Qualche giorno fa mi sono resa conto di una cosa che, per qualche motivo, mi ha fatto abbastanza impressione: i miei gusti sono cambiati. Non nel senso che oggi mi piace un colore che dieci anni fa odiavo o che ho cambiato genere musicale preferito. Mi sono accorta che sono cambiate proprio alcune delle abitudini che, per anni, avevo considerato parte integrante della mia personalità.

La lettura, per esempio.

Ho iniziato a leggere davvero quando ero bambina. Avevo circa otto anni e il primo libro che ricordo come “mio” fu L’isola del tesoro nella versione di Geronimo Stilton. Poi sono arrivati tutti gli altri: libri per bambini, storie illustrate, avventure, fantasy. Successivamente Harry Potter, Twilight e tutta quella narrativa fantastica che durante l’adolescenza riusciva a farmi sparire per ore dentro mondi che non esistevano. Per anni ho pensato che sarei rimasta così per sempre. Se qualcuno mi avesse detto che, arrivata a un certo punto della mia vita, avrei iniziato spontaneamente a preferire un saggio di storia, un’inchiesta giornalistica o un articolo di venti pagine a un romanzo fantasy, probabilmente non gli avrei creduto.

Non c’è stato nemmeno un momento preciso in cui abbia deciso: “Da oggi basta romanzi, leggerò soltanto saggistica”. È avvenuto lentamente. Sono andata all’università, ho iniziato a studiare molto di più, a cercare fonti, a leggere manuali, saggi e articoli scientifici. Piano piano ho cominciato a utilizzare la lettura non soltanto per entrare dentro una storia, ma per capire qualcosa che prima non sapevo. E a un certo punto quella sensazione ha iniziato a piacermi.

Prima leggevo per sapere cosa sarebbe successo al personaggio nel capitolo successivo. Oggi posso provare una curiosità molto simile perché voglio sapere come è nato un parco divertimenti, perché è scoppiata una guerra, come funzionava una determinata società o perché le persone si comportano in un certo modo.

La curiosità non è scomparsa. Ha semplicemente cambiato oggetto.

Ed è interessante perché la ricerca sui lettori non suggerisce affatto che esista un’evoluzione obbligatoria dalla narrativa alla saggistica. Non diventiamo automaticamente lettori di non-fiction quando cresciamo. Uno studio di Margaret Kristin Merga e Saiyidi Mat Roni sugli avidi lettori ha però rilevato che, nel campione analizzato, i lettori prevalentemente interessati alla saggistica tendevano a essere mediamente più anziani rispetto ai lettori di narrativa.¹ Gli autori sono molto più prudenti di quanto sarebbe comodo per scrivere un titolo del tipo “Superati i trent’anni smetterai di leggere romanzi”: descrivono un’associazione, non una legge biologica.

E infatti credo che nel mio caso l’università abbia avuto un peso enorme.

Quando trascorri anni a leggere per capire, confrontare e ricostruire, inevitabilmente sviluppi una certa familiarità con quel tipo di lettura. Non significa che tutti gli universitari finiscano per preferire i saggi, ovviamente. Però esistono studi che mostrano come gli interessi accademici possano infiltrarsi anche nella lettura libera. Una ricerca del 2024 condotta tra studenti universitari di economia, per esempio, ha rilevato che molti di quelli che leggevano per piacere sceglievano anche libri collegati ai propri interessi personali e accademici; allo stesso tempo, lo studio sottolineava come gli impegni universitari potessero ridurre il tempo disponibile per la lettura ricreativa.²

Questa cosa mi rappresenta parecchio. Io non ho smesso di amare le storie. Continuo a guardare film e serie televisive, continuo ad appassionarmi ai personaggi e continuo ad amare la narrativa come forma espressiva. Ma quando prendo spontaneamente qualcosa da leggere, ormai quasi sempre voglio imparare qualcosa. Dai saggi sono passata agli articoli. Poi ai podcast.

E, cosa che trovo ancora più inquietante, ho iniziato ad apprezzare i telegiornali.

Questa sì che è una trasformazione che la me bambina avrebbe vissuto come un tradimento.

Mi ricordo perfettamente quando combattevo con mio nonno o con i miei genitori perché volevano vedere il telegiornale e io volevo cambiare canale per guardare i cartoni animati. Il TG era quella cosa lunghissima e incomprensibile che interrompeva programmi molto più importanti.

