svegli la mattina pensando a chi potrebbe danneggiare. Anzi, credo che nella maggior parte dei casi la questione sia molto meno cinematografica: semplicemente tende a scegliere ciò che gli costa meno, gli conviene di più o gli permette di evitare una responsabilità, mentre le conseguenze che ricadono sugli altri diventano un problema secondario. È proprio questa apparente normalità a renderlo difficile da riconoscere, perché una persona apertamente cattiva, aggressiva o manipolatoria mette molto prima in allarme; il Pulcinella, invece, può essere simpatico, affettuoso, divertente, generoso in molte occasioni e perfino sinceramente convinto di essere una brava persona.

Per questo la mia definizione è molto semplice: il Pulcinella non è chi sbaglia, è chi non impara. Tutti commettiamo errori, prendiamo decisioni egoistiche, feriamo qualcuno senza volerlo, ci comportiamo male o facciamo qualcosa di cui successivamente ci vergogniamo; ciò che secondo me comincia a distinguere un normale errore umano da un modo problematico di vivere è la ripetizione dello stesso schema nel tempo, con conseguenze simili e soprattutto con la costante necessità di trovare una spiegazione che permetta di non modificare realmente nulla.

Una persona dovrebbe infatti avere una biografia, non un copione. Dovrebbe attraversare esperienze, subirne le conseguenze, osservare le proprie reazioni e quelle degli altri e, almeno qualche volta, uscirne leggermente diversa da come vi era entrata. La metafora della maschera mi piace proprio per questo: il personaggio torna continuamente sulla scena conservando i propri elementi caratteristici; l’essere umano, invece, possiede la possibilità di accumulare esperienza e trasformarsi.

Questo non significa sostenere che il carattere possa essere cambiato a piacimento oppure che educazione, ambiente, temperamento ed esperienze non abbiano un peso enorme nella formazione di una persona. Significa soltanto che non possiamo scientificamente affermare che, raggiunta l’età adulta, la personalità diventi definitivamente immutabile. Una ricerca longitudinale condotta da Jule Specht, Boris Egloff e Stefan Schmukle su più di 14.000 persone ha osservato contemporaneamente elementi di stabilità e cambiamento dei tratti di personalità durante l’età adulta,² mentre uno studio pubblicato nel 2021 sui Proceedings of the National Academy of Sciences ha mostrato che alcuni tratti possono modificarsi anche attraverso interventi intenzionalmente rivolti al cambiamento.³

Per questo non direi che il Pulcinella sia condannato a esserlo per tutta la vita, né che esista un momento preciso dopo il quale una persona non possa più cambiare. Direi piuttosto che con il passare degli anni certi modi di ragionare e comportarsi possono diventare profondamente radicati e che modificarli richiede qualcosa che non tutti sono disposti a fare: guardare seriamente se stessi e accettare la possibilità di essere almeno una parte del problema.

Perché cambiare costa fatica. Significa ammettere di aver sbagliato senza aggiungere subito un «però», sopportare il disagio di una critica, chiedere scusa, rinunciare a qualche vantaggio, riconoscere che una situazione non è andata male soltanto per sfortuna e, nei casi in cui da soli non si riesca a interrompere determinati comportamenti, avere anche l’umiltà di chiedere aiuto. È molto più facile pensare che gli altri siano esagerati, che abbiano frainteso, che «capita a tutti», che anche loro abbiano commesso degli errori oppure che, alla fine, non sia successo niente di tanto grave.

Qui la psicologia offre almeno qualche strumento interessante per capire perché siamo così bravi a raccontarci versioni dei fatti favorevoli a noi stessi. Uno di questi è il cosiddetto self-serving bias, cioè quella tendenza che può portarci a interpretare gli eventi in maniera protettiva nei confronti della nostra immagine e, soprattutto davanti a un risultato negativo, ad attribuire più facilmente la responsabilità a qualcosa di esterno. In uno studio del 2017, Xiaoyan Wang e colleghi hanno osservato questo tipo di distorsione anche in situazioni interpersonali costruite in modo da ridurre l’ambiguità nell’attribuzione della responsabilità.⁴ Naturalmente questo meccanismo non appartiene soltanto ai miei Pulcinella: è una tendenza umana molto più generale. Il problema comincia quando smette di essere occasionale e diventa il sistema attraverso cui si spiega praticamente ogni fallimento.

