WELCOME TO “BANSHEE”.

Leave your guns at the sheriff office before entering town (ladies may leave their panties).

La recensione forzatamente breve di Banshee.

Perché forzatamente breve?

Perché non farò spoiler e perché se dovessi approfondire l’argomento, esponendo di conseguenza buona parte della mia filosofia di vita, resterei seduto alla tastiera fino alla morte per consunzione.

Iniziamo col dire che se vi  siete persi “BANSHEE – La città del male”, vi siete fatti sfuggire la serie più figa di sempre.

Rappresenta la realizzazione delle mie aspettative telefilmiche più sfrenate, quanto di maggiormente prossimo all’estasi possa immaginare, probabilmente molto più di quanto meriti.

Di certo, più di quanto meritiate Voi.

Sono l’orgoglioso fondatore di una nuova una religione, il “Bansheeismo”: le ragazze si genuflettano.

 

Non scriverò della trama (qualcuno dirà: “Quale trama?”, ebbene quel qualcuno è uno stronzo).

Banshee arriva Dritto Sui Denti, alla faccia di ogni compromesso, fregandosene del politically correct: testosterone a manetta, figa e tette come non ci fosse un domani, personaggi indimenticabili col charisma che gli esce dal buco del culo e soprattutto una violenza costante, dirompente, catartica, coreografata dal Dio incazzato dell’Antico Testamento.

 

Impreziosito da una regia innovativa, a tratti sperimentale, lo show viaggia alla velocità di crociera di ottomila km al minuto. Non per questo trascura l’approfondimento di protagonisti e comprimari: c’è più spessore in alcuni ceffi che durano sì e no una ventina di minuti che nell’intero cast di serial ben più seguiti e blasonati.

Amate o praticate qualche forma di combattimento? Ne vedrete di cotte e di crude, soprattutto queste ultime.

Siete interessati a verificare (comodamente seduti in poltrona, o nei momenti più concitati, in piedi sul tavolo) cosa succede quando “Rules are taken out of the equation”? In Banshee si combatte con unghie, denti, gomiti e ginocchia. Storpiamenti e mutilazioni (anche genitali) sono all’ordine del giorno.

Le armi da fuoco sono (giustamente) relegate ai finali di stagione.

Alcuni critici (di nuovo lo stronzo di cui alle righe precedenti e i suoi degni compari) hanno osato sostenere, dando prova della pochezza delle loro gonadi, che “Banshee” difetta di introspezione.

Niente di più sbagliato: se in principio la narrazione convulsa legittima in parte tale impressione, un autentico, vecchio lupo (annusa) riconosce sin dai primi istanti performance attoriali che di episodio in episodio si faranno via via più intense e coinvolgenti.

Ho biasimato il casting e le scelte stilistiche del controverso True detective 3; in Banshee ogni dettaglio è studiato con cura maniacale: inquadrature, location, abbigliamento, gestualità, tagli di capelli, movimento pelvico in fase coitale (non scherzo).

Hood, Proctor, Nola, Ana, Job, l’inarrivabile Chayton acquisiscono sostanza non solo attraverso dialoghi brillanti, pur spesso laconici, ma per mezzo di un’attenta, meticolosa caratterizzazione.

Solo un imbecille bollerebbe la serie come uno spettacolo caciarone adatto a li peggio coatti, ma il mondo e soprattutto il web sono sovrappopolati e l’intelligenza è una perla rara.

Lo è anche “Banshee”.

Tutti vorremmo essere “Banshee”.

Essere così fighi, rompere il culo a tutti.

Non resta che ammetterlo e godersi lo spettacolo.

P.S.

Quanto ho scritto vale per le stagioni 1,2,3.

La 4 è una MERDA. Non c’è niente che funzioni.

Dunque, cosa cazzo è successo?

Saperlo.

 

Se ti è piaciuta la recensione, ma soprattutto se ti è piaciuto “Banshee”, magari apprezzerai anche il mio libro “Dritto sui denti”.

Lo puoi trovare online su Amazon, Feltrinelli e tutti i migliori store.

 

 

 

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