Recensione: 13

Quando il gioco si fa duro UCCIDITI, o facciamoci tanto male che ci piace: la recensione di “13”, prima e seconda stagione.

“13”, serie tv tratta dal romanzo di Jay Asher “13 reasons why” ha riscosso grande successo ovunque nel mondo; da noi è fruibile su Netflix, disponibili la prima stagione e da poco anche la seconda, per un totale di 26 episodi.
Lo show è stato accusato “to glamourize suicide”, cioè di far apparire figo il suicidio, e in effetti, se si è un adolescente mal messo, il rischio che la storia di Hannah Baker sortisca un effetto del genere è oggettivo.
Prima dei titoli compare la seguente diffida: “SE STAI VIVENDO ESPERIENZE SIMILI A QUELLE MOSTRATE NELLO SHOW, CHIAMA QUESTO NUMERO” o “NEL CASO TU SIA UN MINORENNE IN DIFFICOLTA’, QUESTO PROGRAMMA POTREBBE NON ESSERE QUELLO GIUSTO”.
Quale adulto, consenziente e vaccinato, che ama il dolore, mi ci sono buttato a pesce, e non sono stato deluso. “13” ti lavora sapientemente ai fianchi per pugnalarti ogni volta che può, ma per apprezzarlo, oltre a d avere un cuore, è necessario essere disposti a farselo strizzare come un pompelmo. Ancora e ancora.
Se siete degli insensibili pezzi di merda consentitemi altresì di dirottarvi su qualche vaccata tedesca come “Cobra 11” dove potrete godervi le macchine che esplodono.
Nessuno spoiler: in dai primissimi secondi, lo spettatore viene informato del suicidio della protagonista.
Prima di lasciare questo mondo, Hannah ha registrato tredici audiocassette indirizzate a ognuna delle figure che ritiene condividano la responsabilità d’averla indotta alla fatidica scelta. La narrazione procede attraverso una serie di flashback, illustrando le vicissitudini di protagonisti e comprimari coi quali è impossibile non empatizzare (alzi la mano chi ha saltato l’adolescenza).
Partecipi del calvario di Hannah, bramerete invano proteggerla, finendo per affogare in un oceano di lacrime per quanto il prodotto è magistralmente scritto, diretto e interpretato. La amerete come una sorella, una figlia, come la fidanzatina che avreste voluto avere al liceo. Qualora siate dei coetanei (di Hannah, non di chi scrive) vi è concesso desiderarla sessualmente; se siete dei cinquantenni bavosi, tranquilli, Katherine Langford aveva 20 anni ai tempi del primo episodio: andate comunque a vedervi Serbian Film (prossimamente su queste pagine).
Oltre alla disponibilità a inzuppare i fazzoletti, la visione di “13” richiede uno stomaco forte. Nel comparto violenza fisica (centellinata ma devastante), la serie non fa sconti né prigionieri, e date le tematiche, un paio di scene risultano particolarmente oltraggiose.
Fa specie, a tale proposito, lo spot in cui il personaggio più aberrante mette in guardia il pubblico rispetto ai contenuti, all’inizio della seconda stagione.
Un interprete meno capace ispirerebbe un pur tenue afflato di simpatia, Justin Prentice solamente odio, il che significa che ci troviamo davanti a un attore di massima caratura (o a uno stronzo autentico).
Non c’è un membro del cast la cui performance non risulti convincente, alcuni sono talmente bravi che quelli meno dotati brillano di luce riflessa; gli aMMericani i serial tv li sanno far funzionare alla grande.
“13” è stato rinnovato per una terza stagione.
Esaurito con la prima il materiale letterario sul quale l’opera è basata, si temeva che già il secondo ciclo di episodi potesse accusare dei cedimenti. Ebbene così non è, tutto fila via liscio; e se a un certo punto vi pare si sia perso qualcosa del senso originale, mantenete la fede. Sfiorando l’abbattimento della quarta parete, ovvero lo schermo televisivo che separa lo spettatore dalla fiction, gli autori vi forniranno ogni spiegazione.
Genio? Quasi.
Nel corso della narrazione, alla lista di 13 ragioni per suicidarsi stilata da Hannah, se ne contrappone un’altra che ne enuncia 11 per continuare a vivere.
Con ‘sta figata su Netflix facciamo 12, dai.

 

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