Stupirsi e meravigliarsi: questione anagrafica?

“Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere”

Molte volte, quando proviamo stupore o meraviglia di fronte ad una determinata cosa o situazione, ci vien detto “Ma guardati, sembri proprio un bambino!”.

Questo perché lo stupore e la meraviglia sono considerati tratti caratteristici della fanciullezza, ovvero una fase della vita in cui la capacità di meravigliarsi è del tutto spontanea, in quanto i bambini sono curiosi, privi di pregiudizi e con la purezza e l’innocenza che li contraddistingue riescono a cogliere la bellezza della vita in tutte le sue sfaccettature. È come se la società concedesse questo privilegio di stupirsi e meravigliarsi solo ai bambini, perché son piccoli e non conoscono il mondo; se invece è un adulto a farlo, allora viene definito infantile.

Forse è da questo stereotipo sociale che scaturisce l’atteggiamento dell’adulto di fronte a ciò che lo circonda. Col passare del tempo, si diventa più rigidi, pragmatici e addirittura cinici.  Si sviluppa in noi la convizione di aver appreso abbastanza conoscenze per sapere come funziona il mondo. Senza accorgersene, ci si rinchiude nella propria “comforte-zone” e si tende a reprimere quella curiosità che ha segnato la nostra infanzia. Questo a volte può essere semplicemente arroganza, ma spesso è un’ottima tecnica di difesa contro le amarezze che la vita inevitabilmente porta con sé.

Ma è davvero una questione anagrafica?

No, non si tratta di età, tutti siamo capaci! Ai bambini risulta solo più semplice, soprattutto perché non sono segnati da esperienze passate. Gli adulti dovrebbero semplicemente impegnarsi a preservare la luce nei loro occhi, perché se spenta quella si spegne anche il loro sguardo, e non dimenticare mai quel bambino curioso che tutti sono stati. Altrimenti, come diceva il grande Einsten, è come se si fosse morti!

-Mariapia Fasano

 

 

 

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