Oggi invece posso guardarlo dall’inizio alla fine.

Magari il fatto che ormai lavori anche in quell’ambiente ha qualche responsabilità. Anzi, probabilmente ce l’ha.

Perché anche qui credo che a volte commettiamo l’errore di attribuire tutto semplicemente all’età. “Sto diventando vecchia, quindi guardo il telegiornale”. In realtà l’età è soltanto una delle variabili che modificano le nostre abitudini. Cambia il nostro ambiente, cambiano le persone che frequentiamo, cambia ciò che facciamo ogni giorno e soprattutto cambia ciò che per noi è rilevante.

Quando avevo otto anni una crisi di governo non aveva praticamente alcuna conseguenza percepibile sulla mia giornata. Un cartone animato sì.

Oggi possiedo strumenti diversi per comprendere una notizia, conosco maggiormente il contesto nel quale si inserisce e, lavorando anche nel mondo dell’informazione, sono inevitabilmente esposta molto più spesso a quel linguaggio.

Esistono effettivamente differenze generazionali molto forti nel modo in cui consumiamo le notizie. Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute mostra, per esempio, che le persone più giovani tendono molto più frequentemente a utilizzare social media, piattaforme video e strumenti digitali come principale porta d’accesso all’informazione, mentre la televisione continua ad avere un peso maggiore con l’aumentare dell’età.³ Ma anche questo non significa che a una determinata età scatti improvvisamente il gene del TG delle otto: descrive tendenze collettive, mentre le singole persone costruiscono le proprie abitudini attraverso lavoro, interessi, ambiente e routine.

Forse la cosa più interessante è proprio questa: ci abituiamo alle cose.

La psicologia studia da moltissimo tempo quello che viene chiamato mere exposure effect, l’effetto della semplice esposizione. Robert Zajonc mostrò già negli anni Sessanta come l’esposizione ripetuta a uno stimolo potesse, in determinate condizioni, aumentare la nostra valutazione positiva dello stimolo stesso.⁴ Non significa naturalmente che se ascoltiamo cento volte qualcosa che detestiamo finiremo necessariamente per amarlo, ma la familiarità può avere un peso sorprendente nella costruzione delle preferenze.

E probabilmente succede continuamente senza che ce ne rendiamo conto.

Prima un saggio mi sembrava “un libro da studiare”.

Poi ne ho letti cento.

A un certo punto è diventato semplicemente un libro.

Un podcast di approfondimento sarebbe potuto sembrare noioso alla me adolescente; oggi posso ascoltarne uno di due ore mentre faccio altro e arrivare alla fine con altre dieci cose che voglio cercare.

E poi c’è il cibo.

Qui il cambiamento mi fa quasi ancora più ridere perché sono sempre stata abbastanza rigida. Ho sempre detto di preferire il salato al dolce e per anni solo gelato alla crema.

Poi improvvisamente sono comparse cheesecake, aragostine ripiene di ricotta, tiramisù e altri dolci che qualche anno fa probabilmente avrei guardato con sospetto.

Anche qui, prima di dichiarare ufficialmente che sto diventando una vecchia signora che guarda il telegiornale mangiando il tiramisù e leggendo saggi storici, bisogna distinguere due cose.

Le preferenze alimentari cambiano davvero nel corso della vita, ma non soltanto perché le nostre papille gustative stanno invecchiando. Una revisione della letteratura sulle differenze tra giovani e adulti ha evidenziato, per esempio, che la preferenza per sapori molto dolci tende generalmente a essere maggiore durante l’infanzia e a ridursi con l’età.⁵ Ma il gusto non è fatto soltanto di recettori: è anche esperienza, cultura, memoria, abitudine e contesto.

E soprattutto esiste ancora una volta l’esposizione.

La ricerca sull’accettazione degli alimenti mostra da tempo che assaggiare ripetutamente qualcosa può modificarne la piacevolezza percepita, un fenomeno particolarmente studiato durante l’infanzia ma osservato anche in fasce di età successive.⁶

Forse la cheesecake non è diventata improvvisamente più buona: sono semplicemente diventata io più disposta ad assaggiarla. Quando siamo giovani tendiamo a descriverci attraverso definizioni molto nette — ciò che amiamo, ciò che odiamo, quello che non faremmo mai — e in quel momento sono tutte sincere; il problema nasce quando pensiamo che debbano restare vere per sempre. Per anni ho considerato i miei gusti quasi come caratteristiche innate, mentre molte preferenze dipendono in realtà da abitudini, esperienze, associazioni e fasi della vita e possono quindi cambiare senza che questo significhi perdere una parte della nostra identità.

