Recensione romanzo: Solo per sempre tua

Solo per sempre tua di Louise O’Neill

«Sono una brava ragazza. Sono graziosa. Sono sempre spensierata. Sono attraente. Sono sempre gradevole. Faccio sempre quello che mi viene detto.»

La perfezione. L’ansia di raggiungerla, di essere in cima alla classifica. La consapevolezza di non poter essere perfette, neanche con tutti i sacrifici del mondo: non si può scappare dalla voce interiore che ti dice che c’è chi ha un colore di capelli più bello, occhi più grandi, fisico più longilineo. Neanche se sei progettata per essere perfetta, bellissima, uno strumento di piacere per gli uomini.

Questi i temi del romanzo di Louise O’Neill, autrice di Solo per sempre tua, un distopico ambientato in un mondo futuro, in cui la società è decisamente diversa da quella a cui siamo abituati: il mondo è diviso in zone, il romanzo in particolare è ambientato in quella che viene chiamata Euro-zona, e la società, ci viene detto, si è dovuta adattare ai diversi cambiamenti per poter sopravvivere.

Il più importante riguarda il ruolo delle donne e il modo in cui queste vengono al mondo: sono progettate in laboratorio, viene eliminato ogni possibile difetto, ogni particolare che potrebbe rendere le ragazze meno attraenti agli occhi degli uomini, e la loro educazione e la loro stessa vita girano intorno a questo. All’essere belle, al piacere ai ragazzi per poter essere scelte, ad essere in competizione con le altre eva per risultare sempre migliori, in una scalata alla vetta della classifica che rende le loro vite un tormento quotidiano, costante, senza possibilità di scelta in nulla e, cosa che rende il tutto ancora più tragico, senza mai che per un solo istante l’idea di star vivendo la vita che qualcuno ha programmato per loro, per cui sono state create come oggetti, come strumenti di piacere e basta, le sfiori un solo istante. Sono vittime di loro stesse, perché non hanno dubbi, non hanno mai domande.

La protagonista è freida, scritto in lettere minuscole come tutti i nomi femminili, a sottolineare sistematicamente il ruolo che le donne hanno in questa nuova società: niente di più che strumenti alla mercé degli uomini, create per gli uomini.

freida vive alla scuola insieme a tutte le altre eva e all’apparenza la sua vita è perfetta: è in cima alla classifica, come la sua migliore amica, isabel, entrambe hanno quindi ottime speranze di essere scelte come compagne e non finire ad essere concubine o, peggio, caste. Sono popolari, belle, hanno la speranza di vivere la vita che pensano di desiderare.

Questo è il loro ultimo anno di permanenza a scuola, prima di essere smistate, in base alla scelta degli eredi maschi, nelle tre categorie. Ma quella che è la vita apparentemente perfetta di freida inizia a sgretolarsi mano a mano, a partire dai segreti e dai silenzi di isabel e condurrà freida a fare scelte sbagliate e imprudenti che, una dopo l’altra, porteranno ad un epilogo che mai avrebbe pensato per se stessa.

Un punto che credo potesse essere sviluppato meglio riguarda le informazioni circa questo nuovo mondo: sappiamo che la società è cambiata a seguito di alcuni eventi, ma non ci viene detto molto di più. Il romanzo è narrato in prima persona da freida che non ha modo di conoscere realmente gli eventi passati se non attraverso documentari selezionati e foto, perché l’istruzione delle eva si limita solo alla cura dell’aspetto e non viene insegnato loro a leggere e scrivere, per cui di fatto lei non ha accesso alle informazioni su questo nuovo mondo. È un peccato, però, che l’autrice non abbia trovato un modo per approfondire questi dettagli, che avrebbero reso il romanzo più ricco e interessante.

Trovo invece che il personaggio di freida funzioni perfettamente: è odiosa, non è affatto la classica eroina da young adult, di perfetto ha solo il suo aspetto, per il resto è totalmente vittima e carnefice di questo sistema cannibale. Teme il giudizio delle altre, per questo è la prima che gioca sporco, che spara i giudizi più cattivi, fa le cose più infime, tradisce e se ne pente, ma non può fare a meno di farlo. Perché è debole. E per questo, per quanto puoi odiarla, per quanto detesti lei e le sue convinzioni superficiali, non puoi fare a meno di capirla. Di entrare in empatia con lei, perfino, perché è stando tra i suoi pensieri che scopriamo che freida ha paura, che nonostante sia progettata per essere perfetta, si sente sempre in difetto, sempre non abbastanza. Come tutte noi.

