Benvenuti all’inferno: “MARTYRS” & “SERBIAN FILM”

Ecco giunto il momento più duro, recensire l’irrecensibile, ovvero parlar (bene) di due dei film più discussi della storia del cinema. Per la serie “E’ un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo (e poi a me piace)” vi propongo un report congiunto su

“MARTYRS” & “SERBIAN FILM”

Ancora non so se riuscirò a evitare spoiler, per cui siete avvisati; va anche detto, e non è poco, che la visione dei due film senza conoscerne dettagli e trama potrebbe rendere l’esperienza, oltre che (garantisco) sgradevole, addirittura traumatica.

Siete donne incinte? Statene alla larga.

Facilmente impressionabili? Alla larga!

Siete dei duri smaliziati che tuttavia conservano empatia nei confronti del prossimo e un residuo briciolo d’anima? Vi farete MOLTO male.

Amate visceralmente la settima arte? Credete di essere pronti a sperimentarne il lato più oscuro dal quale non c’è ritorno?

Se fate capo a quest’ultima categoria, “Martyrs”, ma soprattutto “Serbian Film” vi infliggeranno ferite che non si rimarginano, ma valgono la pena.

Mia morosa ebbe modo di visionare i primi 20 minuti di quest’ultimo (durante i quali ancora non succede un cazzo) quando fu presentato in anteprima a un festival intelletualoide nel 2010.

Intuì che qualcosa non andava e lasciò la sala. Nella successiva mezz’ora, molti spettatori la imitarono, chi sproloquiando sul crollo verticale della civiltà e dei costumi, chi bestemmiando, chi più semplicemente senza parole. Credo qualcune desse di stomaco.

Ogni “philia” viene esplorata nei dettagli (grafici): “pedo/necro/zoo”. Manca all’appello la “copro”, sublimata tuttavia nell’esperienza della platea, cui viene virtualmente imposto di mangiare merda.

Il fine ultimo del regista, il giovine (e geniale) Srdjan Spasojevic, era, stando alle sue dichiarazioni, rendere partecipe chi guarda della violenza più estrema, quella perpetrata ai danni del popolo serbo, ma anche di ogni altra vittima di soprusi nei teatri di guerra sparsi per il mondo. Lungi dal restare circoscritto allo scenario bellico, l’abuso, inflitto o subito, viene trasmesso di generazione in generazione quale retaggio ineluttabile che accomuna carnefici e vittime.

Il concetto, cristallino quanto raggelante, è riassumibile nel principio secondo cui: se non sperimenti direttamente la tortura, non puoi comprenderla. Nel corso della pellicola, orrore, schifo e raccapriccio si susseguono e sovrappongono senza soluzione di continuità, subentrando infine l’inevitabile senso di colpa per non aver interrotto la visione.

L’esperienza viene interrotta, qua e là, da singolari “sberleffi”, utili a ricordare al pubblico che trattasi pur sempre di finzione. Anche con un budget risicato, non sarebbe stato difficile procurarsi della protesi peniene con un minimo di credibilità, invece si sceglie, quando la telecamera inquadra un cazzo duro in primo piano, di ricorrere a un banale simulacro in legno. L’impatto visivo non ne risente, a cagione del sovraccarico emotivo, ma l’effetto, subliminale a occhi non particolarmente attenti, è di diluire il realismo della scena, rendendola appena più sostenibile.

Parimenti, il titolo compare su uno sfondo colorato, accompagnato da una musica festaiola, con tanto di frasca che da tradizione indica un luogo deputato alle gozzoviglie. L’immagine svanisce subito, così come il tema musicale sostituito dall’autentico “title theme”: una straniante, animalesca colonna sonora necro-techno.

“Serbian Film” eccelle in quanto a regia, sceneggiatura e interpretazioni; il racconto ha ritmo, stile, una scansione narrativa da manuale e similmente alla tragedia greca non manca di catarsi.

Sebbene possa comprendere il rifiuto delle tematiche quanto mai grevi, dissento altresì da certa critica, blasonata e perbenista, che lo biasima a priori: se in superficie, può apparire un truce baraccone allestito al solo scopo di consegnare a dubbia fama i suoi realizzatori, in realtà costituisce una cupissima rappresentazione del male verso il quale la condanna è implicita.

Non dubito che il regista, certo di dare scandalo, contasse di assurgere a notorietà immediata e mondiale. Era altrettanto prevedibile però che l’opera sarebbe incorsa in forti limitazioni nella distribuzione, subendo innumerevoli tagli, rimaneggiamenti e in alcuni casi la decostruzione forzosa. Sequestrato pressochè ovunque, mai doppiato, “Srpski Film” è reperibile unicamente online in versione sottotitolata. Ad oggi, con l’eccezione di un episodio dell’antologico “The ABC of death”, Spasojevic non ha girato altro; pare stia lavorando a un fanta-western, “Whereout”, del quale si sa poco o niente.

Veniamo ora a “Martyrs”.

Sono riuscito a scrivere di “Serbian Film” evitando (quasi) gli spoiler inerenti la trama; mi prodigherò di fare lo stesso, ma ribadisco: più ne sapete prima di guardarlo, meno vi ferirà (tale precisazione è inutile qualora siate bestie senza cuore, immuni all’empatia).

Se le efferatezze serbe costituiscono una solidissima impalcatura, atta a veicolare un messaggio preciso, lo stesso non si può dire del corrispettivo francese.

Anche “Martyrs” risulta tecnicamente perfetto, realizzato con mano ferma e senza sbavature: il racconto nasce, cresce e si sviluppa in totale coerenza, andando a concludersi ove nessuno avrebbe osato aspettarsi. Ciononostante, la spiegazione fornita a giustificare la sequenza di gore e violenza (di cui la rappresentazione più agghiaccante è a parer mio quella in cui non scorre una sola goccia di sangue) puzza di finto. Che si tratti di una figata, magari addirittura epocale, non cambia l’impressione sia stata appicicata in calce al fine di informare lo spettatore, reduce da una mattanza da elaborare in terapia, dell’esistenza di una motivazione forte.

Balle.

Impeccabile, ritmato, profondo oltre ogni sopportazione, ma realizzato col solo obiettivo del successo commerciale e dell’intrattenimento malato, “Martyrs” non è, pur sorretto dal talento registico di Pascal Lougier, un prodotto “onesto”.

Sul versante interpretativo, le performance attoriali delle protagoniste, una più brava dell’altra, lasciano basiti. Morjana Alaoui e Mylène Jampanoi sono semplicemente stratosferiche, inarrivabili muse al servizio di un genio perverso; a ben guardare lo show è loro per l’intera durata, eccezion fatta per le sequenze con le bambine che spaccano il cuore.

Curiosi?

Reiteriamo. Se nel caso del film serbo appariva palese una cornice etica che dava senso e rigore al tutto, in “Martyrs” non ho ravvisato niente del genere: unicamente un dolore atroce, fine a se stesso, che conduce persone migliori di me all’estasi.

Per dare un senso all’ultima frase dovete guardarvelo.

Cazzo, avrei dovuto fare il promoter di eventi sado maso…

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