Pinocchio – cos’è andato storto | Recensione

Metto le mani avanti: sono una persona che odia profondamente i remake, di tutti i generi; soprattutto gli ultimi arrivati a casa Disney come Il Re Leone o il più recente Lily e il Vagabondo: senza senso e inutili. Perché un regista debba spingersi a questi livelli, reiterare la stessa storia e nella stessa maniera decine di volte è un fatto a me ancora sconosciuto.

Questa volta però ero speranzosa: Matteo Garrone riserba nel mio cuoricino un posto speciale; mi aveva colpito con la fragilità e la delicatezza in Dogman e rapito con le fantastiche fiabe in Racconto dei Racconti (penso di rientrare nelle 12 persone a cui è piaciuto questo film, ma questa è un’altra storia) e invece è qui che proprio mi sbagliavo.

La fotografia è impeccabile, nei colori e negli sfondi, che ricordano molto quelli dogmaniani, ma il contenuto rimane acerbo, quasi esule da quella che invece è il background dato alla narrazione.

Non metto in discussione l’attinenza o meno alla trama originale (mea culpa se non abbia mai letto il capolavoro di Collodi), piuttosto il modo frettoloso e quasi rocambolesco del film, come se non fosse neanche presentato come un prodotto finale, ma solo come una abbozzo.

La conseguenza è una pellicola priva di gusto, senza un target preciso: il taglio troppo realistico, come se fosse una trasposizione di una fiaba, ma in una novella verista, non fa appassionare né i bambini né quantomeno gli adulti. Scene prive di magia come quella nel paese dei blocchi dall’ambientazione del tutto disincantata che si alternano ad episodi che dovrebbero portare un carico emotivo (vedi la riconciliazione col padre), ma che rimangono insipidi

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Matteo Garrone, il regista.

Sarà poi il budget limitato a soli 10 miseri milioni di euro che ha giocato un ruolo fondamentale, ma gli effetti speciali sono inguardabili: l’arrivo nella balena e la trasformazione in ciuchini fanno proprio accapponare la pelle (per non parlare del Grillo Parlante. Incubi). L’unica cosa che rende giustizia sono forse i costumi e le maschere utilizzate, quasi grottesche, ma che regalano quell’atmosfera vivida e grezza che riecheggiava già nel Racconto dei Racconti; la sproporzione tra le due tecniche non porterà però ad un risultato assicurato.

Inoltre, molti personaggi ci vengono presentato in maniera fugace (come Lucignolo e La Fatina, peraltro unico personaggio straniero e doppiato. Ce n’era bisogno?), come se il pubblico dovesse già conoscere il filo narrante: pensate magari a tutti quei bambini che si approcciano alla favola per la prima volta e non riescono nemmeno a captare i nomi dei protagonisti.
Le uniche interpretazioni che mi hanno strappato un sorriso sono state quelle di Massimo Ceccherini e Rocco Papaleo, secondo me perfetti per la parte; gli attori bambini sono imbarazzanti, mentre Roberto Benigni per quanto fosse azzeccato come Geppetto, mi ha perseguitato per tutta la durata del film con quel suo accento toscano marcato, in netto contrasto sia con quello romano di Pinocchio che con quello napoletano del Grillo: un “pastiche” di dialetti, insomma.
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Il Gatto (Rocco Papaleo) e la Volpe (Massimo Ceccherini ) mentre convincono Pinocchio (Federico Ielapi) a seguirli.
In ultimum, anche il “bildungsroman” del nostro caro burattino rimane sterile, come se la concatenazione delle scene tramite montaggio abbiano portato ad una metamorfosi solo in superficie e lasciata soltanto all’ovvio del finale.
Questo nuovo Garrone mi ha delusa e amareggiata e spero soltanto in un ritorno alle origini, a quella freddezza dei colori, ma a una profondità e delicatezza nei temi e del suo “realismo magico”, che mi avevano rapita la prima volta come un fulmine a ciel sereno.

Se siete ancora curiosi, ecco qui il trailer ufficiale.

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