Perché per quanto la realtà dipinta dalla scrittrice sia esasperata, è incredibilmente vicina alla verità: viviamo in una società in cui le donne sono le prime vittime e carnefici di se stesse, in una lotta costante per cercare di essere migliori delle altre e in questo tentativo svalutiamo chi riteniamo essere solo una minaccia, una nemica. E per cosa, poi? Per poter essere considerate più gradevoli, più docili e quindi essere scelte dall’uomo di turno?

Non ci rendiamo conto di quanto questo sistema sia malato, di quanto molte, ancora oggi, vivano per lo sguardo altrui, per i giudizi degli altri, esattamente come freida, che fino all’ultimo non si rende conto di essere un oggetto, di non avere mai avuto scelta davvero.

Ed è questo a farci arrabbiare, a farci odiare freida, perché non ha la minima consapevolezza che tutto quello che reputa importante è una stupidaggine in confronto al fatto che le è stato tolto, anzi, mai dato, la cosa più importante di tutte: il diritto di scegliere per sé, il diritto ad essere l’unica ad avere voce in capitolo sul suo corpo.

Nel romanzo “le donne devono” sembra essere l’unico mantra a guidare queste ragazze, ed è spaventoso constatare quanto anche nella nostra società sia così, di quanto il nostro corpo di donna sia sempre un affare anche sociale, pubblico, che non riguarda solo noi stesse.

Perché dobbiamo essere sempre in ordine, truccate ma non troppo, vestite in maniera sexy ma non volgare, starci ma non troppo, intelligenti ma non abbastanza da mettere in soggezione gli uomini, intraprendenti ma senza essere sfacciate, e soprattutto mai mostrare di essere sicure, sensuali e consapevoli di quello che vogliamo.

La pena è essere marchiate come delle poco di buono, la peggior onta che una donna possa subire. Non importa come siamo, quanto siamo intelligenti, le cose che facciamo, verremo sempre divise in due gruppi: le sante e le poco di buono. E questo marchio, una volta affibbiato, non ce lo leva di dosso nessuno, a volte sembra essere l’unico valore che ci viene dato.

E quello che dovremmo urlare, noi donne perfettamente inserite in una società in cui dirci come dobbiamo essere è sempre stato la norma, dovrebbe essere: “Una donna deve essere solo una cosa: quello che vuole lei”.

Se continueremo ad alimentare questo sistema senza mai combatterlo, non sarà difficile trovarci in una situazione in cui il nostro unico ruolo sarà quello di essere il più piacenti possibile per un uomo.

Siamo più di questo.

La nostra vita ha più valore, abbiamo più obiettivi che non siano essere belle, sempre in ordine e disponili. Abbiamo più valore che essere semplicemente un’appendice subalterna all’uomo.

Simone De Beauvoir, ne Il secondo sesso sostiene l’importanza che le donne vengano finalmente percepite dalla società con gli stessi diritti e doveri degli uomini, come esseri a sé stanti, che la loro vita non venga necessariamente legata e subordinata a quello degli uomini. Che smettano a tutti gli effetti di essere solo “non uomini”. Che il loro valore come persone degne di diritti, doveri e libertà venga insomma riconosciuto.

Non voglio sembrare catastrofista, ma non viviamo in una società in cui il nostro valore di persone viene riconosciuto. Però, abbiamo il diritto di decidere cosa volere, cosa essere e come apparire senza che nessuno più osi dirci come dobbiamo vivere, che scelte prendere, supportato da una platea di gente che si sente legittimata solo perché è sempre stato così, come se il corpo delle donne fosse un affare sociale.

E il modo per farlo è iniziare a riconoscere che cercano di limitarci dalla nascita. Nel momento in cui scopriamo di poter avere più libertà di quelle che crediamo, iniziamo a distruggere poco a poco questo sistema maschilista.

E libri come questo, rivolto ad un target adolescenziale, sono necessari: il mondo editoriale è invaso da storie per ragazzi che legittimano comportamenti violenti e sessisti nel nome dell’amore e portano esempi negativi come normali. Una storia come questa, invece, potrebbe iniziare a far aprire gli occhi sulla società in cui viviamo e iniziare a cambiarla, a migliorarla.

Ricordandoci sempre che siamo noi a dover decidere chi essere e come apparire.

Siamo solo nostre. Cerchiamo di non dimenticarlo.

 

Voto: 3.5/5

E voi, cosa ne pensate? Se avete letto il libro, che cosa vi ha scaturito? Fatemelo sapere nei commenti!

Al prossimo articolo,

Michela

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Michela, 20+2, femminista, procrastinatrice seriale, a metà tra Verona e il mare del Molise. Leggo, scrivo, mi lascio stupire dal mondo e cerco di non arrabbiarmi troppo per i ritardi dei treni.

2 Commenti

    • Ciao, sono felice che la recensione ti abbia spinto a leggere il libro, spero ti piaccia!
      Continua a seguirci sul blog per altri contenuti!

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