Mercanti nel Medioevo

La vita commerciale

L’impero romano ha lasciato in eredità all’occidente medievale una notevole rete di vie lastricate e rettilinee che suggerivano con forza la maggior parte degli itinerari e che furono utilizzate durante tutto il periodo. Accanto a questa strada, delle lastre robuste ma che finiscono solo per fare la loro coesione rendendo la strada impraticabile, eccetto che sui margini, si colloca la strada medievale selciata con ciottoli levigati con la calce, la carreggiata; è più sinuosa della via perché fa parecchie svolte per passare da un certo castello, da una certa abbazia, invece che andare direttamente da una città all’altra. Le strade regie erano le più importante e sono sempre state animate. Vi circolano in primo luogo i grandi di questo mondo che si spostano di continuo non solo per andare da una proprietà all’altra, per consumare le scorte di vettovaglie accumulate dai contadini per il loro signore, ma anche per raggiungere punti qualsiasi, da un’umile capanna alla residenza di un re. Molti vanno a piedi; pochi utilizzano la carrozza o, per lo meno, la vettura con tiro, perché la strada o carreggiata sono troppo dissestate per consentire che un viaggio un po’ lungo si svolga con relativa comodità; solo tragitti piccolissimi, parlando in termini chilometrici, vengono coperti al passo indolente di buoi che rendono sopportabili le scosse e permettono di trasportare pesanti derrate; la maggior parte delle persone di media agiatezza, o ricche e potenti, si spostano a dorso d’asino, di mulo, di cavallo. Sulle strade gli animali da sella o da basto sono dunque largamente in maggioranza, anche per certi trasporti di merci, ferrandoli per maggiore forza e minore fragilità. Perciò a causa di questa lentezza generale dei viaggi, l’occidente era immensamente più vasto per i suoi abitanti che il mondo attuale per i loro discendenti. Eccetto che con corrieri straordinari, ci vuole quasi un mese per andare da una parte all’altra del regno di Francia e trenta giorni per andare da Venezia a Bruges passando per la Germania meridionale. La flotta d’acqua dolce non è conosciuta con precisione, salvo in certi casi; per esempio nel caso dei bastimenti che aiutano a scaricare le pesanti navi di mare e che operano il trasferimento delle merci nei porti fluviale maggiori come Amburgo, Lubecca… In genere le navi sono lasciate in riposo durante l’inverno; lasciate sulla spiaggia, ricoperte di un tetto; messe a riparo, ridipinte a primavera ripartono tra le benedizioni e la festa generale; i capitani non sono stati formati in alcuna scuola, non posseggono istruzioni nautiche che, d’altra parte, sarebbero incapaci di leggere; si affidano alla notevole quantità di cognizioni e di esperienze che hanno vissuto e che sono state loro trasmessi oralmente dai precedenti e dai colleghi. I rischi della navigazione ne risultavano ridotti al minimo, ma c’erano; obbligate a passare quasi tutte intorno ai medesimi luoghi, le navi che malmanovravano nei venti e nelle bufere, potevano entrare in collisione le une con le altre. Si aggiungano i bassifondi, scogli affioranti o no, secondo l’ora della marea del nord, ghiacci precoci o persistenti, tempeste e uragani… A questi pericoli naturali se ne aggiungono altri, più terribili, dei predoni, dei pirati, dei corsari, delle navi da guerra; mentre le navi sono fatte per andare alla deriva lunga la costa, i relitti e i sopravvissuti sono saccheggiati dai rivieraschi. Le vie di terra non sono meglio frequentate con la loro massa di signori o cavalieri briganti, di banditi, di fuorilegge, o di soldati in armi. Lo scopo principale di questi banditi di strada non è la distruzione o il saccheggio, ma l’appropriazione delle ricchezze e delle merci. E questo dice l’importanza del commercio nell’animazione e nella vita delle strade. La prima caratteristica del commercio era la presenza di fiere nata nel mercato locale dove l’economia demaniale smaltiva i suoi surplus, dove ci ci si poteva procurare alcuni prodotti artigianali e dove a volte si scambiavano le derrate alimentari in ambito interregionale; alcuni di questi mercati diventarono luoghi di incontri temporanei, a data fissa, delle carovane dei mercanti. L’organizzazione generale di queste fiere poneva diversi problemi; bisognava in primo luogo proteggere sulle vie dell’occidente, tutti quelli che venivano o tornavano con le loro mercanzie e le loro ricchezze, accordar loro un salvacondotto; sorvegliare le transazione e verificare che la sicurezza dei mercanti fosse rispettata durante le fiere; era il compito delle guardie che ebbero un po’ alla volta una funzione di giurisdizione contenziosa. Restava anche la questione dei pagamenti; questi non erano regolati immediatamente; dopo le vendite avevano luogo delle compensazioni, una verifica dei conti; chi aveva più venduto che comprato riscuoteva la differenza; chi aveva più comprato la sborsava. Le attività di scambio attirano perciò l’attenzione su un secondo carattere della ripresa commerciale che influenza direttamente la vita quotidiana: l’uso degli strumenti di pagamento e della moneta. Ma se la moneta diffusa dalla città e dai mercanti si afferma sempre di più in campagna rivoluzionando più o meno la vita contadina, per i mercanti si pongono altri problemi, in particolare la difficoltà di trasportare grosse somme sulle strade, di utilizzare monete diverse secondo le regioni in cui si spostano o di riunire somme considerevoli. Il mercante comunque è considerato male dalla chiesa e resta come una specie di fuorilegge; ha una mentalità razionalista di organizzatore metodico, che calcola, computa, prevede, spiega tutto per via di ragione; esige un insegnamento molto diverso da quello che si riceve nelle scuole o nelle università, sotto il controllo dei chierici.

