Vita e morte in “Anna Karenina”

In “Anna Karenina” i personaggi di Tolstoj si trovano più volte con le spalle al muro e sono portati a riflettere sul significato della vita e della morte. Concepiscono la morte in modo diverso gli uni dagli altri, e in particolare il romanzo è segnato da due morti che ci fanno riflettere: quella di Nikolaj Levin, fratello di Konstantin Levin, e quella di Anna Karenina.

La morte di Nikolaj Levin

Nikolaj muore consumato dalla malattia, fin dall’inizio egli sa che morirà non troppo tardi, ma evita anche il solo pensiero. Il fratello al contrario pensa costantemente alla morte imminente di Nikolaj e se ne tormenta. Levin si rende conto che fino a quel momento aveva vissuto come se la morte non esistesse, come se fosse un dettaglio trascurabile, ma all’improvviso gli si presenta davanti l’inevitabile fine di tutto con una violenza ineluttabile.

“Io lavoro, voglio fare qualche cosa, ma ho dimenticato che tutto finisce, che c’è la morte. Eppure io sono vivo ancora. E adesso che farò mai, che farò?”

La morte gli appare quindi come un’insolubile questione, non così lontana come gli era sempre parsa. Dopo le sofferenze finali del fratello Levin trova però una risposta alla morte: l’amore.

Nonostante la morte, sentì il bisogno della vita e dell’amore. Sentiva che l’amore lo salvava dalla disperazione e che questo amore, sotto la minaccia della disperazione, era diventato ancora più forte e più puro. L’unico mistero della morte, ancora irrisolto, era appena passato davanti ai suoi occhi, quando un altro mistero era sorto, altrettanto insolubile, che lo spingeva all’amore e alla vita”.

La morte di Anna Karenina

Se Levin trova sollievo dalla morte del fratello nell’amore, l’amore stesso è proprio ciò che causa la morte di Anna. Nikolaj è strappato alla vita, mentre Anna decide di togliersela da sola. Durante il viaggio in treno, metafora della vita stessa della protagonista, presa dall’angoscia di un amore che sente ormai spegnersi e di una società nella quale non sarà mai accettata, decide di buttarsi sulle rotaie.

Nella morte la donna si libera dei suoi tormenti e al tempo stesso si vendica nei confronti di Vronksij, che si tormenterà per sempre. Anna premedita il suicidio proprio come una punizione per l’uomo che aveva un tempo amato, si compiace nell’immaginare la sofferenza di lui, nel creare scenari in cui lui si pente di non averla amata abbastanza. Anna compie un suicidio meschino, fatto di crudeltà e freddezza.

La riflessione di Konstantin Levin

Nelle ultime pagine del romanzo ritroviamo Konstantin Levin a riflettere sul tema della morte, poichè aveva temuto più volte di compiere il suicidio. Levin ha una religiosità complessa e tormentata, crede solo nella filosofia fino a quando non capisce che la ragione non ha tutte le risposte. Se nel fratello morente Levin aveva visto l’angoscia di perdere la vita, adesso vede nella morte il modo per liberarsi dall’angoscia del vivere.

“Avendo allora, per la prima volta, capito chiaramente che per ogni uomo come lui non c’era niente, all’infuori della sofferenza, della morte, dell’oblio completo, aveva deciso che così non si poteva vivere, che bisognava spiegare la propria vita in modo che non apparisse una malvagia irrisione d’un qualche demone, o spararsi.”

Levin trova finalmente il significato della vita in un sentimento superiore alla fede, inesprimibile a parole.

“E fede o non fede, non so cosa sia, ma questo sentimento è entrato in me egualmente inavvertito, attraverso la sofferenza, e si è fermato saldamente nell’anima (…) ogni attimo, non solo non è più senza senso, come prima, ma ha un indubitabile senso di bene.”

 

E voi avete letto questo romanzo? Che ne pensate? Scrivetelo nei commenti!

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Veronica
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