In fondo non sono poi così diversa dalla bambina che leggeva Geronimo Stilton: allora volevo sapere cosa sarebbe successo sull’isola del tesoro, oggi apro un saggio per capire un periodo storico. È rimasta la stessa curiosità, soltanto rivolta più spesso alla realtà che alla fantasia. Lo stesso vale per il telegiornale, il tiramisù o tutte quelle cose che un tempo mi sembravano incomprensibili o noiose e che oggi, grazie all’esperienza, riesco ad apprezzare diversamente. Certo, sto diventando più grande, ma non sto semplicemente invecchiando: sto accumulando esperienze, e ognuna modifica un po’ il mio repertorio di interessi e preferenze. La cosa più strana è accorgermi che la persona che pensavo sarei rimasta per sempre è già cambiata e che, probabilmente, tra dieci anni guarderò quella che sono oggi con la stessa sorpresa. Magari tornerò persino a divorare fantasy e a preferire i cartoni animati al telegiornale.

Qui Sara Scrive, passo e chiudo!

Note

  1. M. K. Merga, S. Mat Roni, Characteristics, preferences and motivation of avid non-fiction readers, in «Collection and Curation», 37, 2, 2018, pp. 50-59, disponibile all’indirizzo: https://www.emerald.com/cc/article-abstract/37/2/50/69025/Characteristics-preferences-and-motivation-of-avid. Lo studio rileva, nel campione analizzato, una maggiore età media tra gli avidi lettori di saggistica rispetto a quelli prevalentemente interessati alla narrativa; il risultato descrive un’associazione e non dimostra che l’età determini il passaggio dalla fiction alla non-fiction.
  2. G. Nicolosi, L. Reiter, The leisure reading habits of undergraduate business students, in «College & Undergraduate Libraries», 31, 3-4, 2024, pp. 79-99, disponibile all’indirizzo: https://doi.org/10.1080/10691316.2024.2391736. Gli autori rilevano che molti studenti intervistati sceglievano letture ricreative coerenti con i propri interessi personali e accademici e che gli impegni universitari rappresentavano contemporaneamente un limite al tempo dedicato alla lettura libera.
  3. Overview and key findings of the 2026 Digital News Report, in «Reuters Institute for the Study of Journalism», 2026, disponibile all’indirizzo: https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2026/dnr-executive-summary. Il rapporto evidenzia forti differenze generazionali nelle principali modalità di accesso alle notizie: social media, piattaforme video e strumenti digitali risultano particolarmente importanti tra i più giovani, mentre la televisione mantiene un peso maggiore nelle fasce di età più elevate.
  4. R. B. Zajonc, Attitudinal Effects of Mere Exposure, in «Journal of Personality and Social Psychology», 9, 2, parte 2, 1968, pp. 1-27, disponibile all’indirizzo: https://web.mit.edu/curhan/www/docs/Articles/biases/9_J_Personality_Social_Psychology_1_(Zajonc).pdf.
  5. A. C. Hoffman, R. V. Salgado, C. Dresler, R. W. Faller, C. Bartlett, Flavour preferences in youth versus adults: a review, in «Tobacco Control», 25, suppl. 2, 2016, pp. ii32-ii39, disponibile all’indirizzo: https://tobaccocontrol.bmj.com/content/25/Suppl_2/ii32. La revisione raccoglie diversi studi che indicano, tra le altre differenze legate all’età, una maggiore preferenza per il sapore dolce durante l’infanzia rispetto all’età adulta.
  6. M. K. Spill et al., Repeated exposure to food and food acceptability in infants and toddlers: a systematic review, in «The American Journal of Clinical Nutrition», 109, suppl. 1, 2019, disponibile all’indirizzo: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30982874/. Gli autori ricordano come la letteratura precedente abbia già documentato l’efficacia dell’esposizione ripetuta nell’aumentare l’accettabilità di determinati alimenti anche nei bambini più grandi e negli adulti.

Written by

Sara

Romana, classe 1998.
La maggiore delle sette sorelle Greffi.
Fondatrice di Sara Scrive, curiosa per natura e instancabile sognatrice.
Racconto la vita come un film — tra arte, storia e viaggi.