La città e la vita cittadina

All’epoca del basso impero l’occidente è disseminato di città; 1200 anni più tardi è pure urbanizzato; tuttavia tra queste due date le città hanno assunto un aspetto completamente diverso, anche se certe hanno conservato la stessa posizione e hanno un numero di abitanti e una superficie paragonabili. La trasformazione è cominciata nel secolo III, sotto l’imperatore Aureliano; la città romana, largamente aperta sulle campagne è stretta dentro una cinta di bastioni spesso tirati su frettolosamente con le pietre degli edifici distrutti. Solo il centro di questa città ha potuto quindi essere protetto e le periferie non difese, spopolate per il decremento demografico e perché i grossi proprietari si sono ritirati sulle loro terre, sono state devastate e abbandonate. L’Italia stessa dove 5 città su 6 sono di origine romana e sedi vescovili, vede un po’ alla volta cambiare la loro funzione, la composizione della loro popolazione a anche il loro tessuto urbano. Nel medioevo non sempre è facile distinguere una città da un villaggio, prescindendo dalle città dove si trovano i vescovi, che sono facilmente identificabili. Gli agglomerati devono presentare un certo numero di caratteristiche per essere veramente considerati come cittadini; non si contrappongono in modo assoluto alla campagna, poiché includono numerosi campi, frutteti, giardini, granai, stalle e molti dei loro abitanti continuano a svolgere attività rurali; e nemmeno il muto che li circonda è tipico, perché ci sono dei villaggi fortificati; tuttavia esso separa dalla campagna, protegge dagli attacchi; seleziona gli ingressi delle persone come delle merci, obbliga gli abitanti a stringersi a pigiarsi, soprattutto in periodo di sviluppo demografico o economico, a fare sopraelevazioni, a far più ponti che chiese. Miniature, incisioni, quadri, sigilli, anche meglio delle città medievali quasi intatte che abbiamo conservato, ci mostrano come queste città apparivano alla popolazione: un ammucchiarsi di torri e di campanili all’interno di una solida muraglia, il tutto arieggiato qua e là da numerosi giardini. Le strade erano animate di continuo, dall’alba al crepuscolo, tanto più che la maggior parte dei poveri, dei bambini e delle donne, male alloggiati in abitazioni molte ristrette, vi scendevano a giocare, a chiacchierare con i vicini, a fare qualche spesa, ad ammirare lo spettacolo costantemente offerto dai negozianti, dai clienti, dai signori o dai chierici e dalla folla eterogenea dei passanti. La città non è caratterizzata solo dal suo aspetto esteriore e dalla vita della popolazione che ospita fra le sue mura; ma ancor più, come abbiamo messo in luce, dallo statuto dei suoi abitanti, dal suo diritto che giuridicamente li differenzia da quelli della campagna o da quelli della tradizionale società di classi. Le popolazioni cittadine, minoritarie in un mondo amministrato dal signore, su un suolo che gli appartiene, esercitano tanto attività rurali, pagandogli dei diritti, come parzialmente