Tra genio e follia: Andy Wharol

“Io vedo tutto così, la superficie delle cose, una specie di Braille mentale, mi limito a passare le mani sulla superficie delle cose. Mi considero un artista americano. Con la mia arte rappresento gli USA, ma ciò non vuol dire che io faccia critica sociale: rappresento quei determinati oggetti nei miei dipinti perché sono le cose che conosco meglio. Non sto affatto tentando di fare una critica agli USA o tentando di mostrarne la bruttezza: sono solo puramente un artista.”

 

Se vi dico “POP ART” qual è il primo nome a venirvi in mente?

Pittore, scultore, sceneggiatore, regista, attore e direttore della fotografia. Nato il 6 agosto del 1928, Andy Wharol è stato il simbolo del XX secolo, nonchè una tra le figure più importanti.

Eccentrico, stravagante e vanitoso, Andy Warhol è oggi uno degli artisti più famosi di tutti i tempi. A contribuire alla nascita del mito certamente i suoi eccessi e follie poco note al grande pubblico. Negli anni ’70 partecipava a quattro feste in una sola sera e una volta disse per scherzo che avrebbe partecipato anche “all’inaugurazione di una tazza da gabinetto”. Eppure se ne stava tutto il tempo a fotografare. Non amava socializzare, timido com’era. Impacciato però non era davvero, tanto da cucirsi addosso l’etichetta di «timido narciso». Jeans, t-shirt e giacche di pelle erano i capi da lui prediletti. La parrucca argentata con cui Andy Warhol ha esorcizzato lo scorrere del tempo, è uno degli accessori suoi indimenticabili. La passione per l’arte irrompe nella vita dell’uomo all’età di otto anni, quando vittima di un forte esaurimento nervoso è costretto a stare a letto. Andy comincia ad immergersi in un mondo fantastico popolato dagli eroi dei fumetti e dalle star del cinema, di cui già collezionava fotografie e autografi. Ad ossessionarlo però è la riproducibilità dell’arte. Tra i suoi obiettivi vi era quello di far scendere l’arte dalle statue per renderla alla portata di tutti.

Sui cinque piani della casa newyorkese al 1342 di Lexington Avenue, Andy Warhol viveva con 25 gatti siamesi, tutti di nome Sam, eccetto uno che si chiamava Hester. Altre due curiosità sono legate alla dimora di Andy Warhol. Appassionato di tecnologia, riempiva la casa di tutte le ultime novità: registratori, televisioni, radio, che rigorosamente teneva sempre accesi. Forse probabilmente per riempire una solitudine che gli era insopportabile. La casa era stranamente priva di mobili, ma piena di cianfrusaglie: dischi, riviste, fotografie, quadri, ma anche volantini, giocattoli rotti, scatole dei super market vuoti e carte di caramelle. La madre, data la passione di Andy Warhol proprio per le caramelle, lo aveva soprannominato da bambino “Candy Andy”. Da vero divo pop negli anni ’80 comparve più volte in TV ed anche in una puntata di Love Boat come guest star. Morì nel 1987, ma quella non fu la prima volta. Nel ’68, era già stato dichiarato clinicamente morto: ferito da un colpo di pistola sparato da un’amica in preda alla rabbia, fu poi miracolosamente salvato. Da allora ha sempre evitato ospedali, medici e cliniche. Unica parentesi fu un intervento alla cistifellea.

Warhol era omosessuale. Era inoltre cattolico praticante, aderendo al cattolicesimo di tradizione rutena. Faceva regolarmente volontariato presso i rifugi per senzatetto e si descriveva come una persona religiosa. Durante la sua vita, Warhol frequentava regolarmente la messa, e il sacerdote della chiesa newyorkese che l’artista frequentava, la San Vincenzo Ferrer a Manhattan, disse che veniva quasi ogni giorno, anche se non partecipava ai sacramenti della Comunione o della Confessione. Il fratello di Warhol aveva descritto l’artista come “molto religioso, ma non voleva che le persone lo sapessero perché era una cosa privata“. Nonostante la natura privata della sua fede, nell’elogio funebre di Warhol, John Richardson lo dipinse come una persona devota: “A mia conoscenza, lui è stato responsabile per almeno una conversione al Cristianesimo. Era molto orgoglioso di aver finanziato gli studi per il sacerdozio del nipote”

Factory e consumismo:

Warhol aveva creato uno stile di vita attorno alla sua realtà, aveva fondato nel 1962 la famosa “ FACTORY”, un atelier artistico di condivisione e di vita sregolata che accomunava una serie di artisti che lavoravano con lui e per lui alla creazione di nuove opere. Interessante capire quanto egli fosse influente non sono in ambito artistico ma anche nei confronti dei grandi personaggi dello spettacolo dell’epoca: Warhol era ormai diventato un’icona di stile. La Factory era una open house, un luogo aperto in cui tutti erano invitati a partecipare. Nello studio gravitava un mondo di originali, intorno a una figura che si faceva chiamare “capo”, ma che era orgoglioso di non dare mai l’impressione di avere la minima individualità, di non essere mai altro che lo specchio del suo entourage, la copia di ciò che i suoi cortigiani volevano che fosse. La Factory diventava così uno “spazio ideologico” dove molte nozioni sulla pop art si trasformavano in stile di vita. Il gruppo formava un nucleo con un linguaggio comune, uno stile comune fondato sull’accettazione di qualsiasi comportamento, senza pretesa di giudizio.

