Shakespeare, Dickinson, Prevert, Leopardi. La cultura poetica dall’Inghilterra a Recanati

William Shakespeare: poeta e drammaturgo 

Shakespeare, il grande drammaturgo inglese, poeta dal lessico aulico e dalle espressioni sentimentali e dolci, dall’interesse forte per il suo tempo e per l’umanità, ha cercato di riportare nelle sue opere tutto se stesso. La sua essenza, i suoi pensieri e i suoi desideri. Uomo di grande cultura, di spirito e dalla penna magica, capace di scrivere tragedie in cui ogni personaggio era un protagonista, anche il più apparentemente insignificante, è stato da tutti invidiato, da molti ammirato, da non pochi odiato. Sarà perché storie come quella di Romeo e Giulietta, all’inizio dolci, si sono poi rivelate tragedie? Beh, non c’è da stupirsi: William era il re delle tragedie. Da Amleto ai Montecchi e Capuleti sino alla Tempesta, il suo intento è sempre stato quello di presentare una vicenda tragica, in grado di lasciare il segno, un messaggio, una speranza. Scene di quiete si alternano a scene di violenza e sofferenza, di tragicità, i dialoghi sono intelligenti e ironici, carichi di metafore e morale.
Portatore di una cultura sana, di un mondo di parole e frasi che tuttora sono presenti nel nostro gergo quotidiano come la celebre frase di Amleto “essere o non essere”,  Shakespeare è oggi il protagonista delle nostre letture, dei nostri giorni. Lo ritroviamo in un libro di storia del teatro, sugli scaffali delle librerie, nei discorsi di un docente universitario che cerca di imitarlo pur di trasmetterci ciò che scrisse al fine di farcelo amare. E infatti lo amiamo. Anche perché la domanda qui sorge spontanea: come si fa a non amare William Shakespeare?
“D’ una tetra pace è foriero il mattino ” è l’incipit dell’epilogo di Romeo e Giulietta. L’inizio del racconto dell’ultima scena della tragedia: il funerale dei due amanti sfortunati che solo attraverso la loro morte, portano la pace tra la due famiglie rivali da sempre. Solo una mente dolce e romantica come quella di William poteva concepire un amore così intenso eppure così straziante. Una fine così educativa, con uno scopo ben preciso: far capire al lettore che la pace vince sempre sulla guerra. Anche se a volte, per averla, bisogna attraversare l’inferno e la morte.
E se parlassimo dei fantasmi? E di ombre? Del significato dei sogni? Dell’importanza dell’aspetto onirico che affascina tutti noi dopo la lettura dell’Amleto? Il principe di Danimarca perennemente perseguitato dall’ombra del padre regala una fitta rete di voci, di registri linguistici, di battute. Un’altalena di parole , di dialoghi che Amleto ha con gli altri e poi con se stesso. E poi con l’ombra del padre. Un vai e vieni dal finito all ‘infinito, dalla realtà alla fantasia, dal regno dei vivi a quello dei morti. Con una scoperta: i morti sono con noi per rivelarci verità che i vivi ci nascondono.
E se vi dicessi che ancor più affascinanti delle tragedie, di guerre e pace, di tempeste e veleni e antidoti e spade conficcate nei petti e di una buonanotte del dolce Romeo alla sua Giulietta, vi sono dei sonetti Shakespeariani meravigliosi, spesso messi da parte da tutti?
Questo accade perché ricordiamo sempre e comunque il drammaturgo ma mai il poeta che ha bisogno di parlare d’amore, del suo cuore. Attraverso la sua anima. E di scrivere di quell’amore che è fiamma viva e arde continuamente e incessantemente.
Chi leggerà i sonetti di Shakespeare comprenderà che essi sono il riflesso di tutte le tematiche delle tragedie, scritti e sviluppati secondo dei criteri diversi, attraverso emozioni pacate, più tranquille, con un animo che per un momento si distacca dall’atmosfera del dramma e si immerge in un mare di poesia e sentimenti.
Cosa possiamo dire di William? Che fu eccellente? Che fu un genio? Che fu un bravo drammaturgo? Ai posteri l’ardua sentenza, mettiamola in questo modo. Fatto sta che lo scrittore inglese attraversa continuamente i tempi e il mondo, quasi fosse un’ombra, quasi fosse il fantasma di Amleto…