Un altro concetto utile è quello del disimpegno morale, studiato in particolare da Albert Bandura, cioè l’insieme di meccanismi attraverso i quali possiamo rendere più accettabile ai nostri occhi una condotta problematica, per esempio spostando o distribuendo la responsabilità, minimizzando le conseguenze oppure attribuendo una parte della colpa a chi ha subito il danno.⁵ Ricerche successive hanno inoltre trovato una relazione tra una maggiore propensione al disimpegno morale e una maggiore probabilità di prendere decisioni non etiche.⁶ Anche in questo caso non significa affatto che chi si comporta male sia necessariamente consapevole di tutto il processo o stia deliberatamente costruendo una gigantesca menzogna: è proprio questo il punto. Possiamo diventare estremamente bravi a raccontare una storia a noi stessi prima ancora che agli altri.

Non ho quindi bisogno di sostenere che tutte le persone cattive sappiano perfettamente di essere cattive, perché sarebbe un’affermazione impossibile da dimostrare e probabilmente falsa nella sua assolutezza. Mi interessa un’altra responsabilità, molto più semplice: quella di interrogarsi quando le conseguenze continuano a ripetersi. Se persone completamente diverse finiscono per farti osservazioni molto simili, se perdi rapporti sempre per ragioni paragonabili, se continui a creare situazioni dalle quali esci relativamente indenne mentre qualcun altro deve raccogliere i cocci, arriva un momento in cui raccontarsi che ogni episodio sia indipendente dagli altri diventa molto comodo.

Ed è proprio per questo che considero i Pulcinella pericolosi: sono difficili da vedere.

Non necessariamente producono subito un danno enorme e riconoscibile. Molto più spesso distribuiscono nel tempo una serie di problemi apparentemente piccoli, ciascuno dei quali, osservato da solo, può essere perdonato facilmente. Quella volta non aveva capito, quell’altra era in difficoltà, in quel caso è stato sfortunato, la volta dopo aveva sicuramente buone intenzioni. E magari è tutto vero. Il problema emerge quando si smette di giudicare ogni episodio separatamente e si osserva il disegno complessivo: chi prende continuamente decisioni sbagliate? Chi ne trae il vantaggio? Chi ne paga le conseguenze? Chi deve risolvere il problema? E soprattutto, dopo che tutto è finito, chi cambia qualcosa?

È la sequenza, più del singolo episodio, a raccontare chi abbiamo davanti.

Questo spiega anche perché spesso sia difficile prendere le distanze da persone del genere, soprattutto quando esiste un legame familiare o una storia molto lunga. L’affetto, la riconoscenza e il bene ricevuto in passato hanno certamente un valore, e non credo sarebbe giusto fingere che vent’anni trascorsi accanto a qualcuno valgano quanto sei mesi di conoscenza; allo stesso tempo, però, non penso che un rapporto umano possa trasformarsi in una cambiale morale perpetua, per cui essere mio padre, mia madre, mio fratello, mio figlio adulto, il mio compagno o un amico di vecchia data conceda automaticamente il diritto di continuare a danneggiarmi senza limiti.

Si può essere riconoscenti per ciò che una persona ha fatto ieri e riconoscere che ciò che fa oggi non è più sostenibile. Le due cose non si escludono.

Evitare un Pulcinella, quindi, non dovrebbe significare condannare una persona per sempre o convincersi che sia ontologicamente incapace di cambiare. Se un giorno riconoscesse veramente il proprio schema, chiedesse aiuto quando necessario e soprattutto dimostrasse attraverso comportamenti diversi mantenuti nel tempo di avere imparato qualcosa, sarebbe già venuta meno la caratteristica fondamentale con cui io stessa l’ho definito. Non sarebbe più qualcuno al quale continuano ad accadere le cose senza che esse diventino esperienza.

Fino a quel momento, però, credo che proteggersi sia perfettamente legittimo. Non serve neppure stabilire se dietro ogni comportamento ci sia cattiveria, egoismo, paura, immaturità o semplice abitudine, perché per decidere quanto spazio concedere a qualcuno nella nostra vita possiamo guardare anche alle conseguenze concrete che la sua presenza produce. Se ogni volta finiamo per perdere tempo, serenità, denaro, fiducia o energie per sistemare qualcosa che quella persona continua a provocare, forse non abbiamo bisogno di aspettare il disastro definitivo per autorizzarci a prendere le distanze.

