DARK, seconda stagione, episodi 1-4, e RED SEA DIVING. Una recensione e mezza.

DARK – 2 (ep. 1-4)

Riprendere il filo di DARK,  sebbene ricominci esattamente da dove si era interrotto, è un’impresa impossibile.

E’ passato troppo tempo dalla season one e nonostante Netflix proponga uno stringato riassunto, a trenta secondi dall’inizio ho desistito. Gli sforzi degli sceneggiatori, finalizzati suppongo a conferire allo show una corenza narrativa a prova di bomba, risultano vanificati da scelte autoriali eccessivamente ambiziose.

Fatto pace con tale presupposto, la seconda stagione appare più godibile della precedente (Sic mundus gratus est) sempre che ve ne freghi qualcosa. Come già la volta scorsa, il carisma dei personaggi è nullo; inoltre aleggia il dubbio che determinati misteri non verranno mai realmente svelati.

Portare a termine la visione richiede un probante “act of valor” in luogo del consueto “act of will”: chi ce lo fa fare, soprattutto quando è disponibile su Amazon Prime una BOMBA ATOMICA  come “The Boys” (coming soon on this very same blog)?

Personalmente ho abbandonato a metà. Magari “Dark” riprende quota dall’episodio 5. Scopritelo Voi, e magari fatemi sapere nei commenti (possibile che nessuno scriva mai niente? Datemi soddisfazione, porca miseria).

“Eccomi di nuovo: prima ero un bel pischello, poi un uomo di mezz’età col riporto, e dopo trent’anni di manicomio un piacente ottuagenario dalla chioma lunga e folta”.

RED SEA DIVING

Sono invece arrivato alla fine di “Red Sea Diving”, l’obbrobrio estivo di Netflix, film senza nerbo, senza personalità, senza alcuna ragione di esistere. Una storia vera, che probabilmente meritava una trasposizione cinematografica di ben altra caratura, soccombe a una narrazione fiacca, incerta, svogliata. I richiami al dignitosissimo “Argo” sono inevitabili viste le tematiche, ma anche evitando il confronto con un predecessore sì illustre, “Red Sea Diving” non sta in piedi.

All’origine di tanto sfacelo, uno sconfortante miscasting: i protagonisti, troppo fighi, nuocciono alla credibilità del prodotto. Da “Capitan America”, Chris Evans, all’ex-Daario Naharis 2.0 di “Game of Thrones”, Michiel Huisman, passando per l’affatto atomica bionda Haley Bennett, pallida imitazione di Charlize Theron, nessuno calza a dovere i panni dell’agente del Mossad. E’ ulteriore aggravante non si tratti di fotomodelli sciapi, reclutati previo mercimonio, ma di attori il cui comprovato talento (vabbe’…) risulta vanificato da dialoghi di rara banalità.

                                                                 “Un’interpretazione da Oscar”

A scapito della profusione di mezzi e comparse, delle location suggestive e di una fotografia eccellente, il film si trascina stanco per più di due ore. A intervalli regolari Evans esibisce il fisico al mero scopo di tener desta l’attenzione del pubblico femminile (o gay); Daario Naharis mostra le chiappe pompatissime per non sfigurare a confronto del collega. Inutile specificare che tutto ciò giova ben poco alla drammatizzazione d’una vicenda i cui temi portanti sono la pulizia etnica e l’eroismo contrapposto alla brutalità di un regime oppressivo.

                                                                               “…Anch’io, anch’io!”

C’è Michael Kenneth Williams, ma non fa quasi un cazzo; c’è Ben Kingsley (!), ma neanche lui pronuncia una sola battuta decente.

                                      “Cosa cazzo ci faccio qui? Con questo ridicolo parrucchino, poi…”

                                               “Tranquillo, bro. Finiamo presto e andiamo a casa”.

In definitiva “Red Sea Diving” costituisce uno dei più clamorosi passi falsi di Netflix, l’antitesi dell’ottimo (o quasi) “Triple Frontier” che prima o poi recensirò.

Alla prossima.

 

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