Another Brick in The Wall: il muro che separa studenti ed insegnanti

Nel 1979 usciva “Another Brick in The Wall”, uno dei brani più celebri e significativi dell’innovativo gruppo rock britannico ovvero i Pink Floyd. Nonostante siano passati anni dalla sua pubblicazione, il brano è ancora oggi espressione di una società, che sembra essere soltanto apparentemente in evoluzione.

Gli anni 70′ sono passati da un bel pò, eppure i temi affrontati dal pezzo, sottolineati ulteriormente dalle immagini simboliche dello storico video musicale, sono più attuali che mai.

La scuola come fiera dell’anonimato:

Il video si apre con il passaggio di un treno velocissimo, da cui fuoriescono delle mani che nel loro agitarsi sembrano quasi urlare aiuto. Tale immagine porta alla mente le deportazioni dei campi di concentramento e dunque all’annientamento della pietà umana. Con l’avanzare del treno si iniziano poi ad intravedere gli studenti che, portatori di una maschera dall’espressione alienata, marciano verso il collegio.

Proprio in aula il giovane protagonista del video, il cui nome è Pink, viene umiliato dal suo insegnante per aver scritto delle poesie. L’insegnante, dunque, scarica sugli alunni tutte le sue frustrazioni, stroncando sul nascere qualsiasi iniziativa creativa dei ragazzini. Lui, che dovrebbe essere portatore di valori e principi ed incitatore delle passioni di coloro che gli sono stati affidati per ricevere un’Educazione, cerca invece di soffocare la loro individualità. L’obiettivo del sistema scolastico è quindi quello di omologare i suoi studenti, rendendoli tutti uguali ed anonimi, come il prodotto di una catena di montaggio e trasformandoli in esseri inermi, costretti a sopportare punizioni corporali, senza la possibilità di manifestare alcun accenno di sofferenza.

Un altro mattone sul muro:

In questo modo i professori non fanno altro che mettere un altro mattone sul muro sempre più alto della solitudine, che separa il mondo degli adulti da quello dei bambini. Qui inizia l’incipit più famoso della canzone “We don’t need no education” (“Non abbiamo bisogno di un’educazione”), espressione caratterizzata dalla tecnica linguistica della doppia negazione, che in italiano diviene affermazione, significando quindi “Abbiamo bisogno di un’educazione”. Non si tratta, però, di un’educazione imposta, atta a controllare le loro menti, bensì di una VERA educazione, capace di fare loro comprendere realmente le malefatte del sistema.

Tuttavia la richiesta pare essere completamente ignorata e quello che in principio era soltanto un muro, si è trasformato in un labirinto di mattoni, il quale non fa altro che creare disunione ed emarginazione.

Proprio in questo momento si sente un grido liberatorio, che esplode in un “Hey teacher, leave them kids alone! Hey, maestri, lasciate in pace i bambini!”. HEY si utilizza di solito contro chi sta assumendo un atteggiamento sbagliato; i bambini infatti richiamano l’attenzione dei loro insegnanti, che si pavoneggiano nella loro arroganza ed irrispettosità, abusando, in maniera oltragiosa, del loro potere.

I bambini di oggi sono gli adulti di domani:

Per potere crescere bene, i bambini devono trovarsi in ambienti sereni e pacifici, in grado di offrire loro tutti gli input necessari, affinché possano esprimersi nel migliore modo possibile.

L’unico strumento per trovare l’uscita dal grande labirinto di oppressione è la ribellione. Gli alunni gridano all’unisono di essere lasciati in pace e prendendo in mano la situazione, si tolgono le maschere e distruggono le mura della scuola, che li imprigiona e li prevarica. Essi festeggiano, ballano ed urlano.

All’improvviso però Pink riapre gli occhi e scopre che era tutto un sogno, ritrovandosi davanti, di nuovo, il suo professore che sbraita e che pare quasi emulare il comportamento di certi dittatori del passato.

La realtà appare quindi così lontana da quella della rivoluzione immaginata ed il destino che gli aspetta non è cambiato per niente.

Nell’ultima scena del video vi è l’unico gesto di umanità da parte dell’insegnante, intento a cenare con sua moglie, della quale è la vittima. A casa il suo atteggiamento prevaricatorio è scomparso; è evidente, perciò, che sia un atteggiamento prestabilito e finalizzato a far si che tutti i suoi studenti abbiano vite uguali. La sua incapacità nel rapportarsi con gli alunni lo porta ad innalzarsi ad un livello superiore rispetto a quello dei suoi studenti.

Questo perché il suo ruolo di maestro-padrone, assunto da molti insegnanti anche al giorno d’oggi, non è altro che la conseguenza di una chiara incompetenza e soprattutto di un’assenza totale di passione, fattori che demoliscono la disciplina dell’insegnamento, e che portano i ragazzi (o almeno si spera) a cercare di sfuggire da quel tritacarne che può essere una cattiva educazione. Ciò però non deve comportare la perdita della fiducia e del rispetto nei confronti delle istituzioni scolastiche. Ci sono, anzi, tanti insegnanti lì fuori, che amano il proprio lavoro e ci tengono realmente ai ragazzi, non arrivando neppure a pensare di  considerarli come mattoni su di un muro!

 

Qui Alessia Scrive, grazie per l’attenzione! E voi, vi siete mai ritrovati a dovervi relazionare con un insegnante-padrone? Se si, avete avuto il coraggio di affrontarlo?

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Alessia
About Alessia 14 Articles
Salve a tutti, sono Alessia, ho 19 anni e vivo nella bella, ma problematica, Napoli. Mi si potrebbe definire una sognatrice, che sta cercando, però, di concretizzare il suo sogno più grande: diventare giornalista. Sono sempre stata una curiosa della vita, con un grande amore per la scrittura. Più che una passione, la mia è un’esigenza, un bisogno vitale.

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