Alla fine, quello che trovo più pericoloso nei Pulcinella non è nemmeno il singolo errore e neppure la furbizia con cui spesso riescono a cavarsela, ma la capacità di rendere ogni episodio abbastanza piccolo, simpatico o giustificabile da impedirci di vedere immediatamente il meccanismo complessivo.

Perché il Pulcinella raramente sembra pericoloso alla prima scena.

Bisogna guardare il copione.

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Note

  1. M. Schino, Pulcinella, in «Enciclopedia dei ragazzi», Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 2006, disponibile all’indirizzo: https://www.treccani.it/enciclopedia/pulcinella_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/; cfr. anche Pulcinella, in «Enciclopedia on line», Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, disponibile all’indirizzo: https://www.treccani.it/enciclopedia/pulcinella/. La prima fonte definisce la maschera come un personaggio che ricompare in situazioni differenti conservando alcuni aspetti fissi; la seconda ricorda, tra i caratteri tradizionalmente attribuiti a Pulcinella, l’opportunismo, la sfrontatezza e lo spirito ironico. La categoria del «Pulcinella» utilizzata nell’articolo rimane tuttavia una mia metafora personale e non pretende di coincidere con la storia teatrale del personaggio.
  2. J. Specht, B. Egloff, S. C. Schmukle, Stability and Change of Personality Across the Life Course: The Impact of Age and Major Life Events on Mean-Level and Rank-Order Stability of the Big Five, in «Journal of Personality and Social Psychology», 101, n. 4, 2011, pp. 862-882, DOI 10.1037/a0024950, scheda consultabile presso PubMed: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21859226/. Lo studio longitudinale ha analizzato un campione di 14.718 adulti e mostra come stabilità e cambiamento dei tratti di personalità possano coesistere nel corso dell’età adulta.
  3. M. Stieger, C. Flückiger, D. Rüegger, T. Kowatsch, B. W. Roberts, M. Allemand, Changing Personality Traits with the Help of a Digital Personality Change Intervention, in «Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America», 118, n. 8, 2021, e2017548118, DOI 10.1073/pnas.2017548118, disponibile all’indirizzo: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2017548118; scheda PubMed: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33558417/. Lo studio fornisce evidenze sperimentali della possibilità di modificare alcuni tratti di personalità attraverso un intervento intenzionale.
  4. X. Wang, L. Zheng, L. Li, Y. Zheng, P. Sun, F. A. Zhou, X. Guo, Immune to Situation: The Self-Serving Bias in Unambiguous Contexts, in «Frontiers in Psychology», 8, 2017, art. 822, DOI 10.3389/fpsyg.2017.00822, disponibile integralmente all’indirizzo: https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2017.00822/full. Gli autori hanno osservato un self-serving bias nell’attribuzione di eventi interpersonali negativi anche in condizioni nelle quali la responsabilità risultava relativamente poco ambigua.
  5. A. Bandura, C. Barbaranelli, G. V. Caprara, C. Pastorelli, Mechanisms of Moral Disengagement in the Exercise of Moral Agency, in «Journal of Personality and Social Psychology», 71, n. 2, 1996, pp. 364-374, DOI 10.1037/0022-3514.71.2.364, consultabile tramite DOI all’indirizzo: https://doi.org/10.1037/0022-3514.71.2.364. Gli autori analizzano diversi meccanismi attraverso i quali le autosanzioni morali possono essere attenuate o disattivate, tra cui lo spostamento e la diffusione della responsabilità, la minimizzazione delle conseguenze e l’attribuzione della colpa alla vittima.
  6. J. R. Detert, L. K. Treviño, V. L. Sweitzer, Moral Disengagement in Ethical Decision Making: A Study of Antecedents and Outcomes, in «Journal of Applied Psychology», 93, n. 2, 2008, pp. 374-391, DOI 10.1037/0021-9010.93.2.374, scheda consultabile presso PubMed: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18361639/; DOI: https://doi.org/10.1037/0021-9010.93.2.374. Lo studio ha riscontrato una relazione positiva tra disimpegno morale e decisioni non etiche.

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.