“Quello che è fantastico di questo Paese è che l’America ha iniziato la tradizione dove il consumatore più ricco compra essenzialmente la stessa cosa del più povero. Si può guardare la TV e vedere la Coca-Cola, e si sa che il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola e anche tu bevi Coca Cola. Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e nessuna somma di denaro potrà farti ottenere una Coca Cola migliore di quella che il barbone si sta bevendo all’angolo della strada. Tutte le Coca Cola sono uguali e tutte le Coca Cola sono buone”.

Andando ancor più nel profondo di quest’anima ribelle, si può dire che egli avesse manie di grandezza: era preoccupato che il suo nome, le sue opere, una volta morto non potessero più riecheggiare nei secoli avvenire. L’unico modo per poter essere immortale era quello di lasciare un’impronta indelebile concreta nel mondo.

La pittura:

La sua attività artistica conta tantissime opere. Le sue opere più famose sono diventate delle icone: Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara e tante altre. Da ricordare le sovrane regnanti Elisabetta II del Regno Unito, Margherita II di Danimarca, Beatrice dei Paesi Bassi, la regina madre Ntfombi dello Swaziland, la principessa Diana Spencer e l’ex imperatrice dell’Iran Farah Pahlavi. La ripetizione era il suo metodo di successo: su grosse tele riproduceva moltissime volte la stessa immagine alterandone i colori (prevalentemente vivaci e forti). Prendendo immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali (famose le sue bottiglie di Coca-Cola) o immagini d’impatto come incidenti stradali o sedie elettriche, riusciva a svuotare di ogni significato le immagini che rappresentava proprio con la ripetizione dell’immagine stessa su vasta scala. La sua arte, che portava gli scaffali di un supermercato all’interno di un museo o di una mostra, era una provocazione nemmeno troppo velata: l’arte doveva essere “consumata” come un qualsiasi altro prodotto commerciale. Successivamente rivisitò anche le grandi opere del passato, come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci o capolavori di Paolo Uccello e Piero della Francesca: anche in questo caso cercò di rendere omaggio a delle opere d’arte al posto dei mass media che in alcuni casi cercarono di screditarlo, tuttavia la pop art fu una delle forme d’arte principali che accompagnarono il boom economico. Per i VIP dell’epoca essere ritratti da Warhol divenne un imperativo a conferma del proprio status sociale.

 

Il cinema:

L’interesse di Warhol per il cinema si manifesta a partire dal 1963, quando l’artista, dopo aver frequentato la cinémathèque di Jonas Mekas e il circuito del New American Cinema, decide di acquistare una cinepresa Bolex 16mm. I film di Warhol di questo primo periodo si possono definire minimali: Sleep, Kiss, Eat, Blow Job, Empire, tutti del 1963-1965, mostrano azioni ripetute dilatate nel tempo, riprese con una camera fissa. A Warhol interessa la composizione dell’immagine che si viene a creare partendo da un unico punto di vista. Questi primi film sono come quadri che, invece di essere appesi, sono proiettati su una parete bianca. Luogo fondamentale sia per la sperimentazione che per l’ispirazione nel mondo del cinema di Warhol fu la Silver Factory; l’ampio locale ubicato al quarto piano di un’ex fabbrica di cappelli sulla 47ª strada, fu il più noto studio-laboratorio di Warhol, teatro di molti progetti artistici tra il 1963 e il 1968. Circondato da persone con cui scambiare suggerimenti ed idee, Warhol lavorò alla Factory con ritmi da “catena di montaggio”.

Citazioni ad Andy Wharol:

Appare nell’episodio Homer e la pop art della serie animata I Simpsons, dove Homer Simpson prima rimane affascinato da un quadro con un barattolo di zuppa Campbell’s, poi sogna di essere colpito dallo stesso Warhol con altri barattoli di zuppa Campbell’s.

Ha partecipato in numerosi camei in decine di film. Nel 1982 ha partecipato (non accreditato) nel film Tootsie di Sydney Pollack al fianco di Dustin Hoffman vestito da donna.

Nel film Men in Black 3, compare un Andy Warhol che, secondo la storia, è in realtà un infiltrato MIB.

La web star Cameron Dallas nella sua serie “CHASING CAMERON” cita più volte Andy dicendo che una delle sue citazioni preferite è “everyone will be famous for 15 minutes in the future” aggiungendo “i think i’m gonna need more than 15 minutes”.

Nel 2017 Warhol viene interpretato da Evan Peters nel settimo episodio della settima stagione di American Horror Story, nel periodo in cui viene assassinato da Valerie Solanas, interpretata da Lena Dunham, nel 1968.

Warhol viene citato e ringraziato dal cantante libanese Mika nella canzone “Good Guys”

 

 

with love

-Aurora

 

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Mi piace definirmi una sognatrice. Amo l'arte, la storia, la letteratura e la fotografia. Cerco di esprimere ciò che mi frulla in testa scrivendo.

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