“FAUDA”

C’era una volta (e c’è ancora) un paese in costante stato di guerra che tra un attentato dinamitardo e un raid punitivo produce ottime serie televisive. Alcune, “Prisoners of War” e “In Treatment”, sono state oggetto di remake americani di successo. Della seconda esiste anche la versione nostrana con Sergio Castellitto.

Non ho visto né l’una né l’altra, seguo altresì “Homeland”, la trasposizione U.S.A. di “Prisoners of War”, che trovo spietata ed efficace.

Giocando online con la playstation, qualche anno fa ho stretto amicizia con un giovane cittadino dello Stato di Israele (Ciao, Al Gabir!). Essendo il sottoscritto un gamer compulsivo, il rapporto si era fatto quotidiano: trascorrevamo “insieme” parecchie ore, e si parlava tanto dei cazzi nostri.

Tramite FB ho avuto modo di vedere diverse immagini di Al: faceva quantomeno specie vederlo buttato su una sdraio in giardino a bere birra coi coetanei, indossando una maglietta dei Nirvana, e la foto dopo, tutti (maschi e femmine) in assetto di guerra, armati fino ai denti; sullo sfondo un paesaggio brullo, caratterizzato da un clima che si intuiva inclemente, e qualche edificio in macerie (storie di ordinaria edilizia o bombe? Mah!).

L’impressione era quella di un’umanità sul ciglio del baratro, la quale, lungi dal soggiacere all’abbruttimento implicito in tale condizione, ne usciva più forte e fors’anche nobilitata.

Non li invidio, o magari sì (posso essere davvero così pazzo?).

Veniamo dunque all’argomento di questa recensione, perché, al solito, è di questo che si tratta, fiction e serie tv.

Sorge spontanea l’associazione del titolo al nostro sostantivo “faida”, quanto mai appropriato in tema del conflitto, annoso e insanabile, tra israeliani e palestinesi, ma inesatto. “Fauda” significa caos” e definisce al meglio il “mood” dello show, che inaspettatamente NON si schiera.

Parteggiamo per gli israeliani, ovvio, dopotutto la vicenda è narrata dal loro punto di vista (e sono doppiati in italiano quando non parlano arabo), ma eguale approfondimento e minutaggio vengono dedicati alla fazione opposta (sottotitolata, tranne nei passaggi in cui gli agenti sotto copertura si esprimono nella lingua degli avversari).

Non si può far a meno di notare, e ritengo sia una precisa scelta registica, che i membri dell’Israel Defence Force, il Mista’arvim, e i combattenti musulmani conoscono alla perfezione i rispettivi idiomi, si infiltrano senza difficoltà nei ranghi altrui, condividono sostanzialmente motivazioni, lutti, fragilità e ferocia.

Se gli esponenti di Hamas uccidono più o meno indiscriminatamente e sono disponibili, quando necessario, al martirio, gli israeliani non disdegnano spedizioni punitive nel corso delle quali fanno secchi anche un pacco di civili, liquidati alla voce “danni collaterali accettabili”.

La linea di demarcazione che separa i contendenti si fa a tratti indistinguibile in uno scenario in cui tranelli, mistificazione, doppio gioco e ricatto sono all’ordine del giorno. Può accadere che, al di là degli estremismi inconciliabili per definizione, i personaggi maggiormente disincantati, finiscano per empatizzare col nemico, salvo torturarlo o piantargli una pallottola in testa, in nome della ragion di stato in un caso, dell’Islam nell’altro.

Protagonista pur nell’ambito di una narrazione corale è Doron Kavillio (Lior Raz), un mito già dal nome: Hollywood non concederebbe mezza possibilità a uno con la sua fisicità, né lo farebbe una qualsiasi agenzia di casting da Poggi Bonzi al Friuli.

Doron è pelato, sfoggia una barbaccia fitta dell’apparente consistenza del filo spinato e a parte gli occhi verde-grigio, marroni, dorati, che non si capisce di che colore siano, ha dei lineamenti del tutto comuni, non particolarmente gradevoli (qualcuno potrebbe dire che è un cesso, e non si dispone di elementi a sufficienza per dargli torto).

Fisicamente, il nostro è tarchiato, per niente snello e suda profusamente; si intuisce abbia l’alito cattivo, ma questo vale per l’intero (medio oriente) cast, esclusa forse qualcuna tra le fanciulle. Tale rozzo involucro ospita altresì una coscienza, nonché un’anima nobile.

Doron suda, certo, ma perché picchia, spara, e tortura con 40 gradi all’ombra, senza perdere di vista il flusso costante di emozioni che lo scuotono nel profondo, tra divorzio, storie di corna, daddy issues e omicidi su commissione.

Ebbene sì, soffre di alitosi, ma concediamogli di abusare di caffé, tè e tabacco, dal momento che anche al supermercato rischia di incappare in uno scontro a fuoco o all’arma bianca.

Per inciso, dato il contesto in cui ha luogo la narrazione, nulla appare mai esagerato: piuttosto la mera rappresentazione di una realtà fortunatamente lontana ed estranea.

Nessuno è invulnerabile. Alcuni personaggi importanti schiattano perché era giunto il loro momento e magari prima o poi toccherà anche a Doron; siamo ben lungi dall’eroe invincibile che sicuramente ritroveremo nella stagione successiva.

Tra qualche giorno pubblicherò la recensione di “DARK”, dove tutti hanno facce anonime o brutte, e sono privi di carisma.

In “FAUDA” chi è brutto è brutto/brutto, se ne frega, e spacca proprio per questo.

Il carisma esce a tonnellate dal buco del culo del personaggio meno significativo; il colonnello del Mossad ti sbatte in faccia pappagorgia e panza, SFIDANDOTI a non trovarlo fico.

Si indossano polo (o nel migliore dei casi t-shirt) sbiadite e brache color cacarella in quanto chissene, tanto si sporcheranno di sangue prima di sera, ammesso che ci si arrivi; chi ha i capelli se ne prende cura, unica concessione all’immagine, chi ne ha pochi (contrariamente, di nuovo, a “DARK”) non dissimula, ma compensa con virili barbe e occhi di bragia che paiono dire: “SEEEEEE: GUARDA CHE CHIERICA, STRONZO!”

Le donne sono toste e guerriere, se israeliane, toste e basta (o toste e martiri), se palestinesi.

Un po’ si chiava, ma giusto un poco; il tempo è tiranno e il nemico alle porte.

C’è poco da ridere, ma ogni tanto succede, perché la vita è così, fatta anche di buon vino e momenti preziosi con i compagni di ventura: proprio come mi pareva di vedere nelle foto condivise da Al Gabir sul suo profilo FB.

Cazzo.

Spero che sia ancora vivo.

Ho scritto questo articolo molto tempo fa, prima di apprendere che Lior Raz (Doron Kavillio) ha in effetti militato nell’ISRAEL DEFENSE FORCE, più specificamente nell’ELITE UNDERCOVER SPECIAL OPERATIONS DUVDEVAN UNIT.

Più tardi è stato anche bodyguard di Arnold Schwarzenegger.

 

 

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