Recensione: L’ora di Agathe

L’ora di Agathe di Anne Cathrine Bomann.

«Forse. Mi sembra di provarci, ma la vita continua a sfuggirmi. Eppure è proprio lì: così vicina che ne sento l’odore. Ma non riesco a capire come si entra.»

L’ora di Agathe è il romanzo d’esordio di Anne Cathrine Bomann, psicologa e poetessa danese, e in Italia è edito dalla casa editrice Iperborea.

La trama è in realtà piuttosto scarna, non è il genere di romanzo che ti tiene incollato per inaspettati colpi di scena, eppure, io l’ho letto senza riprendere fiato durante un interminabile viaggio direzione Verona. A tenermi ancorata alle pagine erano i dialoghi brillanti tra i due protagonisti, la scrittura formidabile che riesce a rendere ogni azione, banale e quotidiana, un’importante tassello che costruisce piano piano la storia, fatta di momenti, squarci quotidiani e soprattutto tanti pensieri: siamo costantemente nella testa del protagonista, immersi in quello  che pensa, in quello che vorrebbe dire o fare.

La storia parla di un dottore, uno psicanalista di cui non si fa il nome, e la narrazione passa attraverso la sua voce.

È ormai sulla soglia del pensionamento e tiene metodicamente il conto degli incontri che gli restano da affrontare, delle ore che gli rimangono per ascoltare i suoi pazienti, anche se ha perso ormai da tempo la voglia di farlo.

Al di fuori del suo studio, nel “mondo reale” non ha nessun tipo di rapporto e vive una vita monotona e ripetitiva, senza emozioni, senza ricordarsi di come si fa ad interagire con qualcuno che non sia un suo paziente o la sua segretaria.

L’altra protagonista è Agathe, che noi impariamo a conoscere dal punto di vista del dottore nelle ore che sono dedicate alla sua analisi. Arriva prepotentemente nella vita del dottore e insiste nell’essere presa in cura da lui.

È una giovane donna che la vita vorrebbe viverla, ma non sa come fare, eppure è ben decisa a sbrigliare la matassa della sua esistenza e capire cosa l’ha ridotta in quello stato.

Ed è proprio lei a far iniziare una serie di piccoli cambiamenti nella vita del dottore: in qualche modo, mentre lui cerca di curare lei, Agathe stessa costringe il dottore a guardare alla sua di esistenza, e a cambiare completamente il suo modo di approcciarsi alla vita, e anche al suo stesso lavoro: si invertono i ruoli, e Agathe (ri)educa il protagonista a sentimenti che aspettavano solo di essere riscoperti.

Il libro è scritto in maniera perfetta, soave, merito di un’ottima scrittura alla base e di un altrettanto ottima traduzione: leggendolo, si percepisce la provenienza dal mondo della poesia della scrittrice.

 

Mi è capitato questo libro tra le mani in un momento in cui tutto quello che facevo non mi soddisfaceva.

Nonostante tutto andasse apparentemente più che bene, qualcosa faceva stonare le mie giornate e mi faceva stare profondamente male.

Sono convinta che non sono i libri a cambiarti la vita, piuttosto ad essere importante è il modo in cui ci poniamo davanti ad essi, con che spirito e disposizione li leggiamo.

In questo libro si parla di vita, o meglio, si parla di come riuscire ad entrarci, nella vita, per poterla vivere effettivamente.

Si parla dell’incapacità, dell’inadeguatezza che a volte proviamo, però il libro non si riduce ad un finale moralistico o a dare una soluzione banale, perché una soluzione non c’è.

Quando il dottore inizia a guardare a sé stesso e alla vita che si ostina a mandare avanti, ormai consapevole che un’alternativa c’è, ho iniziato a farlo anche io, e mi sono chiesta perché a volte ci fermiamo in un punto e sostiamo lì, in quella fase di stallo. Forse perché ammettere che un problema c’è è difficile.

È difficile. E, una volta ammesso, non lo si può ignorare. E io non volevo più ignorarlo.

Forse non si giunge ad una conclusione, però si impara a dialogare con sé stessi, si impara a ripetersi di vivere un attimo alla volta, di non correre, di non lasciarci assuefare dall’ansia, dal tempo, dal paura di sbagliare a vivere. Non si può sbagliare a vivere. Non se decidiamo di prendere in mano la nostra esistenza e condurla dove noi vogliamo che vada.

Io in queste pagine ho trovato narrato quel delicato equilibrio tra la voglia di buttarsi a vivere e il sentimento di incapacità, di inadeguatezza che a volte ci frena dal farlo, che succede a tutti di provare, ma che non deve e non può costringerci a vivere un’esistenza senza afferrarla mai.

Davanti a questo libricino mi sono posta la volontà che le parole mi attraversassero e loro, in qualche modo, lo hanno fatto.

Alla fine di questa lettura ho alzato gli occhi e ho preso la decisione di ricordarmi, giorno per giorno, di vivere, di non limitarmi solo ad esistere, di avere meno paura: e se qualche volta dovessi dimenticarmene, rileggerò questa storia.

Sentirsi capiti da un libro, raccontati in un modo in cui tu non sei capace di fare ma qualcun’altro sì ti fa sentire parte integrante del mondo, perché sai che, da qualche parte, qualcuno ha provato quelle cose, sa cosa significa, ti capisce.

E questo, vale più di ogni trama, stile di scrittura e personaggi. Vale più di ogni cosa.

Lo lascio qui, nella speranza che possa fare bene a qualcuno allo stesso modo in cui ha fatto bene a me.

 

Voto: 5/5

 

Voi cosa ne pensate? Avete un libro che ha segnato un periodo della vostra vita? Fatemelo sapere nei commenti!

Al prossimo articolo,

Michela

 

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Michela
About Michela 1 Article
Michela, 20+2, femminista, procrastinatrice seriale, a metà tra Verona e il mare del Molise. Leggo, scrivo, mi lascio stupire dal mondo e cerco di non arrabbiarmi troppo per i ritardi dei treni.

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