Emily Dickinson: poesie di una donna innamorata della vita

Emily Dickinson è la più importante poetessa statunitense. La sua poesia è uno scrigno di gioielli, una cassaforte di documenti top- secret, un cielo luminoso tendente al temporale. La poesia Dickinsoniana è mistero. È non è stato svelato. È una frase immediata. È assenza di troppe congiunzioni che altrimenti renderebbero il componimento poetico ridondante.
Donna dolce, ironica, intelligente, semplice ma elegante, raffinata nella scrittura quanto nei modi d’essere e di pensare, fu una grande ed intensa poetessa, una personalità complessa quanto semplice da comprendere. Un’adulta eppure così bambina, a volte, per i modi in cui vedeva la vita, le relazioni e il futuro. Continuamente persa tra passato e presente, pensava continuamente a cosa sarebbe stato di lei se avesse agito in questo o in quest’altro modo. Le case, le albe, le primavere e le estati, i profumi, i desideri, le promesse, le sere, i tramonti, un canto di uccelli gioiosi, un colore, una farfalla, la libertà e la riflessione costante su ciò che accadeva fuori. Questa era Emily: cuore e sensazioni, vita e impressioni. Viveva per scrivere e scriveva per vivere. Ma visse mai davvero ciò che voleva? Se la poesia fosse stata per lei un modo per affrontare un mondo che non le piaceva? Se non si sposò mai perché gli uomini che amava erano soltanto frutto della sua immaginazione e quelli reali troppo distanti da ciò che la sua mente produceva?
In molti si sono chiesti se avesse un amore oppure no. Sappiamo con certezza che il suo vero amore fu il suo lavoro. Si dedicò anima e corpo alla lettura e alla poesia e produsse più di mille componimenti poetici. Cresciuta con un’educazione rigida, basata su principi cristiani e su rigorose regole, fu una donna caparbia e assennata, forte e al contempo fragile. Come la sua poesia, a tratti una battaglia vinta, a tratti una foglia staccata da un ramo per il forte vento.
Emily la definirei come una donna speciale. Una scrittrice tranquilla. Emily è una poesia mai interpretata ma che parafrasata, neanche riuscirebbe a svelarsi. Leggere la Dickinson è affascinante, interessante, proprio come lo svelarsi di un mistero.

Jacques Prevert: poesia e amore

Jacques Prevert è il poeta francese dell’amore per antonomasia.
Chi non ha mai letto ” i ragazzi che si amano”?. I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno. Già. Essi sono altrove.
E altrove era Jacques col suo essere costantemente sull’onda del sentimento. La sua raccolta di poesie d’amore ci trasporta nell’universo delle emozioni e della passione per la vita, per la persona amata. Prevert è un poeta ma è anche la persona più innamorata dell’amore che conosca ( attraverso i libri, s’intende, ma avrei tanto voluto incontrarlo) .
Cosa succede, però, se colui che parla d’amore, ad un tratto si sofferma anche sull’individuo? Sulla società? Sulle regole e sui soprusi? Sulle scenette di tutti i giorni in una strada o in una piazza? Sulle vicende storiche? Sulla guerra e sui prepotenti? Sui personaggi storici e sulle leggi?
Si, Prevert è anche questo. È stato un poeta magnifico che ha usato la penna in maniera fine e delicata per raccontare ogni cosa gli si presentasse dinanzi agli occhi. Come un pittore impressionista che cattura le sue impressioni su tela all’aria aperta, lui osservò tutto e lo trascrisse. Una volta scritto tutto, tutti lo abbiamo letto. E ce ne siamo innamorati. Siamo stati accarezzati dalle parole di uno scrittore che produceva vere e proprie carezze, veri e propri riflessi di realtà. Baci intensi e unici. Prevert ci ha abbracciato. E noi l’abbiamo sentito.

Giacomo Leopardi: poesia di fanciullezza e sogno 

Giacomo Leopardi nacque a Recanati. Studiò moltissimo per diventare ciò che oggi è conosciuto come uno dei più grandi poeti italiani della storia della letteratura. Da A Silvia a L’Infinito passando per lo Zibaldone, Giacomo fu infinitamente speciale.
Il poeta pessimista? Dimenticatelo.
Le sue poesie erano il dettato del suo cuore. Amori tormentati, sguardi non ricambiati, letture che gli tenevano compagnia, sogni, visioni, paesaggi, malinconia e fanciullezza. Ricordi. Suoni. Voci. Doppie realtà. Leopardi ebbe sin dall’inizio della sua produzione poetica un grande attaccamento al passato che gli fece maturare un atteggiamento pessimista nei confronti della vita, della natura. Madre natura era maligna perché aveva creato i suoi figli ma li aveva anche condannati all’eterna infelicità. È questo ciò che diceva Leopardi. Ma lui lo sapeva, sapeva che era solo rabbia, che non era così pessimista come oggi ci hanno voluto far credere. Anzi. In lui vi era la speranza nel genere umano, negli uomini capaci di essere solidali, di aiutarsi. Solo così, pensava, si sarebbe evitata l’infelicità costante nelle vite degli uomini. Il ricordo della famiglia, dei momenti della fanciullezza, lo riportavano in paesaggi idilliaci, pieni di quiete che per un attimo gli facevano dimenticare le brutture della vita. Anche la poesia stessa per lui era inganno perché pensava che solo quella degli antichi poteva essere considerata arte. È per questo che costantemente si rifaceva al passato, sia suo che artistico. Per trovarvi pace. Ciò che nella vita da adulto non c’era più. Che nella poesia mancava. Le visioni, l’immaginazione di più paesaggi ricchi di natura e cose belle, lo rendevano sereno, gli riempivano l’animo di amore e gioia. Così scrisse tanto e sempre con il ricordo e la mente proiettati verso un passato tranquillo e felice e in cui la natura appariva ancora benigna.
Leopardi fu un poeta straordinario, uno dei migliori che la nostra patria abbai mai avuto. Ammirato in tutto il mondo, studiato da tutti, è stato ed è un modello per tutti coloro che vogliono fare della poesia il proprio mestiere, il loro grande amore.

 

Consiglio a chi non ha ancora avuto il piacere di leggere questi quattro grandi nomi della letteratura inglese, americana, francese e italiana di iniziare subito la lettura di almeno uno di essi.
La poesia dovrebbe essere sempre con noi. A mio avviso, andrebbe letta almeno una poesia al giorno.

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