“BONE TOMAHAWK” e “BRAWL IN CELL BLOCK 99” di S. Craig Zahler – Dal selvaggio west al carcere di massima sicurezza di Redleaf (Recensione SENZA SPOILER).

Steven Craig Zahler nasce come romanziere e sebbene non abbia ancora letto niente di suo, state certi che lo farò. Ho grande fiducia nel talento di questo regista, scrittore, musicista (rigorosamente metal).

Ciò premesso, se “Bone Tomahawk”, sua opera prima in ambito cinematografico, si qualifica come un autentico gioiello, altrettanto non si può dire di “Block 99”, che una cagata non è ma ci si avvicina pur troppo.

Poniamo a confronto i due attori protagonisti: da una parte, in “Bone Tomahawk”, il grande Kurt Russell, inarrivabile icona anni 80 nel ruolo di Jena (Snake) Plissken, dall’altra Vince Vaughn, attore comico riciclatosi di recente in cupissime interpretazioni noir con esiti alterni: efficace nella peraltro fallimentare seconda stagione di “True Detective”, palesemente fuori posto nel film in esame.

Bone Tomahawk”, western crepuscolare con elementi marcatamente weird, incede lento e inesorabile verso un finale da urlo. Quattro personaggi attraversano il deserto, accompagnati da un commento musicale per violoncello, celestiale e greve al contempo: succede poco, si parla meno, ma la visione risulta avvincente e MAI pallosa.

L’epica del selvaggio west esala l’ultimo respiro prima di diventare qualcos’altro. Al termine del viaggio il Male Assoluto attende i protagonisti: lo si intuisce sin dai primi minuti ma neanche lo spettatore più smaliziato, a meno che non si sia spoilerato il film su internet, ha veramente idea di cosa lo aspetti.

Nel cast, oltre al già citato Russell, l’indimenticato Matthew Fox di “Lost”, nel ruolo del pistolero Brooder; Richard Jenkins nell’interpretazione della vita, il vicesceriffo “Cicoria”, divenuto a pieno titolo istant cult; Lily Simmons (per una volta vestita) e Geno Segers dalla serie tv più figa di tutti i tempi, “Banshee”; Patrick Wilson, attore dalla faccia da culo, ma bravissimo.

Ed ora le dolenti note: dopo l’esordio fulminante di cui sopra, Zahler osa troppo, e sebbene “Brawl in cell block 99” sia, a prova di equivoco, realizzato col cuore, commette degli errori madornali.

Il film è un chiaro omaggio ai polizieschi neri, carcerari o urbani, degli anni 70, e ne riproduce i toni caratteristici sia nelle immagini della locandina che nella colonna sonora: fin qui, niente di male, anzi.

Il primo passo falso consiste nello scellerato miscasting (male diffusissimo di questi tempi, vedi la recensione di “Red Sea Diving”): il regista sceglie Vince Vaughn per la parte di Bradley Thomas, ex pugile in gravi difficoltà economiche, sposato a una donna che presumibilmente lo ama ma gli è infedele.

Vaughn rende partecipe lo spettatore del travaglio interiore del personaggio attraverso una serie di micro espressioni; la sua performance è misurata, sobria, ma il fisico lo tradisce, peggio, lo sputtana. Alto quasi due metri, per l’occasione si è rasato la testa per sembrare un duro, ma sfoggia curiose spalle a punta, muscoli a forma di bottiglia, un po’ de panza e fianchetti.

Se si muovesse adeguatamente nelle (tante) scene d’azione, splatterose e violentissime, le fattezze da consumatore di birra e profiteroles non conterebbero poi tanto. Purtroppo così non é.

Nonostante le risse siano ben coreografate (a parte un unico, risibile caso), Vaughn appare legnoso, troppo composto. E’ chiaro che non ne sa un cazzo, e per quanto si impegni non ce la può fare.Tale scrausa performance ha effetti devastanti in quanto la violenza, inflitta o subita, costituisce l’autentico fulcro della narrazione.

Non sono feticista al punto da invocare sempre la divina presenza di sua maestà Jason Statham quando c’è da menare, ma per una volta che soggetto e sceneggiatura erano adeguati, non potevano chiamare lui, anziché lasciarlo a marcire nel pantano dei filmetti di serie B/C in cui sguazza dai tempi di “Crank”?

Nel definire adeguati soggetto sceneggiatura, ho mentito.

In “Cell Block 99” vi sono almeno un paio di “maccosa” grossi quanto Geno Segers, presente nuovamente all’appello, probabilmente in qualità di caratterista/feticcio del regista (ma ingrassato, eh: se la sarà spassata da Starbuck’s insieme a Vaughn).

Dunque cosa rimane, al netto di un protagonista stracco, botte plausibili ma goffe e alcune cialtronerie nello script? Qualche sequenza splatter abbastanza catartica e Don Johnson che fa la guardia carceraria stronza.

Troppo poco, ed è un vero peccato.

In luce d’un capolavoro come “Bone Tomahawk” ci si aspettava di meglio.

Steven Craig Zahler, hai fatto il passo più lungo della terza gamba, ma attendiamo fiduciosi, chissà poi perché, il prossimo film: “Dragged across concrete” con Mel Gibson e ancora Vaughn.

Greetings.

 

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