artigianali o commerciali, versando dei tributi, dei pedaggi, dei telonei; sono sottoposte alla sua giustizia, subiscono l’effetto delle sue guerre e si sentono tanto più isolate in quanto costituiscono dei nuclei densi e dinamici la cui solidarietà è accresciuta dalla muraglia che li pigia gli uni contro gli altri pur proteggendo le loro ricchezze. Una volta riconosciuta l’esistenza del loro comune e dell’assemblea costitutiva e autorizzata la gestione di una parte dei loro interessi, molte di queste città si limitano a farsi accordare e garantire alcuni diritti, il diritto di percepire certe tasse, l’autonomia della bassa giustizia e qualche libertà economica. Dalla più umile alla più facoltosa le città occidentali possiedono così la loro assemblea deliberante e il loro organismo di gestione: il consiglio, diviso talvolta in commissioni specializzate o indipendenti. Entro la cerchia delle sue mura e nel suo distretto cittadino, il consiglio cumula un po’ alla volta la maggior parte dei poteri compatibili con quelli che si è riservato il principe; la polizia, per esempio, per regolamentare il porto d’armi, gli assembramenti illeciti, per proteggere la sicurezza delle passeggiate notturne, fare applicare il coprifuoco. Gli obblighi militari sono molto numerosi e pesanti; il cittadino è tenuto a prestare servizio ma può farsi sostituire se il sorteggio lo designa per la mobilitazione; senza di che non potrebbe dedicarsi alle sue normali attività. Per quel che riguarda gli artigiani, si nota fino al secolo XIV un apparente rafforzarsi delle corporazioni, cioè delle associazioni di lavoratori che esercitano lo stesso mestiere e che si impegnano sotto giuramento a osservare le prescritte norme e a rispettare l’autorità dei giurati che esercitano la sorveglianza. Questi mestieri come altre persone giuridiche, avevano una cassa, un sigillo degli emblemi. La loro origine è oscura; nessun legame dimostrabile coi collegia romani; invece notevole influenza, in molti casi, delle confraternite cioè associazioni di carità e mutuo soccorso. In generale il più delle volte il laboratorio è piccolo e serve anche da bottega per lo smercio della produzione; apprendisti e valletti pranzano col maestro e con la sua famiglia per perdere meno tempo; di qui un carattere familiare molto marcato e molto arcaico nei rapporti tra i lavoratori. La divisione interna del lavoro è scarsa: il medesimo operaio fabbrica il medesimo oggetto dalla materia grezza fino alla completa finitura; in compenso è grande a livello di mestiere. Concludendo si può quindi dire che la società medievale era raggruppata per categorie, secondo l’ordine voluto da Dio, e fortunatamente mantenuta ancora nei vari legami delle molteplici solidarietà ne doveva essere definitivamente frantumata.

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Sara. Roma. 7 sorelle. Fangirl a tempo pieno. La leggenda narra che io sappia disegnare oltre che essere pazza per i Jonas Brothers.

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